Topic

Analogia strutturale tra il poema dantesco e la pratica psicoterapeutica

Tratto da: Il Virgilio dantesco ed altri antecedenti dello psicoterapeuta

Pubblicato su: La relazione terapeutica (atti del congresso FIAP di Sorrento del 2009) a cura C. Loriedo e P. Moaselli, FrancoAngeli Ed. Milano.

Riccardo Zerbetto

 

Delle molte valenze riscontrabili nella Commedia (di natura poetica, etica, politica, storica etc.) merita richiamare in questo contesto la impressionante analogia riscontrabile tra la stessa e quella che abbiamo cercato di identificare come la struttura dell’intervento psicoterapeutico.

Analogia che possiamo così sintetizzare:

  • Una finalità orientata al superamento di uno stato di sofferenza nella prospettiva di una maggiore realizzazione delle potenzialità dell’individuo e del suo progetto di vita.
  • Un percorso improntato sul processo dialogico tra Dante e la sua guida attraverso lo strumento dell’ascolto attivo e della presenza, dell’uso della parola unito ad una mediazione corporea (anche se fantasmatica, in questo caso).
  • Una connotazione temporale delimitata (con una data di inizio del percorso identificata nel giovedì di Pasqua dell’anno 1300) con forti implicazioni relative alla storia passata e alle inferenze sul futuro ed anche spaziale (mappa del percorso interiore sistematicamente esplorata dalla metafora del viaggio).
  • Una valutazione sulle origini della sofferenza psichica (i peccati capitali) e una indicazione sui rimedi.
  • Manca la corresponsione di un tributo in denaro, ma innegabile è il prezzo pagato in termini di lavoro mentale e partecipazione emotiva.
  • Esplicito è il cambiamento nel senso di integrazione e congruenza del sé di Dante nello sviluppo del viaggio interiore.
  • Fortemente enfatizzato il senso della sacralità del procedimento.
  • Forte (forse eccessivo per la nostra sensibilità) il quadro di riferimento concettuale all’interno del quale il percorso si svolge.
  • Definito il rapporto di contrattualità della relazione nella quale Virgilio esige una partecipazione attiva da parte di Dante e definisce già dalle prime battute i confini entro i quali potrà svolgere la sua funzione di guida e di accompagnatore. Esplicito è anche il riferimento alla fase del ciclo vitale nel quale Dante si trova.
  • Esplicito collegamento tra stato di sofferenza e disorientamento del paziente-Dante e la necessità di una figura che svolga la funzione di terapeuta-guida per poter riconquistare la propria autonomia ad uno stadio più evoluto della parabola esistenziale.

 

Tale analogia è stata già oggetto di un pregevole contributo di Rollo May e che ho avuto la fortuna di intercettare dopo essermi da tempo interessato del tema. L’Autore si stupisce del fatto che “perfino un umanista come Freud, nel 1907, interrogato sui suoi autori preferiti, nominò Omero, Sofocle, Shakespeare, Milton, Goethe e parecchi altri, ma non Dante” (p. 137). La forte implicazione ideologica, orientata in senso diverso dai convincimenti di Freud, ha verisimilmente ostacolato l’apprezzamento di un’opera che, con il procedimento dell’analisi ed in particolare con la relazione analista-analizzato, ha invece impressionanti analogie. May conclude la sua riflessione aggiungendo come “la formazione degli psicoterapeuti post-freudiani – ma lo stesso discorso può estendersi ad altri orientamenti nella psicoterapia (aggiunta mia) – soffre di una grave lacuna: la maggior parte dei giovani vengono lasciati nella più completa ignoranza per quanto concerne la cultura umanistica. Non c’è fonte più ricca per comprendere come l’uomo abbia interpretato se stesso nel corso della storia” (ibid.).

 

La dimensione figurale

Di centrale importanza, per la comprensione del poema dantesco e seguendo l’impostazione di Auerbach, è la dimensione allegorica per la quale i personaggi, oltre al rimando storico cui sono collegati, rimandano ad una figura che va oltre l’elemento contingente. Il poeta costella infatti il poema di figure cariche di valore paradigmatico che si stagliano con valore eternizzato a monito del messaggio che ci portano. In chiave psicologica moderna possiamo avvicinare il termine di figura a quello junghiano di archetipo. L’Ulisse dantesco (Inf., C. XXIV) assume in sé le prerogative dell’ardimento conoscitivo (fatti non fummo a viver come bruti ma per seguir vertute e canoscenza) che supera i legami affettivi (né la pieta del vecchio padre, né dolcezza di figlio, né ‘il debito amore/ lo qual dovea Penelope far lieta/ vincer potero dentro da me l’ardore/ ch’i ebbi a divenir del mondo esperto/ e de li vizi umani e del valore). Discorso estensibile, con maggiore o minore pregnanza di significato, a tutti i personaggi proposti nella Divina Commedia (“essa è fondata in tutto e per tutto sulla concezione figurale”) ma che trova nella figura dello stesso Virgilio la sua espressione più emblematica. Sempre riprendendo Auerbach: “Nella Commedia Virgilio è bensì il Virgilio storico, ma d’altra parte non lo è più perché quello storico è soltanto «figura» della verità adempiuta che il poema rivela, e questo adempimento è qualche cosa di più, è più reale, più significativo della «figura» (1965, p. 109).

Nella polisemia della ricchezza di significati collegabili alla figura del Virgilio dantesco a noi, in questa sede, non interessa tanto la valenza poetica, etica o politica, quanto quella di accompagnatore in un percorso interiore (infero). Di un viaggio cioè che non si svolge in estensione sulla superficie geografica (o della conoscenza razionale-solare) ma nella profondità della conoscenza immaginale ed emozionale che pure, come Freud ha intuito, può essere improntata a leggi strutture e architetture e quindi ricostruibili con mappe (per quanto meramente indicative) di percorso.

 

Virgilio nei diversi aspetti della sua funzione di accompagnatore

Analizzando i passaggi nei quali Dante fa riferimento a Virgilio e al suo ruolo di accompagnatore dell’anima (psicopompo nella tradizione greca), possiamo trarre interessanti indicazioni su come tale funzione si dispiega lungo tale percorso che, in termini generali, può essere ricondotto, nella sua struttura fondamentale, a quello educativo se, stando all’etimologia della parola (e-ducere), intendiamo l’aiuto nel passaggio da un luogo-condizione (in genere quello dell’infanzia o dell’adolescenza) a quello adulto. Tale prospettiva si sovrappone nei fatti a quelle che definiamo percorso terapeutico se, come genialmente Freud ha intuito, permangono anche nell’adulto aspetti immaturativi della personalità che non mancheranno di evidenziarsi creando difficoltà adattive e relazionali e che sono l’oggetto dell’intervento psicoterapeutico. Nelle nostre difficoltà attuali, non tanto di carattere esistenziale ed “obiettivo” (come lutto, separazione o malattia) ma nevrotico-fantasmatiche (come fobie, insicurezze, fughe dalle realtà o altro) si evidenziano infatti elementi problematici la cui natura deriva da nuclei originari non elaborati o problematici. Di qui la necessità di un percorso a ritroso (anamnesi) per poi poter riprendere il percorso verso una forma di adattamento creativo ad una nuova progettualità di vita.

