ARIANNA: dalla vicenda mitica alla sindrome clinica – a cura di Primo Lorenzi e Riccardo Zerbetto

Danza sensibile

Barbara Intis Binelli

Barbara Intis Binelli ha seguito la formazione triennale in Danza Sensibile® con Claude Coldy e gli osteopati J.L.Dupuy e M.Guyon. Studia teatrodanza con Raffaella Giordano, Cristina Morganti e Julie Stanzak (Compagnia Pina Bausch), Cinzia De Lorenzi. Segue una ricerca sulla presenza e l’improvvisazione con Danio Manfredini, Dominique Dupuy, Hervé Diasnas, Jeremy Nelson, Julyen Hamilton, Simone Magnani e Soraja Perez. Pratica yoga e meditazione, completa il suo percorso di ricerca con la formazione sulla poetica dei sensi del Teatro sensoriale di Enrique Vargas.

Nel suo percorso personale integra la pratica artistica con un percorso pedagogico e terapeutico. Si occupa di formazione ad adulti e adolescent, è counselor a orientamento gestaltico.

In particolare sceglie di occuparsi di percorsi di sviluppo individuali di gruppo basati sull’attivazione di autoconsapevolezza e self-empowerment. Utilizza un approccio derivato dalla terapia della gestalt, dagli archetipi junghiani e dalla corrente della psicosocioanalisi. Nei suoi laboratori di formazione utilizza una metodologia basata sul gioco e sul valore conoscitivo del simbolo per stimolare l’emergere di emozioni e integrarle con il pensiero più razionale in un percorso di autosviluppo.

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Poesia archetipica

Questi componimenti non si propongono come intenzionalmente “poetici”. L’intento che li anima è quello di esprimere in estrema sintesi gli elementi costitutivi che definiscono una figura archetipica, sia essa di un dio, come di un  personaggio mitico che, polisemicamente, riunisce in sé una suggestiva pregnanza di significato.

Tali composizioni sono nate, spesso, in terra di Grecia al diretto contatto con quelle suggestioni e luoghi a cui queste figure archetipe sono legate.

Riccardo Zerbetto

 

Arianna a Nasso

La vela nera
Che si allontana all’orizzonte
Non è un sogno
Allora
Perché quello
Che il mio cuore temeva
-e  non voleva sapere-
Già, si è già avverato

Troppe
Le risa insincere
Di questa notte
In cui a forza
Mi venne riempito il calice
Perché ne bevessi
E lontano lo sguardo
Ed il pensiero di Teseo
Astuto
Oltre quel mare
Che solo
Sta salpando
Nel suo ritorno

Ora
Queste livide nubi
Che si confondono
Con gli abissi oscuri
A chiudere ogni orizzonte
Sono
Il mio stesso animo
Immobile
Senza nessuna attesa
Che possa giungere
Ad aprire un varco
Da questa morte
Annunciata
A cui solo la morte
Potrebbe sottrarmi

Certo
La via del ritorno
È preclusa

Il Palazzo regale
E la città
Distrutte
Dalla furia del mare
E del fuoco
Che violenti
Si abbatterono
Ad annientare
Il potere spietato
Del Re dei mari
E senza via d’uscita
È’ il labirinto
Dove ancora è riverso
Il corpo
Del mio sposo di sangue
Prigioniero
Della sua prigione
E vittima
Del sacrificio antico
A cui si immolò
Non sapendo

Ed una sgualdrina
Sono ridotta
Per il mio popolo
Che mi inneggiava
Come dea
Dei raccolti
E delle danze felici

Ed insieme …
Un cupo presagio
Da sempre
Mi fece avvertire
Che quella nave
Nera
Non era la nave dove
Il re futuro di Atene
Poteva condurre
A se accanto una donna
Straniera
Che non fosse una schiava

Così
Non mi resta
Che questa terra di mezzo
Sospesa
Tra un tempo passato
Che non può tornare
Ed un domani
Che mi è negato

In questa isola
Che è sacra al Dio
Dell’eterno ritorno
Voglio affidare
Il mio corpo
Che non sembra più vivo
Ma che della vita
Conserva
Le braci
Nascoste

Pronte a riscaldare il cuore
Ed il mondo dattorno
Al primo alito di vento
Che il Dio
Voglia ancora ispirare
A richiamare una vita
Che lui sono
Sa richiamare
Alla vita

E lui onorerò
Come mio sposo
Perenne
Ed a lui consacrerò il mio ventre di dea
Che è madre
Su questa terra di frutti mortali
Perché il frutto dell’uva
Che solo sa sciogliere
Le pene ai mortali
Possa donarsi abbondante
Nell’isola
Che ora
Mi appare felice
Posseduta dal Dio
Che già mi possiede
sovrana

 

Inno a Demetra

Noi ti celebriamo
Demetra
madre di messi
dai seni fiorenti
che ti adagi radiosa
tra docili valli fecondate da fiumi
e ruscelli divini
che tutti provengono
dall’Amante e Padre
Zeus e Fratello
che tutto irradia
del lucente
e forte suo seme.

