Fatti della vita

INTERROGATORIO TRA ANTONIO DI MARCO (A) E INTERROGANTE (D). Ricostruzione di R. Zerbetto

D          ANTONIO DI MARCO?

A          … non so, forse sì, cosi mi chiamano

D          sa perché la interroghiamo?

A          in verità … non saprei

D          sa quello che ha commesso?

A          … l’altra sera … ma non sono sicuro

D          nega di aver ucciso Lei e Lui

A          … non so. Forse sì ma … io? Ma io … io … non saprei chi sono … a volte non so se ci sono davvero

D          era consapevole di quello che faceva?

A          consapevole … forse mai del tutto. Non saprei

D          ma il movente … il perché ha ucciso?

A          ucciso … già … ho ucciso … così mi dite

D          eppure lo ha fatto in modo efferato e premeditato

A          nelle mente … certo, un’ossessione. Come un film che non potevo fermare. Nei fatti poi … come se qualcuno lo avesse fatto per me

D          come … qualcuno l’ha influenzato?

A          non saprei … una parte di me che non conosco, forse

D          ma cosa sa di questa parte … se è una parte di lei stesso?

A          in realtà … non so chi sia … e non l’ho mai voluto sapere

D          come può essere … provi ad entrarci in questa parte … se è una parte di lei … può farlo. In fondo … non si uccidono due persone senza un motivo … ed in modo così apparentemente lucido e determinato …Quale motivazione l’ha spinta a questo gesto così estremo

A          estremo … sì … estremo come l’ossessione di vedere due che si amano mentre io … non amo e non sono amato … o forse non posso dirlo, ma questo non toglie che io mi senta condannato ad essere solo e senza possibilità di scampo. Non so bene il perché ma … è così … da sempre e per sempre non potrò rompere questa condanna

D          ma lei era innamorato di uno dei due amanti? Di lei … o forse di lui dal momento che non aveva una fidanzata, pur essendo un bel ragazzo … non ci sarebbe niente di male …

A          non saprei … in effetti mi stordiva la bellezza di entrambi ma soprattutto assistere all’amore che scorreva tra loro … un qualcosa di assoluto e di vietato per me … per sempre e … senza sapere il perché e … un’ossessione che mi ha divorato giorno e notte fino a che qualcosa è scattato, come se mi pilotasse a por fine a questa tortura … di assistere al bene che mi è precluso … ed una rabbia sorda, gelida, violenta e vendicativa contro tutto e tutti …. Ma soprattutto contro coloro che erano la causa del mio malessere dal quale non avevo scampo

D          ora si rende conto di quello che ha compiuto e del dolore che ha procurato a tutte le vostre famiglie?

A          dolore … certo ma … non riesco a sentire neppure il mio … mi ucciderebbe se non avessi una specie di anestesia che mi protegge da ogni forma di sofferenza che non sia questo torpore immobile, statico … che sembra non poter finire e dal quale non ho scampo.

Visti e letti

Visti e letti

di Margherita Fratantonio 

da: www.taxidrivers.it

1.    Cosa resta della rivoluzione: Commedia brillante per chi vuole cambiare il mondo

Alla sua prima regia, l’attrice e sceneggiatrice Judith Davis ci regala una deliziosa commedia, Cosa resta della rivoluzione. Per farci riflettere, sorridendo, sull’impegno politico, oggi più che mai necessario.

È una deliziosa commedia che affronta il tema dell’ impegno politico com’ era una volta,  ora non più proponibile. Almeno non con gli stessi schemi, non con gli stessi modelli. Il film è credibile, nei toni misurati e negli ambienti, negli effetti umoristici ed emozionali

Il ruolo della protagonista è affidato alla stessa regista  Judith Davis (Viva la libertà). Angèle è una giovane donna laureata in urbanistica che vive nell’utopia di cambiare il mondo. Una militanza, la sua,ispirata a quella dei genitori, che nel lontano ’68 hanno vissuto sulle barricate del maggio francese.

Poco importa se il padre finora non ha realizzato granché e la madre ha abbandonato città e  lotta politica, insieme.  Più imperdonabile è la sorella per aver scelto una famiglia borghese, un lavoro negli affari, e un marito a dir poco discutibile,  tagliatore di teste, che difende nevroticamente il suo ruolo per soffocare i rimorsi.

Angèle, nata in una società che non lascia posto alle ideologie, è molto triste, molto arrabbiata, e indaffarata. Tanto da non trovare il tempo per una possibile relazione sentimentale. Riuscirà il tenero Said (Malik Zidi) a trovare un posto nel suo cuore? E la nostra eroina, alla fine, lo accoglierà?

Recensione di Cosa resta della rivoluzione

Nell’incipit del film, conosciamo subito Angèle che, come parlasse tra sè, ci rende complici del suo sogno: costruire spazi comuni dove la gente possa stare bene insieme. La conosciamo ancora di più nella scena successiva. Sta fronteggiando due persone che, per non assumerla, usano parole melliflue, quasi a convincerla che la flessibilità sia un bene. La invitano a mettersi in gioco, ed è quello che lei d’ora in poi farà, dedicandosi a un progetto tutto suo.

Ma solo dopo la sfuriata liberatoria contro le banalità sfoderate dai due, tipo: “Così va il mondo”, Al colmo   della rabbia, Angèle urla la cosa per lei più offensiva: “Mi fate pensare entrambi a Michael Jackson”. Quasi un’evocazione del morettiano “Ve lo meritate Alberto Sordi”.

Un simbolo, come fosse il male dei mali, che riassume ciò che si detesta e contro cui accanirsi.  Certo dev’essere ben scomodo vivere nel momento sbagliato e sentirsi impotenti per modificarlo!

Lo spiega molto bene la stessa regista: «Cosa resta della rivoluzione è nato dal mio desiderio di confrontarmi per l’ennesima volta con l’ingombrante totem rappresentato dal maggio del ‘68, ingombrante perché ogni volta che nasce un movimento di contestazione, sembra lo si debba sempre per forza confrontare con il maggio francese. Come se non fossimo autorizzati a reinventare modelli di impegno politico perché sembrano sempre al di sotto di quelli nati in quel periodo».

a rivoluzione del film, psicologica e politica

Ma la rigidità di Angèle consiste anche nel non riuscire a emanciparsi dall’eredità genitoriale. Perché c’è stato un tempo in cui la famiglia era unita, prima ancora che gli ideali sbiadissero, o venissero rinnegati.

Intanto, lei e il suo collettivo (anche il film nasce da un collettivo di attori) non riescono a definire gli elementi sui quali fondare una teoria che li sostenga. Nella riproduzione goffa delle assemblee anni Settanta, non trovano le parole che possano trasformarsi in azioni. Si perdono così in astrattismi divertenti per noi (molto meno per loro). Quando non vanno a recitare poesie di Whitman in banca o non manifestano per strada: Angèles, l’amica Lèonor (Claire Dumas) e il gruppo di reduci attivisti, sempre alla ricerca di battaglie inedite.

Lei vuole essere compagna a ogni respiro, ma deve trovare qualcosa di nuovo per cui combattere.  E dire che di lotte reali ce ne sarebbero, anche tante. Lo stesso anno in cui è stato prodotto  Cosa resta della rivoluzione (2018) esce in Francia il film di Brizé En guerre, e tre anni prima La legge del mercato.

Ci sarebbero appunto i diritti degli operai, e tante altre cause civili, sociali, politiche. Perché no, l’immigrazione? È sempre del 2018 Benvenuti a casa mia(di Philippe de Chauveron),  commedia che gioca ancora di più con gli stereotipi della sinistra, e della destra, amplificandoli.

Parlare ancora del Sessantotto

Dal Sessantotto è passato davvero tanto tempo e ci si è parlati addosso abbastanza. Angèle lo investe di odio e amore, gli stessi della regista, che sceglie come sottotitolo del suo film “Commedia brillante per chi vuole cambiare il mondo”.

L’impaccio dei personaggi impegnati e confusi infatti non scade mai nel ridicolo, perché il film non vuole essere uno scimmiottamento dei tempi andati, bensì stimolo all’azione, oggi, se pure tra mille difficoltà. E la ricerca ostinata delle parole per orientarla esprime tutta la sua necessità. Amo questi posti indefiniti. Creano possibilità.