Tali difficoltà si evidenziano in particolare in alcuni passaggi critici da un ciclo della vita ad uno successivo trovando in tutte le culture forme di ritualizzazione iniziatica. L’individuo infatti attraversa una morte simbolica di una sua forma di identità per acquisirne gradualmente una nuova. In questo processo di morte e resurrezione metaforica (ma non per questo non reale) ha spesso la necessità di una figura che possa accompagnare – come la levatrice di socratica memoria – il passaggio, talvolta delicato e traumatico, da una condizione ad un’altra.

Difficoltà oggettive si intrecciano spesso a difficoltà soggettive portando il soggetto a situazioni di grave impasse esistenziale di cui il racconto dantesco ci offre una rappresentazione esemplare. La valle oscura, con cui esordisce la Commedia, nasceva infatti sia dalle condizioni di esilio e di fallimento delle prospettive di affermazione in ambito politico sia dalla nota crisi della mezza età (nel mezzo del cammin di nostra vita, considerando che il salmo LXXXIX indica in 70 gli anni dell’uomo).

Le funzioni dell’accompagnatore possono identificarsi sinteticamente nelle seguenti:

 

Figura di riferimento in un momento di crisi esistenziale

L’esigenza di intraprendere un percorso di psicoterapia nasce spesso da un momento di difficoltà esistenziale.

Anche nel nostro caso, Dante si trova in preda ad un totale disorientamento – che la diritta via era smarrita – e terrorizzato dall’apparire di una lince, di un leone e di una lupa (come rappresentazioni di lussuria, superbia ed avarizia) non riesce a procedere. Mentre ch’io ruinava in basso (Inf., C.I, v.58) si trova al cospetto di Virgilio che lo sprona a procedere.

Tale funzione di sostegno riguarda sia situazioni di difficoltà esterna che interna sotto forma di senso di inadeguatezza, paure, scarsa definizione dell’identità, valutazione inadeguata (sia in difetto che in eccesso) delle proprie possibilità.

Parafrasando Eschilo “Chi accompagnerà la mia anima nel lungo viaggio dell’Ade, chi mi sarà compagno?” (da Fraschetti, 2002), importante è anche l’elemento di autorevolezza con la quale il terapeuta è in grado di proporsi di fronte al percorso. Ond’io per lo tuo me’ penso e discerno che tu mi segui, e io sarò tua guida dice Virgilio all’inizio del viaggio interiore (Inf., C.I, v.112).

Si esprime in questo verso la funzione di Io sostitutivo svolto dal terapeuta in una prima fase del percorso allorché il paziente si trova in uno stato di più acuta difficoltà ed incertezza decisionale. Il paradigma della guida spirituale, nella prospettiva di un contesto valoriale dato per giusto ed assoluto, non corrisponde ovviamente (auspicabilmente) ad un modello più problematico e aperto tipico della dimensione esistenziale dell’uomo moderno per la quale la stessa costellazione valoriale è oggetto di ricerca più che data per acquisita.

 

Identificare gli aspetti disfunzionali che conducono a schemi stereotipi e autolesivi

Tutto il poema dantesco, coerentemente alla tradizione antica cui si è fatto riferimento, adotta la prospettiva che vede nelle passioni – intese come eccessi nella disposizione degli impulsi non armonizzati con la ragione ed una disposizione evolutiva nella crescita della personalità – l’origine degli stati di sofferenza autoindotti. L’uomo è, nel bene e nel male, in buona parte faber fortunae suae; anche della propria dannazione, quindi, sia in questa terra che, per proiezione eternizzata, in quella futura. Laddove una distorsione della personalità tende a ripetersi in modo sterile e ripetitivo, il soggetto si trova a girare su se stesso (come appunto nella bolgia infernale) interrompendo pertanto il suo percorso evolutivo. Tale condizione costituisce sia la conclusione della riflessione sapienziale degli antichi (vedi il mito di Sisifo, di Tantalo, di Prometeo) che della spiritualità cristiana e islamica (vizi capitali) che dei nuovi medici dell’anima che, con dizioni di vario tipo (coazione a ripetere per la psicoanalisi, copione negativo, mitema tragico, gestalt ripetitiva o pattern cognitivo-comportamentale stereotipo, a seconda dei diversi orientamenti) sottolineano in fondo lo stesso concetto.

Un riferimento più esplicito alle passioni dominanti compare nella Psicologia degli Enneatipi che rappresenta una rivisitazione in chiave psicologica dei sette vizi capitali (in realtà nove in questo schema) interpretati come modi-di-essere-nel-mondo che risentono di disturbi di personalità – del resto ben identificate anche nel DSM-IV – come elemento determinante all’origine delle distorsioni percettivo-emozionali, cognitivo-comportamentali e di relazione che abitualmente amplificano il già difficile mestiere di vivere cui sono chiamati i mortali. Concetto che, come sappiamo, già W. Reich introdusse autorevolmente con la sua opera su L’analisi del carattere. Nella sistematizzazione dei nove profili di personalità presi in considerazione nell’Enneagramma, operata da Claudio Naranjo in Nevrosi e carattere, non compaiono solo elementi utili alla autodiagnosi, ma anche ad un lavoro di autoanalisi correttiva dei tratti disfunzionali del carattere. Limitato risulta infatti il lavoro di analisi se a questo non si associa una pratica autocorrettiva sugli aspetti distorti della personalità. Un indizio, inoltre, di come una corrente della moderna psicoterapia si apra a recuperare il patrimonio di esperienza e di conoscenza accumulato in secoli e millenni sulla possibilità dell’uomo di conoscere e che precedono l’introduzione di questa nuova disciplina (al di là di forme ipersemplificate e quindi svalutative di tali potenzialità). “La condizione alla quale si riferisce l’inferno dantesco è quella nella quale l’individuo è completamente dominato dalle sue passioni, e passivamente è posseduto da quelle che oggi chiamiamo le sue esigenze nevrotiche. Bisognerebbe tuttavia aggiungere che non c’è inferno se non per chi intraprende un viaggio sino alle profondità di se stesso, dal momento che non vi è coscienza di vivere in una prigione se non per chi non inizia a prendere coscienza della realtà della sua situazione” (Naranjo, 2001, p. 179).

Sebbene tutti i dannati esprimono in vario modo questa realtà, lo stesso Dante riconosce come, nel suo caso, siano la lussuria, la superbia e la bramosia le cause che maggiormente si frappongono al suo percorso evolutivo che prevede, con apparente paradosso, una fase di discesa agli inferi prima che di salita al monte della luce.

Solo attraversando l’inferno si ha la possibilità di raggiungere il paradiso. Ciò vale oggi come valeva un tempo” (p. 140) ricorda ancora E. May nel saggio citato che conclude con un “forse crediamo di poter rinascere senza prima morire. Ecco la versione spirituale del sogno americano” (ibid.).

La minaccia più grande al nostro progresso, a detta di Virgilio, sembra essere la lupa-bramosia. Scultoree le parole con cui viene definita “questa bestia, per la qual tu gride, / non lascia altrui passar per la sua via, / ma tanto lo impedisce che l’uccide; / e ha natura sì malvagia e ria, / che mai non empie la bramosa voglia, / e dopo il pasto ha più fame che pria” (Inf., C.I, vv. 94-99).