Certo è fatica
per l’uomo
tenere ai tuoi passi
assecondare i tuoi fianchi
con il lucido aratro
e le miti
bestie possenti

Ma il cuore rigonfia
a vedere le messi
rinascere
dal vasto tuo seno
nutrimento dell’uomo
e di tutti i viventi
che si nascondono tra i tuoi anfratti
lottano
e si adagiano molli
sulle dolci pendici

Certo infelice
colui che il canto
della tua lode ignora
e del santo tuo nome

Se spande il sudore
guardando al suo avido ventre
senza levare lo sguardo
alla fonte prima
dei molti suoi beni

Ignaro non ricorda
che le molte
forme di vita
che il mondo sovrano
accoglie ospitale
vengono
dal cupo tuo ventre fecondo
che il nome tuo abita
prima che gli occhi si aprano
alla tenera luce
e pur dopo
per sempre

A te
il canto innalziamo
di trepida lode

Lo cantino ancora
le ceneri
a cui le nostre vite presto ritornano
mescolate alle zolle tue sante.

 

Puer aeternus

Tu vieni
Vieni
Ancora
Divino fanciullo
Inaspettato
Oltre ogni possibile desiderio
Vieni

E da sempre
Atteso

Atteso
Dagli inizi
Del mondo
Da quella luce
Infinita
A cui tornare
Se un giorno
Sia dato
Poter tornare

E
Vieni
Ancora
Dal fondo
Della notte
Più buia

Perché la tua luce
La tua piccola luce
Pungente
Trafigga le tenebre
Nel loro cuore
Più buio

E noi
Noi tutti
Quale che sia il pensiero
Che la mente coltiva
O i moti
Che le viscere muovono
Noi
Siamo qui
– sapendolo
o anche no –
Ad attendere
Ancora una volta
Il parto divino
Della grande Notte
Alla piccola Luce

Alla luce che è Carne
E respira
E duole
Come la carne
Che duole
E gioisce

E a questo canto
A questa carola
Di angeli e di pastori
Di animali e stelle
Di lacrime
Di dolore-e-gioia
A questo canto
Che nasce da solo
Da spazi infiniti
Di solitudine
E gelo
A questo canto
Del cuore stesso
Del Mondo
A questo canto
Ci sia dato
Riunirci
Celebrandoti ancora
Germoglio del mondo
Nostra speranza
Attesa divina
Di tutto ciò
Che la Via
Sa ancora
Annunciare

 

Semele

Semele è il tuo nome

Figlia di Cadmo
Nascesti
Quarta ed infelice
Tra le splendide figlie
Spose di eroi

Figlia di un uomo del mare
Come solo un fenicio
Può esserlo
E da sempre

Ma come nessuno
Percorse i flutti infiniti
E gli sconosciuti lembi
Di terre rocciose
Il tuo nobile padre
Prima di approdare,
Seguendo una vacca
Inviata dal dio,
Alla rocca di Tebe
L’antica
Voluta dal Cielo
Come nessuna
Tra le città dell’Ellade

E venne
Dai confini del mare
Per cercare una donna
Dal mirabile nome di Europa
La sorella
Che il padre
Non volle accettare di perdere
Dacchè fu rapita da Zeus
Nelle forme del toro
Dal bianco sacrale
avvolgente
Come la spuma del mare

A te, poi,
senza sposo né prole
Accadde la sorte
Spietata
Il sogno insognabile
D’essere amata
Dal Signore del mondo

Ti divorò
La sua passione
E la tua

Fino a che ebbra
E mai sazia
Della luce
Senza fine
Come in un vortice
Fosti risucchiata
Nell’alto
Dove ai mortali
Non è lecito
Ascendere

E il tuo amante
Divino
Volesti vedere
Com’è
Faccia a faccia
Obliando
La natura mortale
Dei tuoi umidi occhi
Della tenera carne

Così
Lacerata e combusta
Restasti
Divorata dal fuoco
A cui troppo
Ti avvicinasti
Nell’incauta tua brama

Ma dal tuo ventre
Già fecondo
Del fanciullo divino
Lo sposo
Estrasse
Il dolcissimo frutto

E lo pose
Primo
Ed ultimo ancora
Dei mortali cui fu negato
Il dono del parto
Nella forte sua coscia
Nel grembo paterno
Perché compisse i giorni
Del nascere

E fu affidato
Il figlio-dio
Alle ninfe del bosco
Perché nell’ombra
Di una grotta profonda
Passasse il tempo dei vagiti
Che occulti
Dovevano restare
All’ira feroce di Era