Parigi vista dagli occhi di questa giovane urbanista alternativa non è quella solita dei bistrot, dei giardini di Lussemburgo, delle rive del canale Saint Martin. Posti indefiniti che creano possibilità, piuttosto, come dice lei stessa. I murales della periferia, le rotaie abbandonate, o i grandi edifici a vetri, comuni alle grandi città. Per dirci che i suoi problemi superano i confini parigini e francesi. Appartengono a tutta la generazione, europea e internazionale, che non riesce a recuperare il ritardo di cui non è responsabile.

Gli spazi sono il più delle volte resi con una bella luce naturale. Poche le scene al buio. A farci sperare in una conclusione pacificatoria della vicenda. Quasi un diario, a dire il vero, dei giorni spesi alla ricerca di una meritata affermazione.

Verso il dramma, come soluzione delle contraddizioni

Il film prende poi una piega drammatica, l’unico modo per sciogliere le ansie e le contraddizioni nell’anima di Angèle. Nel farsi più intimo, sembrerebbe perdere la sua leggerezza. Ma l’incontro intenso tra donne, lontane dalla città, è il vero sollievo della cara Angèle e nostro.

L’autenticità tutta al femminile forse non basta per salvare il mondo, ma almeno qui ci fa respirare un po’. E se ci venisse da dire, sconfortati, che della rivoluzione non c’è più nulla, l’empatia nelle relazioni, e la capacità di esprimerla, confermano che qualcosa invece è rimasto.

Cosa resta della rivoluzione invece ha uno stile tutto suo. Non cerca la risata con l’equivoco della classica commedia. È un sorriso malinconico quello dello spettatore. Che assiste al bisogno di re-inventarsi, quando si è convinti che i padri hanno arraffato tutto, lasciando solo le briciole e a volte nemmeno quelle.

2.   Venezia 77: Il film struggente di Emma Dante: Le sorelle Macaluso

Le sorelle Macaluso di Emma Dante, distribuito da Teodora Film, uno degli appuntamenti più attesi del Festival, mantiene e supera le aspettative

Le sorelle Macaluso di Emma Dante, distribuito da Teodora Film,  esce subito nelle sale, il 10 settembre, appena un giorno dopo la presentazione alla Mostra di Venezia.

Film molto atteso, per il nome dell’ autrice, la bellezza della locandina e del trailer, la presenza femminile di questa Mostra che finalmente ha ben otto registe in concorso. E per il successo internazionale della versione a teatro del 2014 che si è aggiudicata il riconoscimento di due premi UBU, come migliore regia e spettacolo dell’anno.

Le sorelle Macaluso mantengono tutte le aspettative, anzi le superano. Scene struggenti, in un crescendo emotivo che coinvolge e avvolge. Ci fa entrare a casa delle protagoniste, riprese nella loro intimità e nei loro segreti. E respirare le loro stesse atmosfere.

Le sorelle Macaluso: trama

Vivono, le cinque sorelle Macaluso, all’ultimo piano di una casa palermitana di fronte al mare, già vecchia all’inizio della narrazione, ma tenuta viva dall’esuberanza della loro adolescenza. L’allegria si spegne nella vita adulta, lasciando il posto a una comunicazione fatta di silenzi o rabbie che esplodono improvvise. L’ultima fase del racconto ritrae le sorelle ormai anziane, quelle che sono rimaste. La famiglia non esiste più; molto tristemente, gli oggetti e la casa invece le sopravvivono.

Quella casa in riva al mare. E’ proprio questo l’elemento commovente del film: le relazioni si appesantiscono, sclerotizzandosi, e lo spazio nel quale tutto ciò è avvenuto rimane, a riprova di un tempo che non torna. Non tanto quello dorato in cui si è stati bambini, testimoniato da ricordi lontani, eppure ancora vivi. E dalle cose, come il giocattolo di latta che se gli dai la corda funziona ancora. Quanto l’età adulta, quella in cui si poteva fare i conti con i rimpianti e se ne è persa l’occasione.

E dicevamo, la casa, che si fa contenitore di giochi e sogni, intese e litigi, burle e confidenze, di quei ruoli che stupidamente si concorre tutti a stabilire, perché così sembra più facile andare avanti. Copioni, sbagliati, che rassicurano. L’appartamento pulsa anche quando le ragazze escono. Almeno questa è l’intenzione della macchina da presa che inquadra per un po’ la porta dall’interno, dopo che viene chiusa, e poi fa il giro delle stanze, vuote delle frenesie giovanili e delle voci che si rincorrono.

E mentre le camere custodiscono segreti, le cose li imprigionano: il piatto del servizio buono rotto e incollato, il paladino dai colori spenti e il quadretto con il clown appesi alle pareti, il grande pinocchio di legno.

La casa silenziosa, come ne La famiglia di Ettore Scola, ma più malinconica e sola

La casa viene ripresa spesso silenziosa, nei momenti in cui tutti gli abitanti sono usciti, come ne La famiglia di Ettore Scola, ma che differenza! Lì figli e nipoti di Carlo (Vittorio Gassman), per ottant’anni consecutivi, continuano a  rianimare la loro abitazione borghese. A Palermo, invece, i decenni delle sorelle Macaluso rendono il loro ambiente sempre più chiuso, malinconico, nonostante la vista e il rumore del mare che si sente a inizio e chiusura del film.

Però c’è il tubare delle colombe che nel solaio vivono a centinaia e che Maria, Pinuccia, Lia, Katia e Antonella affittavano, da ragazze, per le feste di matrimonio.  Tanto tornavano, perché loro, sì, conoscono la strada. Sanno andare, volare e tornare, anche quando non vengono più curate. Le Macaluso no, stanno radicate in questo luogo stantio a rimuginare ricordi, alimentare il trauma familiare mai elaborato, accusarsi vicendevolmente del fallimento personale.

Nell’età adulta delle protagoniste gli esterni scompaiono. La vita che si restringe è resa dagli esterni che scompaiono, senza elementi vitali all’interno (né figli, né nipoti, né parenti, né tanto meno amici) rispetto alla prima parte in cui le sorelle vanno al mare di Mondello, attraverso un percorso tutto di scoperta e la voce calda di Battiato che canta “Ma tu che vai, ma tu rimani”.

In questi esterni, al posto del vicolo claustrofobico nel primo film di Emma Dante, Via Castellana Bandiera (2013), si respirano spazi naturali, in cui si può correre, ballare, giocare, e una di loro può persino  innamorarsi di una coetanea nella bellissima scena di un cinema all’aperto.

 

Le inquadrature gioiose sono studiate senza narcisismo, freschi i colori dei vestiti, naturali i gesti quotidiani.  Resta in memoria la mise della piccola di casa, Antonella: mutande e canottiera bianche come le colombe che porta in braccio mentre le coccola. E la convinzione del suo “Sei bellissima” rivolto al mito della sorella maggiore che si sta truccando.

Ma anche i corpi leggeri della giovinezza s’intristiscono oltre modo. Come la casa, si fanno muti. Solo  la sorella interpretata dalla bravissima Donatella Finocchiaro, rimane giovanile e rivendica la sua fisicità con orgoglio, a dispetto della casa che va a pezzi. Insieme a quel che resta dell’idea di famiglia.

Emma Dante è riuscita, anche grazie a una sceneggiatura perfetta scritta con Elena Stancanelli e Giorgio Vasta, a raccontarci la vita di queste cinque donne nella loro intimità. E i loro passaggi esistenziali. A raccontarci anche la morte. E il rapporto di ciascuna con i fantasmi nella mente. A volte tenere presenze, a volte funerali dell’anima, a dirla con Baudelaire.

Incesto tra vivi e morti, lo definisce lei (oggi nell’intervista a Repubblica), che aggiunge: “Non se ne va la persona che hai amato, come non se ne va l’alone sulla poltrona”.

E ha saputo raccontarci, in più, come un gruppo familiare possa colpevolmente rinchiudersi in un interno. Bellissima però la sua affermazione: “Spero che questa famiglia di donne possa far affiorare i ricordi di noi bambine dentro le stanze dell’infanzia dove strette da un legame fortissimo siamo state sorelle”.

Interpreti del film: Alissa Maria Orlando, Susanna Piraino, Anita Pomario, Eleonora De Luca, Viola Pusatieri, Donatella Finocchiaro, Serena Barone, Simona Malato, Laura Giordani, Maria Rosaria Alati, Rosalba Bologna, Ileana Rigano

Produzione Rosamont e Minimum Fax Media con Rai Cinema

Risonanze

Risonanze

(a cura di Fabio Rizzo: rizzofa@fastwebnet.it)

 

Ciò che importa è che io rifletta su me stesso. E io non so farlo! Non l’ho mai imparato. Oppure l’ho dimenticato. Perciò vivo inerme, come un animale.