 

Sostegno alla motivazione di crescita

L’azione di stimolo, seppure proposta in modo garbato e rispettoso della sovrana libertà di scelta del paziente, fa sicuramente parte dell’armamentario del terapeuta, specie nei momenti di incertezza e demotivazione. Nelle parole di Virgilio vi è anche la promessa di una condizione migliore alla fine del percorso. Aspettativa che non è serio assicurare ma che rappresenta indubbiamente l’obiettivo che paziente e terapeuta si propongono e che non raramente viene coronato da successo, almeno parziale.

Ma tu perché torni a tanta noia? / perché non sali il dilettoso monte / ch’è principio e cagion di tutta gioia? (Inf., C.I, vv. 76-78).

Tale conforto si rende necessario in particolare in momenti nei quali il paziente diffida delle proprie possibilità ad andare avanti, come puntualmente Dante riconosce di sé: Poeta che mi guidi, guarda la mia virtù s’ell’è possente, prima ch’a l’alto passo tu mi fidi (Inf., C.II, vv. 10-12). E più avanti “Per che, se del venire io m’abbandono, temo che la venuta non sia folle. Se’ savio; intendi me ch’i’ non ragiono (Inf., C.II, vv. 34-36).

Intraprendere una reale esperienza di analisi, e non di psicoterapia breve o di counseling mirato alla composizione sintomatica di un problema adattivo settoriale, comporta una scelta precisa e consapevole che richiede in effetti una valutazione delle motivazioni, delle energie e delle possibilità necessarie a compiere il viaggio interiore. È importante che l’analizzando sia consapevole delle difficoltà di percorso e delle resistenze che potranno frapporsi lungo il cammino e che abbia una sufficiente fiducia nell’affidarsi al suo accompagnatore.

Puntuale, alle legittime perplessità di Dante è la riposta di Virgilio L’anima tua è da viltade offesa; la qual molte fìate l’omo ingombra sì che onrata impresa lo rivolve, come falso veder bestia quand’ombra (Inf., C.II, vv. 19-21).

Toccante è, al proposito, il cenno al contatto fisico e all’espressione del volto con cui Virgilio accompagna la sua rassicurazione. Al di là delle parole è acquisito infatti ormai universalmente anche il valore della comunicazione corporea anche in ambito terapeutico. “E poi che la sua mano a la mia puose con lieto volto, ond’io mi confortai, mi mise dentro a le segrete cose (Inf., C.III, vv. 10-12)”.

 

Dare un modello di identificazione positiva e dare sostegno

Per ottenere la fiducia che necessariamente si richiede ad un percorso che tocchi gli aspetti più intimi della storia personale si richiede una dose sufficiente di stima e di fiducia. In taluni casi, in particolare, si evidenzia il fenomeno della idealizzazione del terapeuta. Questa può esprimere un’ammirazione fondata su dati di realtà (l’aver letto, ad esempio, degli scritti dello stesso o conoscerne i riconoscimenti professionali), sulla stima della persona in sé o su una proiezione idealizzante che esprime il bisogno del paziente di ricostruire una figura genitoriale idealizzata o in senso mimetico o compensativo rispetto a quella/e avuta/e nella realtà. Nel caso di Dante l’identificazione proiettiva con il Poeta-vate ha connotazioni di eccezione, ma vale comunque riportare l’importanza di questo ingrediente come componente non secondaria, specie nelle prime fasi del processo terapeutico, per favorire il percorso.

“’O de li altri poeti onore e lume/ vagliami lo lungo studio e ‘l grande amore/ che m’ha fatto cercar lo tuo volume/. Tu se’ lo mio maestro e ‘I mio autore;/ tu se’ solo colui da cu’ io tolsi/ lo bello stilo che m’ha fatto onore” (Inf., C.I, vv. 82-87).

Il terapeuta, così come Virgilio, interviene generalmente in modo discreto e quasi indiretto. Lascia cioè al paziente (Dante nel nostro caso) la possibilità di fare esperienza sulla propria pelle per comprendere le cose che gli servono per procedere e per superare le difficoltà. In taluni casi tuttavia anche questa regola aurea può comportare delle eccezioni: sono i casi nei quali al terapeuta si richiede un intervento più attivo. Un’iniziativa diretta a sbloccare una situazione che il paziente non sarebbe in grado di affrontare da solo. Gli interventi attivi, sia in ambito comportamentistico che relazionale, come anche in occasione di esercizi nella terapia della Gestalt, hanno riportato l’accento su un ruolo più attivo e dinamico del terapeuta. I passaggi che seguono riportano interventi diretti di Virgilio tesi ad esorcizzare paure che rischierebbero di paralizzare Dante nel suo cammino. Sono comportamenti di eccezione, ovviamente, che non smentiscono ma anzi avvalorano la regola generale di non sostituirsi all’interessato nel viaggio nei propri inferi.

All’avvertimento minaccioso di Minosse, figura di grande giudice cui possiamo associare l’idea di un Super-Io persecutorio “O tu che vieni al doloroso ospizio”/, disse Minòs a me quando mi vide,/ lasciando l’atto di cotanto offizio; “guarda com’entri e di cui tu ti fide:/ non t’inganni l’ampiezza de l’intrare!” ecco puntuale la difesa di Virgilio “ E ‘l duca mio a lui: “Perché pur gride?/ Non impedir lo suo fatale andare: vuolsi così  colà dove si puote/ ciò che si vuole, e più non dimandare” (Inf. C.V, vv. 16-20). Così ancora, alla terrifica apparizione di Cerbero “Lo duca mio distese le sue spanne, prese la terra, e con piene le pugna la gittò dentro a le bramose canne” (Inf., C.VI, vv. 25-27).

 

La dimensione transferale e le emozioni del terapeuta

Tale aspetto si riferisce, come ben noto, ad una proiezione operata dal paziente sul terapeuta relativa ad una funzione genitoriale. Tale aspetto può declinarsi, a sua volta, in sottofunzioni che hanno caratteristiche diverse seppure accomunate da un comune elemento asimmetrico della relazione che prevede una figura in grado di dare rassicurazione, aiuto e insegnamento ed una nella posizione di riceverlo e che potremmo identificare in quello del genitore (non c’è qui lo spazio per distinguere le due figure genitoriali), la guida ed il maestro. Tutte queste sfaccettature sono ben richiamate nel percorso dantesco da molti passaggi davvero toccanti tra i quali:

Però con ambo le braccia mi prese; e poi che tutto su mi s’ebbe al petto, rimontò per la via onde discese.  Né si stancò d’avermi a sé distretto, ‘0 dolce padre, volgiti, e rimira/ com’io rimango sol, se non restai”. / ‘Figliuol mio”, disse, “infin quivi ti tira”,/ additandomi un balzo poco in sùe /che da quel lato il poggio tutto gira. / Sì mi spronaron le parole sue, / ch’i mi sforzai carpando appresso lui, / tanto che ’l cinghio sotto i piè mì fue” (Purg. C. IV, vv. 44-51).

Seppure l’attenzione è ovviamente focalizzata sui vissuti del paziente, è acquisizione universalmente accettata ormai l’attenzione anche ai vissuti del terapeuta. Il passaggio che segue evidenzia il fenomeno ben conosciuto relativo alla finezza con la quale il paziente in genere (e Dante nel nostro caso) coglie le sfumature mimiche e quindi emozionali del terapeuta. Inutile smentire o nascondersi dietro uno schermo di presunta neutralità affettiva. Meglio un gesto di trasparente consapevolezza che dia anche la misura di una partecipazione realmente ematica e quindi non scevra di timori o speranze.