E a te
ancora
Dopo lungo soffrire
Nelle infide plaghe
Dell’orrore
E della follia
Il figlio divino
Fece dono
Della vita eterna
Come stella nel cielo
Come si addice agli dei
Che per sempre
Diffondono
la tenera luce
sulle notti del mondo

e …
più ancora di questo
ti rese regina
la prima
delle donne invasate
delle tiadi
che possedute
dal sacro furore
scagliano violento
il capo all’indietro
nel turbine delle chiome
intrecciate a serpenti

e con grido
che lacera il buio
si lanciano nella corsa sfrenata
dalle pendici dei monti

dimentiche
– nell’orgia sacra
a tutti negata
se non alle sante iniziate –
di ogni cura del giorno
della casa
e dei vincoli del sangue

a questa
divina follia
che
al prezzo della vita
e delle tenere membra
combuste sull’altare
di un sacrificio divino
donarono al mondo
il più dolce
degli dei
– foss’anche il più crudele –
a te
Semele
Alziamo ancora
E per sempre
Un canto
Di trepida lode
Perché lo sguardo infuocato
Di passione e di morte
Per la insostenibile luce
Ci preservi
Da una vita
Che non è vita
Nell’ombra di solide mura
Di case
Che sono prigioni

 

A Efesto

A Efesto
Volgiamo lo sguardo
Al dio dalle gambe ricurve
E privo di bellezza
Perchè anche agli immortali
Che talvolta la Moira
Associa ai mortali
È dato soffrire
Dolore e mancanza

E più ancora soffristi
Dolore indicibile
Quando la madre tua,
Regina del mondo,
In odio generandoti
E senza unirsi
in amore allo Sposo
ti gettò
appena nato
dalla cima
del monte splendente
su questa terra oscura
irta di pietre

Ma dal grande dolore
E dal tuo muoverti poco
un ingegno mai visto
maturò
nella fervida mente
e mettendo le ali
ai pensieri più arditi
con le mani instancabili
costruisti
le indicibili cose
che di stupore
ci nutrono

Del fuoco ti impadronisti
perché al tuo forte volere
piegasse
ogni metallo
che la Madre conserva
nelle oscure sua viscere
in dono ai mortali

Fu così che l’amabile oro
e il bronzo lucente
ed il ferro implacabile
consegnasti ai mortali
chiamandoli da una vita
vicina alle fiere
alla nobile città
ben costruita
perché degli dei
onorassero il volto

Te non sostengono
I piedi feriti
Nello scontro violento
Delle schiere in battaglia
Ma le armi lucenti
Tu solo sai forgiare
Nell’antro fumoso
Con quanti
Una sorte spietata
Ha condannato
Al rito del fuoco
Generatore del nuovo

E a te venne in sorte
la più amabile
fra tutte le dee
che una grazia infinita
accompagna
in ogni suo gesto
ma il tuo cuore segreto
insegue inesausto
i pensieri veloci
della dea
dagli occhi splendenti
figlia
dell’unico padre

Ed anche un figlio
– pur rifiutato –
le generasti
quando lei sola
venendo alla fucina
ti chiese
le armi splendenti
di vittoria e di morte
dono del Fato
terribile
al figlio di Teti

Un figlio
Germinato dal tuo seme
E dalle umide zolle
Della terra nutrice
Che Atena
Nel bianchissimo seno
Custodì vera madre
Sino a che, primo re,
governò la città
che fu culla
come nessuna
di tutte le arti

Tu
che di tutte le arti
sei l’artefice primo
concedi alle menti
che non restino opache
ma fecondate
dall’acuto tuo ingegno
ci conducano
più vicini
alla vita dei Beati
come tu pure
-e come te nessuno –
sei stato vicino
alle dolenti
vicende dell’uomo

 

A Poseidone

Non venga a mancarci
La forza dei tuoi fianchi

Dio inconoscibile

Quando
con impeto indomabile
Scuoti la terra
Ed invadi le insenature
Con le possenti
Tue onde
E le distese sabbiose
Col fragore
Dei tuoi assalti

Sposo della grande terra
E domatore di cavalli

Signore di abissi
Insondabili
Come le passioni
Violente
Che scuotono
I visceri e il petto

Tu, che alle radici
Attingi
Dell’Essere stesso
E delle sue forze
Prima che ancora
Si sappia di esse

Certo la dea
Dagli occhi splendenti
E dalla lucida mente
Vorrà domare
Il tuo impulso che tutto
Può sovvertire

Ma è folle
– sia un mortale
o anche un dio –
chi dimentica l’imprevedibile
irrompere
della tua foga
e non la onora
di umile
ri-conoscenza