 

  1. Musil, Vinzenz e l’amica degli uomini importanti, p. 20 (Einaudi, 1982)

 

 

La centralità della riflessione per la regolazione e il benessere, trova un’eco nell’importanza assegnata alla teoria della mente, sia nei bambini sia negli adulti. Entrambe queste funzioni sono connesse alla comprensione di sé e della mente degli altri, alla capacità di acquisire consapevolezza relativamente ai propri pattern emotivi e comportamentali e di regolarli in tempo reale. In altre parole, la consapevolezza riflessiva può essere di grande aiuto per un individuo per progredire da reazioni indesiderate e inconsce a una consapevolezza in grado di offrirgli la possibilità di scelta.

 

  1. Ginot, Neuropsicologia dell’inconscio, p. 230 ( Raffaello Cortina, 2017)

 

 

L’idea suggerita da Robert Musil secondo cui la mancanza della capacità di riflessione negli animali li renda indifesi è, per contrasto, molto efficace a rilevare l’importanza del suo possesso e utilizzo da parte degli esseri umani. Come viene spiegato e messo bene in luce dal brano di Efrat Ginot, una psicologa statunitense che divulga le più recenti scoperte della ricerca neuroscientifica e se ne avvale nella sua pratica di psicoterapeuta.

Sensory Awareness – Sulla percezione e consapevolezza (parte prima) a cura di Valter Mader

Dare Corpo

A cura di Giovanni Montani

 

Amore è interesse attivo per la vita e la crescita di ciò che amiamo

Sono approdato al lido della Gestalt dopo anni di navigazione in acque che lambiscono diverse terre esperienziali delle Relazioni d’aiuto e ho appreso e, in parte sperimentato, il sapere delle “genti” che le abitavano. In ogni esperienza ho riconosciuto il mio bisogno “organismico” di crescere e di evolvermi e sono stati importanti e intermedi passaggi di un viaggio verso una meta più lontana di cui intuivo l’esistenza e non conoscevo la rotta per raggiungerla.

Ho vissuto l’esperienza di operatore shiatsu con formazione ASK – Aiki Shiatsu Kyokai nell’ arco di tempo di circa sette anni, prima di approdare alla formazione di counselor gestaltico. Nell’esperienza dello shiatsu, coglievo con interesse le originali e personali manifestazioni corporee degli innumerevoli disagi e problematiche riportate dai clienti. Ricordo che durante le anamnesi a carattere energetico, nel raccogliere informazioni sulla famiglia, i clienti potevano evidenziare forti conflitti con i genitori, ad es. attraverso un sorriso a mò di ghigno, riportando le malattie gravi di un genitore, piuttosto che di un ritrarsi con un atteggiamento di chiusura con le spalle e accompagnato da una voce mesta che poteva far intuire di un lutto non elaborato. Oppure le informazioni sui disagi personali o di altri famigliari erano vaghe e quindi sospette quando si riferivano ai tempi recenti della malattia e anche segnalazioni di problematiche personali visibili come punta di un iceberg e di cui la persona non era consapevole. Tutto ciò avrebbe potuto rappresentare le cause del disagio di stare nel mondo e con possibili riflessi di blocchi o limitazioni energetiche nelle varie parti del corpo. Tutto questo patrimonio ricco di elementi da elaborare nelle sedute rimaneva inespresso e isolato per mancanza di formazione appropriata e ne scaturì allora la decisione di far fruttare questa ricchezza e ripresi il viaggio verso il mondo della Gestalt.

Il viaggio rappresentò un ulteriore incremento di conoscenza di come “stavo nel mondo” e sicuramente espressione di modalità cristallizzate che interferivano nelle relazioni personali private e sarebbero state delle interferenze importanti nelle relazioni di accompagnamento. Il pretesto era il corso di formazione per counselor e in sostanza rappresentò il risveglio per Esserci.

Poi nei tempi gestaltici appresi che ognuno di “noi corpo” ha impressi i segni di esperienze del passato, segni che ci hanno permesso di adattarci alle situazioni e di compensare determinati vissuti che le hanno accompagnate. Consideriamo che nel percorso di crescita il bambino, sempre creativo nelle sue strategie di sopravvivenza, struttura il proprio corpo in un certo modo anche a causa di una interruzione dell’eccitazione dovuta a varie esperienze che ha vissuto nel contatto con l’ambiente. Le interruzioni protratte o traumatiche di tali eccitazioni sembrano costringere il bambino a dissociarsi dall’area del proprio corpo implicata a rivendicare di vivere l’eccitazione e ciò lo serra nella morsa di una tensione che appare necessaria ad impedirne l’espressione e quindi l’appagamento e perpetua così lo stato di bisogno e di frustrazione. Poiché l’ambiente in cui il bambino vive è comunque sempre lo stesso per parecchi anni, e può non essere sempre di sostegno, egli cronicizza delle modalità che divengono abituali e che quindi diventano sua parte integrante. Il bambino comincia ad interrompere il contatto con l’ambiente, ma a lungo andare si dimentica di come lo fa e perde il contatto con sé stesso e con il proprio corpo che, può rimanere” incastrato” in quella esperienza. È quindi attivo il processo di cristallizzazione che caratterizzerà la risposte che nel tempo si manifesteranno nell’incontro tra Mondo Interno (MI) e Mondo Esterno (ME) della persona. È il grande tema degli effetti dei Meccanismi di Difesa o anche blocchi energetici che ne scaturiscono al confine tra Mondo Interno (MI) e Mondo Esterno (ME)e che evidenziano una limitata modalità di adattamento creativo agli accadimenti della vita.

Quanto detto permette di cogliere l’aspetto manipolatorio o non autentico che è caratteristico dei modi nevrotici di “stare nel mondo”. Questo modo nevrotico è caratterizzato dall’evitamento di sostenere certe esperienze e determina delle “fughe” in quanto scarsamente educati al contatto con l’ambiente, a “stare con l’esperienza” per quanto possa essere dolorosa o sconcertante.

Il lavoro gestaltico rappresenta un modo per ampliare la consapevolezza tramite l’espressione verbale, quella motoria, amplificando il mondo immaginifico e dando maggior espressione alla esperienza artistica.

Il fine quindi è quello di promuovere risposte autentiche e quindi di lasciare l’attitudine della manipolazione di sé stessi e degli altri, ciò è riassumibile nell’affermazione di J.S. Simkin “io e tu, qui e ora”, vale a dire di accettare l’abbandono di modelli e aspettative.

Mi ha profondamente colpito e riporto il pensiero del IV Dalai Lama, sul cambiamento:

“L’atto di accettare il cambiamento ha un ruolo essenziale nelle relazioni con gli altri. Simili periodi di transizione possono diventare quelli cruciali, in cui comincia a maturare e fiorire il vero amore. Saremo finalmente in grado di conoscere davvero l’altro, di guardarlo come realmente è: un individuo distinto, magari con difetti e debolezze, ma non meno umano di noi. E allora potremo assumerci un impegno autentico, come di fatto accade nell’amore vero”.

Il lavoro sulla CONSAPEVOLEZZA ha, per quanto sopra esposto, lo scopo di aumentare la capacità di essere presenti nelle relazioni, consapevoli delle proprie esperienze emotive e capaci di identificarsi empaticamente con i vissuti dell’altro, nonché nel percepire e superare le varie interruzioni di contatto. Necessita ora una brevissima illustrazione sul significato di Contatto nell’accezione della Gestalt. Il ciclo del contatto in Gestalt rappresenta quell’insieme di azioni che permettono il sano flusso ininterrotto dell’esperienza, dall’emergenza di un bisogno al suo soddisfacimento: esso è definito dall’attività del “sé” in quanto processo temporale che si evolve nel tempo attraverso vari stadi. Il processo di “contatto”, attraverso il quale facciamo passare qualcosa attraverso i confini dell’io, è alla base della nostra vita ed è in un continuo movimento che di volta in volta assume direzione dal fuori (ME) al dentro (MI) e dal dentro (MI) al fuori (ME) e questi processi richiedono un coinvolgimento di energia per trovare la loro sana attuazione. Il contatto è dato dalla capacità di rispondere in modo creativo e flessibile, con persistenza e chiarezza, all’interno di un ambiente che suscita interesse e che corrisponde ai nostri bisogni.