Or discendiam qua giù nel cieco mondo”/, cominciò il poeta tutto smorto:/ “lo sarò primo, e tu sarai secondo”. / E io, che del color mi  fui accorto/, dissi: “Come verrò, se tu paventi,/ che suoli al mio dubbiare esser conforto?”/. Ed elli a me: “L’angoscia de le genti/ che son qua giù, nel viso mi dipigne/ quella pietà che tu per tema senti/. Andiam, ché la via lunga ne sospigne” (Inf., C.IV, vv. 13-22).

 

La funzione maieutica

Non esiste probabilmente aspetto più importante in un percorso di crescita che l’arte così magistralmente messa a fuoco da Socrate. Se infatti in una prima fase del percorso educativo ha importanza la trasmissione delle informazioni e dei codici di comportamento (eter-onomia) è indubbio come la capacità di porre e porsi le giuste domande e di cercare le risposte nel contatto con se stessi diviene fondamentale per una fase più evoluta della crescita nella quale si tratta di far emergere la propria legge interiore (auto-nomia), il proprio daimon, come sottolinea in particolare J. Hillman nel suo Codice dell’anima. Rispetto ad una pratica terapeutica di tipo arcaico, ma ancora diffusissima, nella quale il terapeuta ritiene di essere la sede della conoscenza (come lo sciamano il viaggiatore nel mondo infero) sostituendosi quindi a quel processo di ricerca esperienziale che unicamente può favorire un’autentica crescita della consapevolezza, si intravede nella Commedia l’orientamento prevalente di Virgilio a non sostituirsi a Dante ma a mettersi in una posizione di interrogante, quasi dietro le quinte onde favorire nel viaggiatore l’esperienza del percorso conoscitivo. Tra i molti passi che si potrebbero invocare a sostegno della attitudine maieutica di Virgilio (nonostante il quadro ideologico sostanzialmente predeterminato della concezione tomistica a cui si ispirano i convincimenti danteschi) possiamo citare:

Lo stimolo alla maieusi si esprime anche nei casi nei quali Virgilio incita Dante a porre domande come “Lo buon maestro a me: Tu non dimandi / che spiriti son questi che tu vedi? / Or vo’ che sappi, innanzi che più andi” (Inf., C.IV, vv. 31-33).

 

L’identificazione delle resistenze

Capita spesso che, nel corso dell’analisi, il paziente perda le sue motivazioni al percorso auto-conoscitivo e tenda a desistere dalla decisione intrapresa. Se tali incertezze sono più che legittime è anche importante, da parte del terapeuta, sostenere la motivazione a completare, quando possibile, il percorso intrapreso. Si richiede ovviamente, perché tale evenienza si verifichi, che si sviluppi una sufficiente dose di fiducia da parte del paziente, sia una sufficiente convinzione del terapeuta (non sostenuta da interessi prioritariamente egoistici, quale quello di non perdere un paziente) ma dal convincimento (sperimentato sulla propria esperienza personale) relativo alla utilità di un percorso sufficientemente approfondito.

O caro duca mio, che più di sette/ volte m’hai sicurtà renduta e tratto/ d’alto periglio che ‘ncontra mi stette,/ non mi lasciar”, diss’io, “così disfatto;/ e se ‘l passar più oltre ci è negato/, ritroviam l’orme nostre insieme ratto”./ E quel signor che lì  m’avea menato,/ mi disse: “Non temer; ché ‘l nostro passo non ci può tòrre alcun: da tal n’è dato./ Ma qui m’attendi, e lo spirito lasso/ conforta e ciba di speranza bona,/ ch’i  non ti lascerò nel mondo basso”./ Così sen va, e quivi m’abbandona /lo dolce padre, e io rimango in forse, che no e sì nel capo mi tenciona.” (Inf., C.VIII, vv. 97-111). 

È interessante notare come la disponibilità alla rassicurazione, dimostrata da Virgilio, si alterna ad un atteggiamento non protettivo e che tende, al contrario, a mettere a prova le capacità di autosostegno di Dante. In questo caso, infatti, lo lascia solo. Seppur in balia di timori e perplessità, Dante si trova nella possibilità di sperimentare una possibilità, almeno per un certo tempo, di minore dipendenza dal Maestro-terapeuta. Frequenti, ancora, sono i passaggi nei quali Virgilio svolge una funzione di stimolo ed anche di sprone con tono perentorio come, ovviamente, si addice maggiormente ad uno schema che si rifà alla interazione maestro-allievo che terapeuta-paziente tra le quali, tuttavia, esistono potenziali elementi di sovrapposizione.

“Perché l’animo tuo tanto s’impiglia”, / disse ‘l maestro, “che l’andare allenti? / che ti fa ciò che quivi si pispigiia? / Vien dietro a me, e lascia dir le genti” (Purg., C.V, vv. 10-13).

Il sostegno al superamento delle resistenze si deve accompagnare ad un proporzionato elemento accuditivo cui pure il testo mirabilmente fa cenno: “Ambo le mani in su l’erbetta sparte / soavèmente’l mio maestro pose:/ ond’io, che fui accorto di sua arte, / porsi ver  lui le guance lagrimose” (Purg., C.II, vv. 126-26).

Importante, nel sostenere le difficoltà di percorso, non è importante soltanto il richiamo al risultato atteso (e che, ovviamente, non va sovraenfatizzato) quanto l’innegabile alleggerimento della fatica nel procedere che spesso è dato riscontrare e che Virgilio puntualmente richiama: “Questa montagna è tale, / che sempre al cominciar di sotto è grave; / e quant’uom più va su, e men fa male” (Inf., C.IV, vv. 88-90).

 

Interpretare il significato del disagio

Nell’ambito delle malattie dell’anima si chiede al terapeuta una “diagnosi” che (quando non si restringe ad una mera definizione descrittiva dei sintomi, magari sull’ipotesi di un danno genetico cui riduttivamente si attribuisce la complessità del vissuto individuale) si identifica di fatto in una interpretazione sul significato all’origine del disagio. La stessa parola (e la sua pratica), utilizzata in particolare in ambito analitico, ma di fatto acquisita in ogni forma di psicoterapia seppure con differenziazioni e modalità diverse, rimanda, non casualmente, al tema della traduzione tra due diversi linguaggi. L’interprete, in questo caso, deve rendere accessibile all’interessato (il paziente-interrogante) un significato che gli rimane oscuro a causa della non (o carente) conoscenza con un altro linguaggio, nel nostro caso quello infero-inconscio. Questo, a sua volta, è spesso collegato al linguaggio delle emozioni o delle immagini archetipe con le quali abbiamo perso (o mai sviluppato) una sufficiente familiarità.