Il continuo movimento tra MI e ME trova una profonda accoglienza di comprensione   nell’approccio gestaltico che possiamo considerare come psico-corporeo. La connotazione psico-corporeo non è intesa nel senso limitativo di prevedere esercizi e manipolazioni “sul” corpo, bensì come orientamento che si radica in una concezione “organismica” e questo termine caro a Perls identifica i diversi piani di lettura dell’individuo nel suo aspetto somatico, psicologico, sociale e spirituale, cognitivo e sono espressioni di una stessa entità la cui sostanziale unicità sarà sempre importante ricordare.

E’ proprio dal senso etimologico del termine organismo (dal greco antico orgao- sentirsi rigogliosi, sentire il sangue in piena come l’acqua del fiume della vita, orghe– terreno fertile e sacro) che possiamo cogliere la differenza rispetto allo stato energetico personale o delle persone che incontriamo negli accadimenti della vita.

Il percorso di esperienza che si avvia dalla pratica di Sensory awareness porta nel tempo a cogliere questa differenza e, coerentemente alla impostazione fenomenologica, la Gestalt consente di riconoscere ciò che si manifesta prima di presumere di accedere a ciò che si nasconde.

L’esperienza è fondamentale nell’ aspetto gestaltico in quanto è proprio nel punto di contatto tra MI e ME che è possibile cogliere la manifestazione del “sé”, e rappresenta più precisamente il momento in cui l’organismo entra in contatto con l’ambiente. Tale esperienza non è solo il sentire nel qui-e-ora, ma è anche l’“andare verso”, la “tensione al contatto” e ancora nell’atto dell’ad-gredior, dal latino “andare verso“. Nel suo significato originario essa sta a rappresentare un movimento verso qualcosa o qualcuno; la sua funzione è quindi quella di muovere la persona verso una meta, un oggetto, un’altra persona, ecc. Alla base di ogni “movimento verso”, quindi di ogni aggressione, c’è un bisogno o un desiderio da soddisfare e nei rapporti interpersonali l’aggressività è l’emozione-movimento che ci permette di prendere le cose e gli affetti di cui necessitiamo per il nostro benessere. La capacità di aggredire l’ambiente è fondamentale anche per la costruzione dell’identità e della sicurezza interiore, in quanto il nucleo portante della nostra identità si costituisce nei primi anni di vita nella relazione con l’ambiente ed il senso profondo di sicurezza, forza e integrità si consolida nel saper chiedere e prendere ciò di cui abbiamo bisogno.

Queste due possibili rappresentazioni di movimento per un fatto concreto ci riportano ad una risonanza con il principio della Gestalt, e cioè “esserci” o da-sein (in tedesco) si trova solo nel tempo e pertanto bisogna connettersi con l’esperienza del tempo. Usa la parola tedesca da-sein (esser-ci), perché vuol dire essere presente nel momento invece di usare semplicemente sein (essere). ‘Esserci’, è un modo per entrare in contatto con il vissuto dell’essere, come modo di essere nel mondo.

Portiamo ancora l’attenzione al flusso che nella figura sopra esposta, evidenzia le possibili reazioni rispetto al desiderio/bisogno che emerge in figura nella persona e che porterebbe a percorrere il ciclo della Gestalt in modo sano se la sua percezione sensoriale fosse ben definita e chiara in modo da attivare gli strumenti disponibili nella sfera della consapevolezza per raggiungere e utilizzare ciò che è nutriente e di rifiutare quello che non lo è. Spesso la percezione sensoriale risulta offuscata a causa di condizionamenti remoti nella nostra infanzia determinati dall’ambiente in cui si è vissuto e di fatto quegli elementi remoti continueranno a generare gestalt incomplete che interferiranno con la nostra vita presente. Questo aspetto è molto simile al concetto psicoanalitico, che le nostre faccende irrisolte e i nostri traumi sono registrati nel nostro inconscio e ci disturbano nella nostra vita quotidiana con forti interferenze relazionali. Queste interferenze relazionali condizionano fortemente la negoziazione tra individuo e ambiente tendente alla attualizzazione delle risorse potenziali e quindi condizionano la trasformazione di queste risorse potenziali in energie cinetiche, cioè energie in movimento tese al raggiungimento di una situazione ottimale dal punto di vista del riequilibrio energetico attuato attraverso le fasi della accumulazione, distribuzione e scarica della energia stessa.

L’organismo sano raccoglie tutte le proprie potenzialità per la gratificazione dei bisogni in primo piano. Immediatamente, appena un compito è terminato, recede sullo sfondo e permette a quello che nel frattempo è diventato il più importante di venire in primo piano. Questo è il principio dell’autoregolazione organismica

(Perls F.L’Io la fame e l’aggressività, Franco Angeli 1995, pag. 48)

Queste interferenze trovano nell’approccio gestaltico la lettura fenomenologica frutto del pensiero di Husserl che adotta l’ontologia del fenomeno: qualcosa che si manifesta nella forma in cui appare proprio nell’esperienza che sgorga dall’interno del corpo e avente il carattere dell’immediatezza.

E’ da queste basi che muove il progetto della fenomenologia husserliana, che intende per l’appunto porsi come una filosofia di carattere descrittivo, come una teoria della conoscenza che si prefigga di fare luce sulla natura del mondo e delle cose a partire dall’esperienza vissuta e da null’altro. Fin dalla sua prima elaborazione, l’oggetto dell’indagine fenomenologica è l’esperienza, che si può cogliere e analizzare mediante l’intuizione: essa, assunta puramente per ciò che è, non è altro che la coscienza nella sua essenza, ovvero nella sua naturale apertura al mondo. Il pensiero originale di E. Husserl agisce come stimolo sullo sviluppo del pensiero di numerosi e autorevoli filosofi e studiosi, spesso – come nel caso di Heidegger, per anni suo assistente, e, più tardi di Merleau-Ponty e Sartre.

Maurice Merleau-Ponty, ne”Fenomenologia della percezione” ci presenta la centralità del corpo come sorgente di conoscenza del nostro essere nel mondo:

Seguendo l’ottica fenomenologica insita nelle Gestalt, il corpo è fondamentale rapporto con gli altri esistenti, è il linguaggio attraverso il portamento, è il segno di trasmissione dell’affettività: il corpo è il punto di vista sul mondo e il regista delle percezioni”.

(Merleau-Ponty, Fenomenologia della Percezione, Bompiani, Milano, 2003)

Il tracciato fenomenologico è profondamente presente nel contributo di J.M. Robine:

”Terapeuta e paziente seguono il flusso del mondo-della-vita, da cui emergono sensazioni, emozioni, pensieri e direzionalità relazionale

(J.M.  Robine, Il Rivelarsi del Sé nel Contatto, Franco Angeli, Milano, 2007)

 

Il lavoro proposto scaturisce dall’osservazione che gran parte delle strutture psichiche e fisiche che sono importanti p er il modo di essere di una persona e non derivano da una scelta consapevole: la persona è quantomeno inconsapevole del significato di una particolare postura o tensione. Citando Perls sull’area della in-consapevolezza, “siamo inconsapevoli dei nostri processi vegetativi, delle forze che ci costringono a respirare, a mangiare e a espellere”.

Nella concezione di Perls, la nostra consapevolezza è ristretta perché non accettiamo la sofferenza e perciò il processo di accompagnamento necessità di mantenere un elemento di austerità. La persona “nevrotica” sarà gradualmente educata a “stare con l’esperienza”, per quanto doloroso possa essere.

La consapevolezza si sviluppa su tre livelli: corpo, emozioni e mente. La fluidificazione dell’energia dell’eccitazione e dell’azione consentirà esperienze fisiche, emotive e cognitive in continua emersione.

Il primo passo  è di educare la persona a divenire maggiormente consapevole di cosa sta facendo fisicamente, portando l’esperienza del corpo in primo piano ( è il processo di risensibilizzazione).

Il processo dell’educare, latino educere “estrarre o portare all’esterno qualcosa che è nascosta all’interno o rinchiusa”, indica il lavoro che produrrà il counselor “Io” nell’incontro con “Tu”.

In questo stadio iniziale lo scopo del lavoro è aiutare la persona a stare in contatto in modo più chiaro su “cosa accade”, così che il significato possa venire fuori naturalmente da sensazioni chiare.

Accrescere la consapevolezza di “cosa accade” dà inizio ad un processo di ri-appropriazione. E allora sarà necessario dare stabilità al processo di cambiamento dove l’aspetto nevrotico rappresentato dalla struttura corporea che può essere vista come una conversazione cristallizzata o un dialogo tra parti del sé in conflitto si trasforma nella sana relazione tra le parti in gioco.

Questo concetto può essere esteso più ampiamente all’organizzazione sociale dove la conversazione è rimasta bloccata solo perché una parte ha acquistato il dominio ed è stato raggiunto un equilibrio di potere, per quanto fragile o gravoso.

Il fine del lavoro sulla consapevolezza è di far emergere nella sperimentazione come sia importante per la persona riappropriarsi della funzione del corpo nella sua interezza come condizione necessaria per la propria salute.

La finalità consiste nel far sperimentare fisicamente i sentimenti e i comportamenti di ogni parte (del corpo o dell’organizzazione) per avviare quel processo di consapevolezza che può essere rimasto bloccato e promuovere che tutti gli aspetti del sé mantengano in vita e adempiano a una funzione per l’intero organismo.

Mentre si avvia questo processo, sono proposte sperimentazioni per sviluppare e praticare nuove modalità di contattare l’ambiente e di soddisfare i bisogni senza la tensione e la distorsione dovute al conflitto.

La Gestalt cerca di “rivitalizzare l’apprendimento propriocettivo” portando alla consapevolezza le “vecchie repressioni (rimozioni)” in modo tale da “renderci conto nuovamente delle contrazioni muscolari e liberare l’eccitazione bloccata” (I. Bloomberg).

Colpisce rilevare nel pensiero di M. Proust, quasi antesignano della psicosomatica, il preciso riferimento a blocchi energetici del corpo, ne “Il tempo ritrovato”, quando scrive: “Le nostre braccia, le nostre gambe, sono piene di ricordi addormentati …” (1928)

L’uso dello sperimentare pone in rilievo l’importanza di fare qualcosa di nuovo e diverso nel qui ed ora. E’ chiaro che per quanto detto, il programma proposto rappresenta una stimolazione per le singole persone a raccogliere i dati sulla loro attitudine a cogliere la realtà emergente (tensioni corporee, consapevolezza delle parti lasciate nello sfondo) e questo si può tradurre nel contattare l’elemento o elementi più carichi di significato e di energia in un preciso momento, consentendo nel tempo, attraverso la pratica, di organizzare strategie atte a realizzare lo scambio vantaggioso di dare e avere tra ambiente esterno e ambiente interno.

Il processo di ri-appropriazione è inserito in una gestalt più ampia rappresentata dal processo di cambiamento e in cui agiscono le gestaltung osservate durante il lavoro, ovvero quei processi operanti nel tempo e anch’esse sono sottoposte all’azione per la trasformazione della persona (Tu) e coinvolge nello stesso tempo il counselor con il proprio processo di trasformazione (Io). Questa alchimia dell’incontro, in entrambi produrrà materia ed esperienza che verranno depositati nell’unità mente anima corpo dell’organismo e questa essenza sarà la nuova energia che alimenterà i processi creativi futuri e determina la crescita della persona nella funzione del manifestarsi della personalità nell’incontro con l’ambiente.

In questa interazione tra “Io e Tu” entrano nello spazio della relazione gli elementi alchemici di ambedue e saranno tipici del counselor l’empatia, l’amore, la competenza, il controtransfert, la sua storia personale con la consapevolezza di aspetti problema contattati e unfinished business che possono essere noti oppure ancora celati. Il cliente porterà il suo transfert, il suo problema emergente e quelli sommersi. E. Fromm ne “L’arte di amare” pag 37 Mondadori, evidenzia la responsabilità come altro aspetto dell’amore che entra nella scena rispetto alla cura e all’interesse (lavoro per..). La responsabilità è un atto strettamente volontario e rappresenta la risposta che dà l’adulto al bisogno, espresso o inespresso, di un altro essere umano. Fromm ribadisce che “essere responsabili” significa “essere pronti e capaci di rispondere”. La responsabilità è presente là dove “Amore è interesse attivo per la vita e la crescita di ciò che amiamo” e dove manca questo interesse, non esiste amore. Ancora Fromm, cita la risposta di Caino alla domanda di Dio che gli chiese dove fosse suo fratello: “Sono il custode mio fratello?” e la elabora sul tema della responsabilità dove “la vita di suo fratello non è solo affare di suo fratello, ma suo. Si sente responsabile dei suoi simili, così come si sente responsabile di se stesso. Ancora Fromm: “Questa responsabilità, nel caso della madre e del bambino si riferisce soprattutto alle cure materiali; nell’amore tra adulti, si riferisce principalmente ai bisogni psichici dell’altra persona”. Fromm introduce un ulteriore elemento su questo tema dell’amore per l’altro ed è il “rispetto”. Il rispetto per l’altro è essenziale in quanto la responsabilità, ancora con Fromm, “potrebbe facilmente deteriorarsi nel dominio e nel senso di possesso”. Il vero senso della parola, dal latino respicere = guardare, è la capacità di vedere la persona com’è e desiderio che l’altra persona cresca e si sviluppi per quello che è. Ma questo presuppone che il rispetto è possibile solo se si ha raggiunto un buon stadio di indipendenza, ovvero se si ha raggiunto un buon autosostegno. Avere un buon autosostegno significa stare in piedi (emozionalmente nell’autoriconoscimento) senza aver bisogno delle grucce del dominio e dello sfruttamento dell’altra persona (la sua nevrosi o la sua malattia).

Apro una breve parentesi su questa tematica e riconducibile ad un possibile titolo: Il potere nella terapia.

Il potere è l’espressione di una capacità e intesa come applicazione del sapere, saper fare e saper essere, nell’applicazione più orientata alle relazioni di aiuto. Provenendo da quanto espresso fin ad ora, nella maggior parte dei casi la persona avrà subito la deformazione imposta dall’”ambiente” nei termini di imporre la propria”verità” che ha predominato su quella fisiologica del bambino in crescita. Può configurarsi come un processo di generazione dell’essere nevrotico. Il bambino ha usato le proprie risorse disponibili per affermare il suo diritto, ma è stato sconfitto da forze soverchianti. Ha pattuito la pace con l’ambiente attraverso la rinuncia al proprio potere che poteva essere espresso dal libero movimento e ha quindi rinunciato a silenziare parte del proprio corpo, della propria vitalità, della propria sensibilità, della propria emotività per stabilire una “soddisfacente” relazione con il suo ambiente o Mondo Esterno (ME). Possiamo definirla come un adattamento alla “sopra-vivenza” e il bambino paga un caro prezzo in quanto introduce le basi per una forte limitazione al fluire dell’energia nei processi della vita.

Ora mi affido alle chiare riflessioni espresse da Dot Attilio Gardino, fulgido relatore della mia tesi: “Il confine nella terapia Shiatsu”. Attilio,scomparso recentemente, lascia questa indelebile direzione da seguire per meglio chiarire le possibili derive che possono influenzare la relazione di aiuto nel viaggio dell’accompagnamento.

Attilio si riferisce ai caratteri nella definizione della Bioenergetica e sarà mia cura produrre in un prossimo intervento la trattazione di questo argomento per una sua comprensione. Riporto ora testualmente il pensiero di Attilio Gardino, come riconoscimento alla sua chiarezza nella trattazione del tema.

Questa esperienza (pattuire per salvarsi) lo accompagnerà (il bambino) per tutta la vita, il potere è e sarà rappresentato (in forma più o meno considerevole) dalla capacità di agire sul mondo costituendo una relazione finalizzata al conseguimento del proprio “benessere” nevrotico (speranza di ricomporre grandiosamente la propria unità perduta, generata dall’illusione caratteriale). Queste due prime e fondamentali esperienze avranno la forza influenzare, sotto forma di illusione nevrotica, sostenuta da una congruente organizzazione corporeo – energetica, la relazione con l’altro. La sofferenza generata dal primitivo conflitto si è trasformata in una cronica insoddisfazione esistenziale. E’ questa sensazione sotterranea che attiverà la costante ricerca (coazione a ripetere) di una situazione relazionale in cui l’illusione caratteriale possa essere appagata. Le parole di A. Carotenuto, psicanalista di scuola junghiana, citate nella tesi “Il confine nella terapia Shiatsu” di V. Mader, sono estremamente efficaci nel descrivere le caratteristiche essenziali della situazione desiderata.