Dei molti passaggi che si potrebbero richiamare, nei quali Dante chiede a Virgilio un’interpretazione del disagio suo o di altri citiamo quello in cui con “Dolce mio padre” Dante chiede lumi sull’origine prima della sofferenza, “Né creator né creatura mai”, / cominciò el, “figliuol, fu sanza amore, / o naturale o d’animo; e tu ‘l sai. / Lo naturale è sempre sanza errore, / ma l’altro puote errar per malo obietto / o per troppo o per poco di vigore” (Purg., C.V, vv. 91-96)

La critica che, in tempi recenti, viene mossa ad una certa modalità di fare interpretazioni, specie nella tradizione analitica classica, concerne l’enfasi posta sull’aspetto cognitivo dell’operazione di traduzione con scarsa attenzione sull’aspetto empatico-emozionale o esperienziale, intendendo con questo termine l’attitudine del terapeuta a facilitare una autocomprensione da parte del paziente sui suoi vissuti anziché proporsi come novello aruspice che si sostituisce alle possibilità conoscitive dell’interessato.

La relazione di intensa relazione di sim-patia (una posizione intermedia tra un eccessivo coinvolgimento em-patico o un eccessivo distacco anti-patico come scherzosamente apostrofava F. Perls) tra i due nonché di stimolo alla autocomprensione si evidenzia nel prosieguo del passo citato: “Posto avea fine al suo ragionamento / l’alto dottore, e attento guardava  / ne la mia vista s’io parea contento; /  e io, cui nova sete ancor frugava, / di fuor tacea, e dentro dicea: Forse / lo troppo dimandar ch’io fo li grava. / Ma quel padre verace, che s’accorse / del timido voler che non s’apriva, / parlando, di parlare ardir mi porse. / Ond’io: “Maestro, il mio veder s’avviva / sì nel tuo lume, ch’io discerno chiaro / quanto la tua ragion parta o descriva. / Però ti preco, dolce padre caro, / che mi dimostri amore, a cui reduci / ogni buono operare e ‘l suo contraro”. “Drizza”, disse, “ver’ me l’agute luci / de lo ‘ntelletto, e fìeti manifesto / l’error de’ cìechi che sì fànno duci” (Purg., C.XVIII, vv. 1-18).

Come acutamente sottolinea May (op. cit., p. 140) “Virgilio non fornirà soltanto l’interpretazione dei gironi dell’inferno, ma sarà per Dante compagno vivo e presente”.

 

Fornire strumenti di comprensione e stimolare le potenzialità autoconoscitive del paziente

C.G. Jung ed A. Adler, in particolare e anticipando l’orientamento psicoeducativo, hanno evidenziato la funzione nutritivo-educativa che il terapeuta è chiamato a svolgere nei confronti del paziente. Non solo evocazione e maieusi, quindi, ma anche nutrimento culturale per allargare la gamma degli strumenti conoscitivi necessari alla comprensibile di fenomeni più complessi di quelli cui la mente era preparata ad affrontare.

Numerosi sono i passaggi nei quali il nostro paziente-discepolo chiede lumi al suo Maestro. “Dimmi, maestro mio, dimmi, segnore” (Inf., C.IV, vv. 46) dice Dante esprimendo a più riprese, pur con varianti sul tema, la sua sete di conoscenza e, più ancora la sua fiduciosa recettività alle indicazioni attese. Una posizione che rischierebbe di alimentare pericolosamente il narcisismo del terapeuta se si presentasse oggi giorno negli stessi termini! In un passaggio interessante Virgilio confessa tuttavia anche i limiti del suo sapere e rimanda ad ulteriori possibilità di conoscenza: “O virtù somma, che per li empi giri / mi volvi”, cominciai, “com’a te piace, / parlami, e sodisfammi a’ miei disiri” (Inf., C.X, vv. 4-6). E più avanti “Elli si mosse; e poi, così andando, / mi disse: “Perché se’ tu sì smarrito?”/ E io li sodisfeci al suo dimando. / “La mente mia conservi quel ch’ùdito / hai contra te”, mi comandò quel saggio; /”e ora attendi qui”, e drizzò ‘l dito: / “quando sarai dinanzi al dolce raggio / di quella il cui bell’occhio tutto vede, / da lei saprai di tua vita il viaggio” (Inf., C.X, vv. 124-132).

È interessante notare tuttavia come la disponibilità a dare strumenti conoscitivi da parte di Virgilio non tralascia lo stimolo a suscitare in Dante la potenzialità autonome di comprensione. Tale stimolo viene anzi fornito con toni perentori, tesi cioè a scuotere la pigrizia intellettuale e la disistima nelle proprie possibilità: “E io: “Maestro, assai chiara procede / la tua ragione, e assai ben distingue / questo baràtro e ch’e? popol ch’e’ possiede (Inf., C.XI, vv. 67-69). A che Virgilio, di lì a poco, risponde: “Ed elli a me “Perché tanto delira’, / disse “lo ‘ngegno tuo da quel che sòle? / o ver la mente dove altrove mira?” (Inf., C.XI, vv. 76-79).

Mirabile, appare, in Virgilio la sua perenne tensione a non proporsi come fattore sostitutivo di crescita, come depositario di una delega da cui fatalmente Dante dipenderebbe indefinitamente. Virgilio, al contrario, ricorda a più riprese la temporaneità della sua funzione in forza delle risorse di autonomo progresso che lui stesso richiama al suo accompagnato. Dunque che è? Perché’ perché ristai? / tanta viltà nel core allette?/ perché ardire e franchezza non hai?/  poscia chet’ hai tre donne benedette/ curan di te” (Inf., C.II, vv. 121-124).

Il tema delle tre donne – madre, compagna di affetti e compagna di viaggio – compare anche in Freud a proposito di un suo sogno associato al ruolo delle tre dee del destino umano, le Parche, ma evitiamo di aprire altri temi tra gli infiniti che il testo dantesco, nella sua analogia con il percorso analitico, potrebbe schiudere.

 

Restituzione ad una dinamica autoregolativa delle spinte vitali e consapevolezza sui limiti della funzione del terapeuta

Un excursus che la mancanza di spazio non ci consente è quello relativo alla graduale trasformazione del tipo di rapporto che Dante, come ogni buon paziente, ha nei confronti di Virgilio. Da una posizione di totale abbandono e di sudditanza si passa ad una posizione più colloquiale e amicale in misura del progresso del percorso interiore come splendidamente esprimono espressioni del tipo: “Ma dimmi, e come amico mi perdona / se troppa sicurtà m’allarga il freno, / e come amico ormai meco ragiona” (Purg., C.XXII, vv. 19-21).

Il congedo di Virgilio è denso di significato e toccante: “In me fìccò Virgilio li occhi suoi, / e disse: “Il temporal foco e l’eterno / veduto hai, figlio; e se’ venuto in parte / dov’io per me più oltre non discerno. / ‘Tratto t’ho qui con ingegno e con arte; / lo tuo piacere omai prendi per duce;/ fuors se’ l’erte vie, fuor se’ de l’arte/ Vedi lo sol che ‘n fronte ti riluce; / vedi l’erbette, i fiori e l’ arbuscelli / che qui la terra sol da sé produce. / Mentre che vegnan lieti li occhi belli / che, lagrimando, a te venir mi tenno, / seder ti puoi e puoi andar tra elli. / Non aspettar mio dir più né mio cenno ;/ libero, dritto e sano è tuo arbitrio, / e fallo fora non fare a suo senno:/ per ch’io te sovra te corono e mitrio”. In sintesi: segui ormai come guida il tuo piacere dal momento che la tua capacità di scegliere è ormai libera e sana per cui non hai più bisogno del mio aiuto.