(citazione di A. Carotenuto)

” Non è una vaga insoddisfazione, ma una richiesta esplicita, con due connotati precisi: il bisogno insaziabile di rivivere quell’esperienza insoddisfacente e il bisogno di riviverla diversamente da quella prima “edizione” in una situazione di POTERE(………)  il mestiere del terapeuta promette di soddisfare ambedue le esigenze: la prima perché ripropone incessantemente un rapporto carico di componenti affettive (la richiesta di aiuto), la seconda perché (…) quel rapporto è congenitamente asimmetrico (….)” (è rapporto up-down)”. 

  • Carotenuto, la chiamata del Daimon, Bompiani, 1999)

 

Ipotizziamo di avere una sorgente di luce e una lente o prisma tra la l’emettitore e l’osservatore. Il raggio di luce che arriva al prisma verrà diretto in diversa misura all’osservatore in funzione della bontà di rifrazione della lente. La qualità della lente è responsabile del grado di aberrazione ovvero della quantità di luce che viene deviata rispetto all’osservatore. Potremmo ipotizzare che analogamente alla metafora, la nostra capacità di cogliere l’intensità della luce emessa dall’osservato possa essere in relazione alla bontà della nostra lente.

 

Quale aberrazione introduciamo a causa delle nostre credenze?

In questo contesto pongo una limitazione a considerare le caratteristiche delle credenze. Facendo riferimento alle considerazioni sopraesposte, i Meccanismi di Difesa o anche Resistenze al Contatto, possono essere le cause maggiormente distorcenti della rifrazione. Una relazione dai tratti rigidi o similari presente nell’imprinting potrebbe connotarsi ed evidenziarsi come una modalità di tendenza dogmatica nell’osservare il modo in cui la persona in accompagnamento si rivela. Dogmatico inteso come dògma (“decisione, giudizio”), nell’espressione di opinioni ben definite o giudizi rispetto al rivelarsi della persona accompagnata. Per quanto espresso, al “dogma” si contrappone il processo fenomenologico inteso come processo che, attraverso l’epochè (astensione dal giudizio), consente di cogliere l’essenza dei fenomeni. E’ proprio attraverso questa sospensione di giudizio che sarà possibile osservare attentamente   il modo in cui la persona si rivela attraverso la scelta delle parole, lo stile narrativo, il linguaggio corporeo, il tono della voce, il tono emozionale, e altro. Considero a questo punto come sia importante intraprendere un percorso di conoscenza di quali siano gli elementi che condizionano una persona ad attuare una risposta flessibile a una varietà di situazioni che si presentano nelle relazioni sul palcoscenico della vita.

Topic ottobre 2020

Topic

Riporto alcuni passaggi del contributo su:

Il Virgilio dantesco ed altri antecedenti dello psicoterapeuta di Riccardo Zerbetto pubblicato su: La relazione terapeutica (atti del congresso FIAP di Sorrento del 2009) a cura C. Loriedo e P. Moaselli,   FrancoAngeli Ed., Milano.

 

La psicoterapia è una professione relativamente recente. In quanto metodo che si propone come indagine scientifica e sistematica sui vissuti apparentemente incomprensibili collegati non solo alla follia ma anche a modalità estranee alla logica della ragione e dell’apparente buon senso che è dato riscontrare nel comportamento nevrotico, la sua data di nascita può essere ragionevolmente identificata nella pubblicazione dell’Interpretazione dei sogni di Sigmund Frued circa un secolo fa.

Se la fortuna di questa nuova professione è incontestabile, viene da sospettare che le esigenze che attualmente trovano riposta attraverso questa pratica trovassero, anche nei secoli che hanno preceduto il suo nascere, una qualche forma di soddisfacimento.

(vengono quindi presi in considerazione forme che, anche nel mondo antico, possono avvicinarsi alla pratica moderna della Psicoterapia come la tradizione sciamanica, quella oracolare. quella misterica e la discesa agli inferi (descensus ad inferos) laddove per “inferi” si deve intendere il mondo delle “anime” (psychai o eidola) che abitano la Casa di Ade, come del resto le figure del sogno che viene inteso come “piccola morte”, non a caso Ipnos è fratello di Thanatos. Molteplici sono gli antecedenti nella cultura egizia e mesopotamica (Gilgamesh, Innanna) ma per restare nella tradizione greca – che della cultura occidentale, dove ha avito origine la pratica ella psicoterapia, rappresenta indubbiamente la matrice portante – è quella della cosiddetta nekia (dalla radice nekros-morto).

Molteplici, seppure sempre straordinarie, sono le figure di eroi o semidei che hanno avuto accesso all’Oltretomba (Teseo, Dioniso-Semele, Eracle, Orfeo) potendone fare ritorno o avendo successivamente accesso all’Olimpo. Fra tutte merita tuttavia ricordare la vicenda di Ulisse narrata nel X libro dell’Odissea.

Dopo la permanenza presso Circe “riccioli belli, tremenda dea dalla parola umana” Ulisse ed i suoi compagni sembrano aver perso la mappa interiore del loro viaggio e di aver dimenticato l’obiettivo del ritorno ad Itaca. Una pianta che ha il potere di de-narcotizzare dagli effetti del loto, che già aveva trasformato i compagni di Ulisse in porci, induce l’eroe a chiedere alla Maga indicazioni per riprendere la via del ritorno.

Ma la risposta di Circe si riferisce ad una “altro cammino” che l’eroe dovrà intraprendere per sapere come fare ritorno ad Itaca. Non si trattaquindi di un viaggio in estensione sulla superficie del mondo, ma in profondità, ai “Regni di Ade e della tremenda Persefone”. Quivi, dopo un’offerta di un “montone tutto nero, quello che eccelle tra i vostri greggi” Ulisse dovrà cercare Tiresia. L’indovino “ti dirà il cammmo e la durata del viaggio e il ritorno, come potrai tornare sul mare pescoso”. E’ interessante come la priorità di interpellare il saggio Tiresia venga prima dello stesso affetto che lega l’Eroe alla madre. Assecondando le indicazioni di Circe, infatti, Ulisse racconta come “sopraggiunse. l’anima della madre mia, morta, la fìglia del’ magnanimo Autolico, Antidea, che viva lasciavo andando ad Ilio sacra. lo piansi a vederla e provai pena in cuore: ma non la lasciavo, benché amaramente straziato, per prima avvicinarsi al sangue, avanti che interrogassi Tiresia” (vv. 85-89). Viene chiaramente indicato, quindi, come l’indicazione sapienziale sia più importante dei legami di sangue di fronte a scelte importanti nella fase adulta dell’individuo che ha bisogno. Il collegamento tra una figura genitoriale ed una funzione di genitore-guida prefigura, in qualche modo, l’intuizione freudiana sulla natura “transferale” della relazione terapeutica. Fondamentale è infatti il monito dato da Tiresia per assicurarsi il ritorno in patria: “Cerchi il ritorno, dolcezza di miele, splendido Odisseo, ma faticoso lo renderà un nume (poseidone a causa dell’accecamento del figlio Poliremo) …ma anche ma anche cosi’, pur soffrendo dolori, potrete arrivare, se vuoi frenare il tuo cuore e quello dei tuoi, quando … troverete le vacche e le floride greggi del Sole, che tutto vede e tutto ascolta dall’alto. Se intatte le lascerai, se penserai al ritorno. in Itaca, pur soffrendo dolori, potrete arrivare”.

Di fronte alla priorità dell’obiettivo, il ritorno ad Itaca, neppure le pingui vacche del Sole devono distrarre l’eroe. La bramosia, primo ostacolo individuato anche da Dante nel proprio percorso infero, comporterebbe infatti una dispersione di intenti e la compromissione del traguardo.

Solo dopo aver udito Tiresia – che profetizzerà ad Ulisse la ripresa di un ulteriore viaggio dopo il ritorno ad Itaca – Ulisse può porgere ilo “nero sangue fumante” della vittima sacrificata alla madre dandole così la possibilità di riconoscerlo. Alla stessa l’eroe non nasconderà la priorità che lo ha spinto a varcare  i confini del mondo infero: “Madre mia, bisogno mi spinse nell’Ade, a interrogare l’anima del tebano Tiresia” (v. 164-65).  Non si tratta di mancanza di affetto, se la stessa madre, alla domanda sulla causa di morte fattale dal figlio, risponde accorata “il rimpianto per te, il tormento per te, l’amore per te m’ha strappato alla vita, dolcezza di miele”. L’Eroe cerca ripetutamente di abbracciare ma invano la madre dimenticando di avere solo un fantasma davanti. “sazi di gelido pianto” infine i due si accomiatano. Interessante è l’indicazione finale della madre “. “Ma tu cerca al più presto la luce; però tutto qui guarda, per raccontarlo poi alla tua donna”. Viene in altri termini indicata una priorità relazionale che allude ad una relazione intima più che pubblica.