Commovente è ancora il passaggio con ilo quale Dante riporta il momento in cui si trova privo della sua Guida dopo essere stato affidato a Beatrice: “Volsumi a la sinistra col respitto/ col quale il fantolin corre a la mamma / quando ha paura o quando elli è afflitto … Ma Virgilio n’avea lasciati scemi / di sé, Virgilio dolcissimo patre, / Virgilio a cui per mia salute die’mi” (Purg., C.XXX, vv. 43-51). L’essersi affidato a tale guida fu quindi salutare in questo caso anche se, merita rammentare seppur appare ovvio, che l’affidamento è avvenuto nei confronti di una introiezione.

Nel paragonarsi ad un fanciullino che cerca la madre Dante sottolinea quel singolare rapporto di dipendenza che può instaurarsi tra paziente e terapeuta a seguito del processo regressivo che intrinsecamente accompagna il percorso analitico. Una regressione tuttavia che prelude ad un nuovo progresso su basi più solide e consapevoli. In tal senso si orientano le parole di Virgilio che motiva la sua partenza con il limite rappresentato dalla sua funzione di guida: “e vederai color che son contenti nei foco, perche speran di venire quando che sia a le beate genti. A le quai poi se tu vorrai salire, anima fia a ciò più di me degna: con lei ti lascerò nel mio partire.

Come ci ricorda May: “Attraversato l’inferno e quasi tutto il purgatorio Virgilio lascia Dante. Qui è il limite della psicoterapia. In luogo di Virgilio appare Beatrice, presenza redentrice e beatifica. Proseguendo nella nostra analogia: la psicoterapia è prologo alla vita, non la vita stessa. Terminato il viaggio attraverso l’inferno e |il purgatorio, dunque, è la vita stessa che funge da terapeuta. I nostri pazienti ci lasciano per entrare nella comunità umana” (op. cit., p. 146).

Nonostante l’apparente distanza ideologica emerge in definitiva come l’istanza primaria alla radice dell’umana esperienza è comunque il richiamo amoroso, vuoi inteso come pulsione libidica, in Freud, o come “quell’amor che tutto muove, per l’universo penetra e discende” nella concezione dantesca. Quel richiamo a cui, liberato l’individuo dai vincoli limitanti del narcisismo e delle paure nevrotiche, ci auguriamo di poter riconsegnare i nostri pazienti attraverso il percorso, pur complesso, del nostro lavoro.

 

Visti e letti

Risonanze

Dare corpo

Hilmann dopo Hilmann

FORM

Fatti della vita

Purtroppo una grave perdita ha colpito Elena Vlacos, psicoterapeuta della Gestalt specializzata nella nostra scuola e preziosa collaboratrice di molte iniziative della scuola. Vogliamo ricordare la scomparsa di suo padre con alcune parole da lei scritte che con grande affetto e commozione condividiamo tutti insieme.

 

“Ciao papà, oggi ci siamo tutti qui, a ricordarti, c’è chi ti ricorda come un gran professionista nel tuo lavoro, e io non solo ti ricordo così ma ti ricordo anche come il mio papà. Una persona solare e giocherellona, seria precisa e rigorosa verso le regole con valori molto forti rispetto alla famiglia all’amicizia alla sincerità e all’onesta. Non è certo facile vivere oggi con questi valori, ma è ciò che tu mi hai lasciato ed io desidero custodire come dei tesori. sei stato un marito molto solido e legato alla mamma, una figura di riferimento per me e Andrea, un amico di gran compagnia per i tuoi amici.

Mi hai fatto scoprire l’amore per le cose belle, la libertà, la musica, la natura,  il mare,  lo sport e il tempo in compagnia degli amici e della famiglia, sarebbero tanti gli aneddoti da raccontare, e me li porto tutti nel cuore, come tutti gli insegnamenti che mi hai lasciato. Oggi per noi è un grande dolore perderti, perché desideravo tanto che ti godessi il tempo libero in pensione, spensierato, con tutta la tua famiglia.  È stato sicuramente così, fino all’ultimo siamo stati insieme molto vicini e molto presenti e così lo saremo ancora, ricordando questa giornata per sempre, portandoti nel nostro cuore.

Mi voglio ricordare di te con il sorriso, Infatti avrei voluto sentire una delle tue canzoni di Paolo Conte, o di Enzo Iannacci, Questa mattina qui per accompagnare questa celebrazione.

Hai vissuto una vita piena, hai avuto tutto quello che desideravi; la malaltia è stata una prova Molto dura e tu come sempre hai dimostrato di essere forte, e di lottare, avendoci sempre qui, vicini a te”.

 

Vorrei ringraziare i presenti che sono venuti a darti un ultimo saluto, chiedendo loro di non dimenticarti, perché le persone continuano a vivere nella memoria di chi li ricorda. Molti amici non sono potuti venire, gli amici quelli che vivono lontani, ma sono sicuramente qui oggi con il loro pensiero, a riscaldare questa giornata un po’ fredda.

 

Ti voglio bene papà.

Sensory awareness

Sensory Awareness

Sulla percezione e consapevolezza

cura di Valter Mader

(parte seconda)

Polarità

tutto è duale, tutto ha due poli, ogni cosa ha il suo opposto.

Proseguiamo il viaggio entrando più nello specifico della conoscenza di come siano caratterizzanti i contenuti delle “Credenze che Distorcono” la visione al di fuori di noi.  Eccoci quindi ad avviare il viaggio per conoscere il tema delle polarità e scoprendo quelle personali di cui siamo a conoscenza e quelle di cui non siamo consapevoli. Il viaggio genera timore o paura di incontrare queste parti nascoste e paura di non reggere l’esperienza della furia dei nostri elementi interni scatenati, del rischio della dissoluzione della immagine rassicurante che abbiamo di noi stessi. La conoscenza dissolve i nostri attaccamenti alle idee fisse, da ciò che “ci piacerebbe essere”.

Ricordo che Perls sosteneva che in realtà lo scopo implicito della terapia non era tanto quello di mirare alla soluzione dei problemi, ma piuttosto allo sviluppo di una posizione centrale in cui questi ultimi, ovvero le caratteristiche conflittuali dell’individuo, vengono lasciate così come sono e semplicemente contemplate fenomenologicamente. Si tratta quindi di sviluppare una consapevolezza che sia in grado di contemplare divinità pacifiche e irate, visione pura ed impura senza né preferenze né attaccamento. Una accettazione incondizionata dunque dell’essere ciò che si è essendo capaci di fare la propria scelta. Il percorso di conoscenza di sé necessita di un motivato “intento” per raggiungere il fine che ci si propone e il senso di questo termine, sinonimo di intenzione, indica volontà più determinata e più diretta allo scopo.

Nella pratica della consapevolezza ciò che viene richiesto è di sviluppare una maggiore capacità di autosservazione e scoprire come si funziona e ottenere più informazioni su se stessi

 

L’esperienza esplorativa delle polarità volge al fine di integrare quelle parti che non appaiono come percezione di sé. Potrebbero essere carenti gli aspetti Apollinei e Dionisiaci e naturalmente necessita valutare ciò che serve. Se manca l’aspetto Apollineo, i cosiddetti “piedi in terra” c’è certo bisogno di sviluppare più concretezza, il “senno”, un “fare i conti”, la “razionalità”, mentre quando è carente l’aspetto Dionisiaco allora bisogna imparare a “lasciarsi andare”, a sviluppare un po’ ‟ di istintualità, lasciare il “controllo”.