Senza ritornare sulle analogie tra il percorso della nekia con la struttura del percorso sciamanico, è interessante evidenziare come, in questo caso, non sia lo sciamano a compiere il volo magico, ma lo stesso interessato pur dotato, come nel caso di Odisseo, di saggezza e doti sufficienti per affrontare con successo un percorso agli inferi. Import6ante è ancora la enfasi sull’aspetto sapienziale del vaticinio inerente la necessità di coltivare il senso del limite – essenza prima della virtù per i greci – per non perdere di vista l’obiettivo primario identificato, nella concezione ellenica, nel tema del nostos, nel ritorno. Una concezione ispirata all’eterno ritorno – del dio come delle stagioni – coerentemente ad una concezione ciclica, e non lineare, del percorso del tempo e quindi dell’esistenza.

 

L’Enea virgiliano del VI canto

Il tema del descensus ad inferos viene puntualmente ripreso nel poema epico della latinità per eccellenza: l’Eneide. Anche qui, dopo la lunga permanenza presso la fenicia Didone, Enea sente di dover riprendere il cammino verso il compimento della missione di cui si sente affidatario. Abbandonata la pur amata regina sa di aver bisogno anch’egli di una indicazione che gli venga da un’ispirazione divina. A chi chiederla quindi se non alla “augusta Sibilla, alla qual dona il Delio vate larghezza e fiamma d’ispirata mente e le apre l’avvenir”. Accostatosi all’antro cumano (luogo metaforico anch’esso del passaggio tra mondo esteriore-diurno a quello interiore-infero) viene accolto dalla profetessa che pare attenderlo “Tempo è di domandare i fati; ecco, ecco il dio”. Scultorea la descrizione dell’invasamento “Tra questo dire, sul limitar, d’un tratto, non eguale né il volto né il color né le rimase composto il crin, ma di furor si gonfia il petto ansante ed il selvaggio cuore: par più grande né voce ha di mortale, tocca dal soffio già del dio che viene” (47-49). L’esordio del vaticinio inizia con un larvato rimprovero “Sei lento a’ voti ed a le preci, esclama, o teucro Enea, sei lento?” (v. 51), volto a superare ogni timore ed indugio.

Interessante il richiamo di Enea “Sol non fidare a foglie i tuoi presagi, che non volin confusi in preda al vento: prego che parli tu”. Vi compare il privilegio atteso dalla parola rispetto all’uso di modalità di carattere magico-analogiche maggiormente usate in una fase arcaica della divinazione (astragali, visceri, volo di uccelli o altro). Come anche nel caso di Ulisse, ritorna puntuale il richiamo a non deflettere di fronte alle difficoltà per realizzare il destino assegnato “Tu non cedere a’ mali, anzi più fiero li affronta, per la via che tua fortuna ti darà” (vv 94-95).

Interessante è anche il riferimento al linguaggio ambiguo dell’oracolo. “Talibus ex adyto dictis Cumaea Sibylla horrendas canit ambages antroque remugit obscuris vera involvens” (con tali detti la cumèa Sibilla da l’antro sacro fiere ambagi intuona e rugge, d’ombre ravvolgendo il vero). Come già Eraclito lapidariamente sancisce “L’oracolo non afferma né nega. Allude”. Anche nel linguaggio dell’interpretazione in ambito analitico, ma il tema è ripeso ampiamente dalla Daseinanalyse, la finalità non consiste nello spiegare (erklaren) ma nel mettere-in-collegamento (fersteen). Come poter spiegare, ricordava ancora F. Perls, “che il comprendere non coincide con lo spiegare?”. Il messaggio oracolare infatti ha per scopo elettivo quello di mettere l’interrogante di fronte a se stesso. Promuovere cioè quel “conosci te stesso” che non a caso era scolpito sul frontone del tempio di Delfi e che la vicenda di Edipo richiama con forza paradigmatica.

Alla richiesta di Enea di scendere nel mondo infero la Sibilla richiama una verità che costituisce parte integrante della cultura sciamanica: “facile è la discesa de l’Averno; di e notte il fosco Dite ha porta schiusa; ma il piè ritrarre e risalire al sole, questa è l’impresa e la fatica”. Non si tratta infatti di discendere agli inferi ma di fare ritorno da questi alla luce del sole. In tale operazione si distingue il vero sapiente dall’apprendista stregone che, attratto da poteri inusuali presume di poterli gestire senza aver contemporaneamente affinato le proprie conoscenze e virtù. Un racconto di Luciano, poi ripreso anche da Walt Disney nel suo delizioso cortoon su Topolino mago, ci ricorda i pericoli che incombono sugli apprendisti stregoni. Pericoli che incombono anche, ed in modo particolare, nella professione dello psicoterapeuta, specie allorché si avventura in spazi della mente e dell’universo emozionale ed immaginale senza aver appreso rudimenti del “Linguaggio dimenticato”, per usare un felice espressione di Eric Fromm.

La figura da cui Enea si aspetta indicazioni sul futuro coincide, contrariamente da quanto abbiamo osservato nell’Odissea, con il padre stesso. Non dimentichiamo tuttavia he Anchise ebbe la sorte, unica tra i mortali, di unirsi alla stessa Afrodite allorché la stessa, irresistibilmente invaghita del pastorello, lo sedusse sulle pendici del monte Ida.

Il vaticinio di Anchise osserva un disegno di realizzazione politica (seppur connotata da valenza etica) “Tu regere imperio populos, Romane, memento, haec tibi erunt artes, pacique imponere morem, parcere subiectis et debellare superbos” più che psicologica e perde quindi di interesse per il tema che ci riguarda.

Coerentemente alla concezione orfico-pitagorica accettata da Virgilio, anche in questo caso compare il richiamo ad una sorte ultraterrena felice o tormentosa in funzione del comportamento avuto in questa vita. In più viene sottolineata la regola del contrappasso che poi ritroveremo del poema dantesco.

“Sono da pene esercitati e soddisfano de’ peccati mortali” dice Anchise al figlio che lo interroga sul destino dei defunti e “…soffriam ciascuno l’ombra sua (quisque suos patimur manes)”.

Viene infine sancito il primato della pietas, intesa sia come fedeltà ai legami familiari che come adesione ai voleri degli dei, come condizione di realizzazione personale “Venisti alfin, e la pietà che il padre da te si attese vinse il cammin duro (vicit iter durum pietas)” esclama Anchise incontrando il figlio. All’ideale eroico della forza tende quindi a sostituirsi gradualmente l’ideale della corrispondenza ad un ordine delle cose ispirato da una visione sapienziale.

 

La dimensione figurale

Di centrale importanza, per la comprensione del poema dantesco e seguendo l’impostazione di Auerbach, è la dimensione allegorica per la quale i personaggi, oltre al rimando storico cui solo collegati, rimandano ad una figura che va oltre l’elemento contingente. Il poeta costella infatti il poema di figure cariche di valore paradigmatico che si stagliano con valore eternizzato a monito del messaggio che ci portano. In chiave psicologica moderna possiamo avvicinare il termine di figura a quello junghiano di archetipo. L’Ulisse dantesco assume in sé le prerogative dell’ardimento conoscitivo (fatti non fummo a viver come bruti ma per seguir vertute e conoscenza) che supera i legami affettivi (né la pieta del vecchio padre, né dolcezza di figlio .. vincer potero dentro da me l’ardore ch’i ebbi a divenir del mondo esperto e de li vizi umani e del valore). Discorso estensibile, con maggiore o minore pregnanza di significato, a tutti i personaggi proposti nella Divina Commedia (“essa è fondata in tutto e per tutto sulla concezione figurale”) ma che trova nella figura dello stesso Virgilio la sua espressione più emblematica. Riprendendo Aurbach “nella Commedia Virgilio è bensì il Virgilio storico, ma d’altra parte non lo è più perché quello storico è soltanto «fìgura» della verità adempiuta che il poema rivela, e questo adempimento è qualche cosa di più, è più reale, più signifìcativo della «figura».