Questa integrazione necessita per la maggior parte delle persone “cristallizzate” nel vivere in modalità “giuste e ben adattate”, probabilmente determinate da una sempre più amplificata massificazione attraverso il condizionamento o ipnosi sociale. L’azione per uscire da questa bolla “cristallizzata” è indirizzata a quelle parti che sveleranno gli introietti e a prendere contatto con le parti rimosse che sono le parti negate. Il corredo di tecniche gestaltiche è ampio per promuovere lo svelamento di modalità di stare al mondo, quali:” generalizzazioni e nel parlare di … “piuttosto che” parlare a …” scoprire  il ”doverismo e l’intornismo”,  il focalizzare l’attenzione sull’”esperienza del qui e ora”, l’importante e basilare  rispecchiamento  attraverso i feedback nelle esperienze di gruppo in quanto sono proprio di aiuto per  riconoscere ciò che viene negato.

Un aspetto importante del lavoro “terapeutico” è quello di svelare, di aiutare a prendere consapevolezza degli aspetti del sé negati. Il concetto di rimozione esprime fondamentalmente la negazione dell’evidenza, dell’ovvio. Ci si limita continuamente nel proprio potenziale creativo impedendo di far affiorare alla coscienza quello che Freud chiama “inconscio” che per la Gestalt, in cui si sottolinea la propria responsabilità in ciò che si sceglie di vedere, rappresenta sostanzialmente il rifiuto di “prestare attenzione”, il nostro bisogno di evitamento nel “vederci”. Stiamo con l’osservazione di S.Mazzei: ”In altre parole si fa la scelta “inconsapevole” di essere “inconsapevoli” limitando pertanto l‟ auto-osservazione”

In queste figure tratte dal libro di Zinker , possiamo avere una rappresentazione grafica del modo in cui noi limitiamo la consapevolezza dei nostri aspetti polari.Questa mappa rappresenta la “visione di sé” delle numerose “polarità” intese come manifestazioni anche contradditorie del Mondo Interno (MI) di una persona e di cui la stessa ne è consapevole e agisce negli accadimenti della vita.

Questa mappa rappresenta la “visione di sé” limitata al minor numero di “polarità” nella zona bianca e la persona non è consapevole delle tante forze ed emozioni che risiedono nella zona scura e ciò rende “monotona” la sua risposta  negli accadimenti della vita

Poniamo l’esempio di molte persone che si manifestano in maniera sempre gentile e mai consapevoli della propria crudeltà: dolci, affabili e sensibili e che respingono la possibilità in se stessi di essere altrimenti.

Traiamo dal libro  “Narciso e Boccadoro” di Hermann Hesse la polarità di contrasto fra spirito e natura. Narciso è l‟Apollo che governa gli impulsi e vive in un monastero aspirando a divenire un monaco, è una sorta di praticante di Vipassana: contemplativo, sensibile, molto centrato su di sé e che governa tutte le proprie pulsioni. Boccadoro è il Dioniso centrato sui sensi con animo artistico, che vive una vita vagabonda ed è sempre in giro, ha molti amori e fa molte esperienze. Un tipo “vita spericolata”. Narciso e Boccadoro sono grandi amici ma devono dividersi se vogliono “trovare se stessi”. Ecco quanto Narciso dice a Boccadoro: “Non è il nostro compito quello di avvicinarci, così come s’avvicinano il sole e la luna, o il mare e la terra. Noi due, caro amico, siamo il sole e la luna, siamo il mare e la terra. La nostra mèta non è di trasformarci l’uno nell’altro, ma di conoscerci l’un l’altro, d’imparar a vedere ed a rispettare nell’altro ciò ch’egli è: il nostro opposto e il nostro complemento.”

Riprendiamo in questo contesto quanto sopra detto, rispetto all’attitudine di vivere la relazione con il mondo attuando una modalità  manipolatoria o non autentica, che è caratteristico dei modi nevrotici di “stare nel mondo”. Sottolineiamo che questo modo nevrotico è caratterizzato dall’evitamento di sostenere certe esperienze e determina delle “fughe” in quanto scarsamente educati al contatto con l’ambiente, a “stare con l’esperienza” per quanto possa essere dolorosa o sconcertante.

E’ mia opinione che la nostra società moderna sia particolarmente orientata all’ immagine e sia sempre più esaltata nel mito della personalità. È richiesto il camuffamento di gran parte del nostro essere con la conseguenza di dover togliere dal nostro manifestarci tutto ciò che può essere discutibile per noi o per gli altri. E’ una azione per uniformare le reazioni agli eventi,  tipo logica binaria “ uno- zero” “ mi piace non mi piace” e altro. Questo recupero delle differenziazioni restituisce dignità al sentito emozionale e corporeo, ancora troppo spesso censurato nella cultura occidentale che codifica rigidamente l’espressione pubblica della collera, della tristezza, dell’angoscia …. e anche della tenerezza, dell’amore e della gioia.

Maschile – Femminile                                                         Altruismo – Egoismo                                                                              Aggressività – Sottomissione                                           Logica – Fantasia                                                                                                          Gioco – Lavoro                                                                      Forte –Debole                                                                                                             Deciso – Indeciso                                                                Socievole – Ritirato                                                                                                Estroverso – Timido                                                         Distruttore / Conservatore                                                                                          Libertà / Controllo                                                                Dissoluto / Integro                                                                                               Intuizione / Logica                                                             Arte / Matematica                                                                                                Analogico / Digitale                                                          Separazione / Connessione                                                                                   Creatività / Adattamento                                                          Drago / Eroe

Pazzia / Senno                                                                              Antitesi / Tesi

 

E quanti altri?

Scopriamoli!!

Prendiamo l’esempio di una persona che non è abituata esprimere la sua debolezza. Sarà una persona che si riempirà la testa di frasi come “io sono forte, ce la posso fare da solo, non ho bisogno di nessuno!”, quando in realtà forse potrebbe anche concedersi il fatto di esprimere la sua difficoltà e chiedere aiuto a qualcuno.

e via discorrendo potenzialmente all’infinto: ogni persona dunque all’interno di se può avere “più persone”. Una parte del lavoro gestaltico consiste nel far dialogare queste partifarle conoscere alla persona, farle esprimere in modo tale che possa usarle.

Nella concezione di Perls, la nostra consapevolezza è ristretta perché non accettiamo la sofferenza e perciò il processo di accompagnamento necessità di mantenere un elemento di austerità. La persona “nevrotica” sarà gradualmente educata a “stare con l’esperienza”, per quanto doloroso possa essere. La terapia della Gestalt mira alla integrazione degli opposti, per far si che gli individui possano diventare veri e reali e funzionare come la totalità sana che ogni organismo ha implicita nella sua natura. La ricaduta più significativa nella pratica terapeutica della polarità consiste nel processo di integrazione delle proiezioni. Infatti uno degli obiettivi del processo terapeutico che più premeva a Perls, era far si che le persone si riappropriassero  il più possibile delle proiezioni che avevano messo nell’ambiente. Le proiezioni sono i tratti di noi che non accettiamo e che per allontanarli e non sentirli pericolosi, attribuiamo all’ambiente e agli altri. In questo modo la realtà ci risulta distorta e più proiettiamo più questa diviene sconosciuta nella sua vera essenza. Attraverso le tecniche di assimilazione è possibile aiutare le persone a “riprendersi” quello che hanno messo fuori e a incorporarlo di nuovo. Quello che è stato messo fuori viene allora riconosciuto come parte della propria esperienza. Le tecniche varie avranno il fine di portare in evidenza le gestalt emergenti e dare una loro posizione nella sfera della consapevolezza e per fare ciò saranno sperimentate fino in fondo alle loro manifestazioni più contrastanti Vivere una vita nel pieno delle proprie potenzialità, conoscere a fondo le polarità che stanno alla base delle nostre nevrosi è possibile grazie alla riconciliazione delle polarità che stanno dentro ognuno di noi. Su questa “anagnosiris” (termine che Aristotele introduce nella sua Poetica e che possiamo tradurre come “rammemorazione”) Claudio Naranjo desume il paradigma del percorso di crescita e “adultizzazione” nelle persone che inconsapevolmente rimuovono (nell’inconscio) le verità scomode e questo percorso ci può portare ad una condizione più consapevole, adulta corresponsabile del nostro destino personale ma anche del contesto sociale di cui siamo partecipi.

Ascolto Attivo o Attivo l’Ascolto?
Sono interessato a te!

Praticare l’ascolto attivo significa riuscire a dire all’altro: “Ciò che tu sei e comunichi è importante per me”.

Si sente spesso parlare di ascolto attivo, ma quanti sanno esattamente di che si tratta? Iniziamo col dire che, insieme all’empatia e all’accettazione incondizionata, l’ascolto attivo è uno dei tre pilastri del modello di Counseling di Carl Rogers, attraverso i quali è possibile accompagnare la persona alla riscoperta delle proprie risorse.

Si tratta di una tecnica sviluppata da Thomas Gordon – il celebre psicologo americano che ha dedicato gran parte della sua vita a divulgare le modalità di una buona comunicazione come strumento per la risoluzione dei conflitti fra genitori e figli, uomini e donne, insegnanti e studenti, dirigenti e dipendenti – e si basa sull’empatia e sull’accettazione incondizionata, con l’obiettivo di creare un clima in cui una persona possa sentirsi empaticamente compresa e non giudicata.

Quando si pratica l’ascolto attivo, invece di porsi con atteggiamenti che tradizionalmente vengono considerati da ”buon osservatore” – ossia, come persone impassibili, neutrali, incuranti delle proprie emozioni e tese a nascondere e ignorare le proprie reazioni a quanto si ascolta – è necessario rendersi disponibili a comprendere realmente ciò che l’altro sta comunicando, mettendo anche in luce possibili difficoltà di comprensione. Solo in questo modo è possibile stabilire rapporti di riconoscimento, rispetto e apprendimento reciproco.

Per diventare” attivo”, l’ascolto deve essere aperto e disponibile non solo verso l’altro e verso ciò che dice, ma anche verso se stessi, per ascoltare le proprie reazioni, per essere consapevoli dei limiti del proprio punto di vista e per accettare il non sapere e la difficoltà di non capire.

Ciò che è importante sottolineare, è che da questa modalità di ascolto è escluso non solo il giudizio, ma anche il consiglio e la ricerca di soluzioni agli eventuali problemi espressi dall’altro. Praticare l’ascolto attivo significa riuscire a dire all’altro: “Ciò che tu sei e comunichi è importante per me”.

 

Nello specifico, l’ascolto attivo si compone di quattro fasi:

  • Ascolto passivo: in questa fase si ascolta in silenzio, permettendo all’altro di esporre i propri problemi senza essere interrotto.
  • Messaggi di accoglimento: l’ascoltatore utilizza messaggi non verbali – come un cenno della testa, un sorriso, ecc. – e verbali (“Ti ascolto”), per far comprendere all’altro che lo sta veramente ascoltando.
  • Inviti all’approfondimento: attraverso messaggi verbali, l’ascoltatore incoraggia chi parla ad approfondire l’argomento senza giudicare o commentare ciò che è stato detto.
  • Ascolto attivo: in questa fase l’ascoltatore dà un feedback, una rilettura di ciò che ha detto l’altro per verificare se ha capito, riproponendo il contenuto del messaggio condiviso dall’altro con parole diverse, rimandando all’altro anche emozioni e sentimenti emersi nel racconto.

Fatti della vita

INTERROGATORIO TRA ANTONIO DI MARCO (A) E INTERROGANTE (D). Ricostruzione di R. Zerbetto

D          ANTONIO DI MARCO?

A          … non so, forse sì, cosi mi chiamano

D          sa perché la interroghiamo?

A          in verità … non saprei

D          sa quello che ha commesso?

A          … l’altra sera … ma non sono sicuro

D          nega di aver ucciso Lei e Lui

A          … non so. Forse sì ma … io? Ma io … io … non saprei chi sono … a volte non so se ci sono davvero

D          era consapevole di quello che faceva?

A          consapevole … forse mai del tutto. Non saprei

D          ma il movente … il perché ha ucciso?

A          ucciso … già … ho ucciso … così mi dite

D          eppure lo ha fatto in modo efferato e premeditato

A          nelle mente … certo, un’ossessione. Come un film che non potevo fermare. Nei fatti poi … come se qualcuno lo avesse fatto per me

D          come … qualcuno l’ha influenzato?

A          non saprei … una parte di me che non conosco, forse

D          ma cosa sa di questa parte … se è una parte di lei stesso?

A          in realtà … non so chi sia … e non l’ho mai voluto sapere

D          come può essere … provi ad entrarci in questa parte … se è una parte di lei … può farlo. In fondo … non si uccidono due persone senza un motivo … ed in modo così apparentemente lucido e determinato …Quale motivazione l’ha spinta a questo gesto così estremo

A          estremo … sì … estremo come l’ossessione di vedere due che si amano mentre io … non amo e non sono amato … o forse non posso dirlo, ma questo non toglie che io mi senta condannato ad essere solo e senza possibilità di scampo. Non so bene il perché ma … è così … da sempre e per sempre non potrò rompere questa condanna

D          ma lei era innamorato di uno dei due amanti? Di lei … o forse di lui dal momento che non aveva una fidanzata, pur essendo un bel ragazzo … non ci sarebbe niente di male …

A          non saprei … in effetti mi stordiva la bellezza di entrambi ma soprattutto assistere all’amore che scorreva tra loro … un qualcosa di assoluto e di vietato per me … per sempre e … senza sapere il perché e … un’ossessione che mi ha divorato giorno e notte fino a che qualcosa è scattato, come se mi pilotasse a por fine a questa tortura … di assistere al bene che mi è precluso … ed una rabbia sorda, gelida, violenta e vendicativa contro tutto e tutti …. Ma soprattutto contro coloro che erano la causa del mio malessere dal quale non avevo scampo

D          ora si rende conto di quello che ha compiuto e del dolore che ha procurato a tutte le vostre famiglie?

A          dolore … certo ma … non riesco a sentire neppure il mio … mi ucciderebbe se non avessi una specie di anestesia che mi protegge da ogni forma di sofferenza che non sia questo torpore immobile, statico … che sembra non poter finire e dal quale non ho scampo.