Nella polisemia della ricchezza di significati collegabili alla figura del Virgilio dantesco a noi, in questa sede, non interessa tanto la valenza poetica, etica o politica, quanto quella di accompagnatore in un percorso interiore (infero). Di un viaggio cioè che non si svolge in estensione sulla superficie geografica (o della conoscenza (razionale-solare) ma nella profondità della conoscenza immaginale ed emozionale che pure, come Freud ha intuito, può essere improntata a leggi strutture e architetture e quindi ricostruibili con mappe (per quanto meramente indicative) di percorso.

 

I diversi aspetti della funzione terapeutico-educativa

Analizzando i passaggi nei quali Dante fa riferimento a Virgilio e al suo ruolo di accompagnatore, possiamo trarre interessanti indicazioni su come tale funzione si dispiega lungo tale percorso che, intermini generali, può essere ricondotto, nella sua struttura fondamentale, a quello educativo se, stando all’etimologia della parola (e-ducere), intendiamo l’aiuto nel passaggio da un luogo-condizione (in genere quello dell’infanzia o dell’adolescenza) a quello adulto. Tale prospettiva si sovrappone nei fatti a quelle che definiamo percorso terapeutico se, come genialmente Freud ha intuito, permangono anche nell’adulto aspetti immaturativi della personalità che non mancheranno di evidenziarsi creando difficoltà adattive e relazionali e che sono l’oggetto dell’intervento psicoterapeutico. Nelle nostre difficoltà attuali, non tanto di carattere esistenziale ed “obiettivo” (come lutto, separazione o malattia) ma nevrotico-fantasmatiche (come fobie, insicurezze, fughe dalle realtà o altro) si evidenziano infatti elementi problematici la cui natura deriva da nuclei originari non elaborati o problematici. Di qui la necessità di un percorso a ritroso (anamnesi) per poi poter riprendere il percorso vero una nuova progettualità di vita. Tali difficoltà si evidenziano in particolare in alcuni passaggi critici da un ciclo della vita ad uno successivo trovando in tutte le culture forme di ritualizzazione iniziatica. L’individuo infatti attraversa una morte simbolica di una sua forma di identità per acquisirne gradualmente una nuova. In questo processo di morte e resurrezione metaforica (ma non per questo non reale) ha spesso la necessità di una figura che possa accompagnare – come la levatrice di socratica memoria – il passaggio, talvolta delicato e traumatico, da una condizione ad un’altra.

Difficoltà oggettive si intrecciano spesso a difficoltà soggettive portando il soggetto a situazioni di grave empasse esistenziale di cui il racconto dantesco ci offre una rappresentazione esemplare. La valle oscura, con cui esordisce la Commedia, nasceva infatti sia dalle condizioni di esilio e di fallimento delle prospettive di affermazione in ambito politico sia dalla nota crisi delal mezza età (nel mezzo del cammin di nostra vita, considerando che il salmo indica in 70 gli anni dell’uomo).

Le funzioni dell’accompagnatore (terapeiuta) possono identificarsi sinteticamente nelle seguenti (per le quali si rimanda all’articolo reperibile su www.riccardozerbetto.it per mancanza di spazio in queste pagine):

Figura di riferimento in un momento di crisi esistenziale

Che si propone con autorevolezza circa il percorso intrapreso

Identificazione gli aspetti disfunzionali che conducono a schemi stereotipi e autolesivi

Sostegno alla motivazione di crescita

Dare un modello di identificazione positiva

Dare consiglio e intervenire direttamente

Nutrire, sia in termini cognitivi che emozionali

Attenzione ai fenomeni “controtransferali” e alle emozioni del terapeuta nella relazione

La funzione maieutica

Richiamo alle motivazioni originarie

Vorrei chiudere tuttavia con un riferimento al “Senso del limite della funzione del terapeuta”

Il congedo di Virgilio è denso di significato e toccante: “in me fìccò Virgllio li occhi suoi, /  e disse: “Il  temporal foco e l’etterno / veduto hai, figilo; e se’ venuto in parte / dov’io per me più oltre non discerno. / ‘Tratto t’ho qui con ingegno e con arte; / lo tuo piacere omai prendi per duce;/ fuors se’ l’erte vie, fuor se’ de l’arte./ Vedi lo sol che ‘n fronte ti riluce; / vedi l’erbette, i fiori e l’ arbuscelli / che qui la terra sol da sé produce. / Mentre che vegnan lieti li occhi belli / che, lagrimando, a te venir mi tenno, / seder ti puoi e puoi andar tra elli. / Non aspettar mio dir più né mio cenno ;/ libero, dritto e sano è tuo arbitrio, / e fallo fora non fare a suo senno:/ per ch’io te sovra te corono e mitrio”. In sintesi: segui ormai come guida il tuo piacere dal momento che la tua capacità di scegliere è ormai libera e sana per cui non hai più bisogno del mio aiuto.

Commovente è ancora il passaggio con il quale Dante riporta il momento in cui si trova privo della sua Guida dopo essere stato affidato  a Beatrice: “volsumi a la sinistra col respitto/  col quale il fantolin corre a la mamma / quando ha paura o quando elli è afflitto … Ma Virgilio n’avea lasciati scemi /  di sé, Virgilio dolcissimo patre, / Virgilio a cui per mia salute die’mi” (Purg. C. XXX, vv. 43-51). L’essersi affidato a tale guida fu quindi salutare in questo caso anche se, merita rammentare seppur appare ovvio, che l’affidamento è avvenuto nei confronti di una introiezione.

Nel paragonarsi ad un fanciullino che cerca la madre Dante sottolinea quel singolare rapporto di dipendenza che può instaurarsi tra paziente e terapeuta a seguito del processo regressivo che intrinsecamente accompagna il percorso analitico. Una regressione, tuttavia, che prelude ad un nuovo progresso su basi più solide e consapevoli. In tal senso si orientano le parole di Virgilio che motiva la sua partenza con il limite rappresentato dalla sua funzione di guida: “e vederai color che son contenti nel foco, perche speran di venire quando che sia a le beate genti. A le quai poi se tu vorrai salire, anima fia a ciò più di me degna: con lei ti lascerò nel mio partire”.

Come ci ricorda Rollo May “Attraversato l’inferno e quasi tutto il purgatorio Virgilio lascia Dante. Qui è il limite della psicoterapia. In luogo di Virgilio appare Beatrice, presenza redentrice e beatifica. Proseguendo nella nostra analogia: la psicoterapia è prologo alla vita, non la vita stessa. Terminato il viaggio attraverso l’inferno e |il purgatorio, dunque, è la vita stessa che funge da terapeuta. I nostri pazienti ci lasciano per entrare nella comunità umana”.

Nonostante l’apparente distanza ideologica emerge in definitiva come l’istanza primaria alla radice dell’umana esperienza è comunque il richiamo amoroso, vuoi inteso come pulsione libidica, in Freud, o come “quell’amor che tutto muove, per l’universo penetra e discende” nella concezione dantesca. Quel richiamo a cui, liberato l’individuo dai vincoli limitanti del narcisismo e delle paure nevrotiche, ci auguriamo di poter riconsegnare i nostri pazienti attraverso il percorso, pur complesso, del nostro lavoro.

 

Per tornare alla Gestalt e al tema della consapevolezza, al di là delle aspettative forse eccessive che Perls attribuiva a questa attitudine, come risulta da espressioni del tipo “Guarda i tuoi pensieri, le tue emozioni, quali che siano, sono tue, sei tu. Attraverso il pieno contatto con un sintomo nevrotico sarete nella posizione di dissolverlo” è innegabile il processo di cambiamento che attraverso l’esercizio della consapevolezza si determina nell’individuo.

Il prezzo è ovviamente connesso all’emergenza di contenuti sgradevoli. “Spesso è necessario passare attraverso l’inferno e non girargli “attorno” (1947). In tale indicazione di percorso si evoca il paradigma del processo autoconoscitivo che viene emblematicamente rappresentato nel racconto di Edipo, l’eroe che non si fermò di fronte al rischio del “conosci te stesso” sino alle sue ultime conseguenze, come anche nel percorso dantesco che prevede la discesa sino al più profondo degli inferi per poi preludere all’ “indi venimmo a riveder le stelle”.

Si tratta infatti di entrare nei buchi neri della coscienza, da cui maggiormente tendiamo istintivamente a rifuggire. ‘Un compito molto arduo, uguale in difficoltà solo all’allenamento al silenzio interiore, è l’attenzione ad uno scotoma mentale” (Perls, 1947).

 

Edit ottobre 2020

Edit    

Carissimi tutti,

Siamo tutti “” come dice Padre Dante. Un’occasione formidabile per mettere a frutto quello che ci dice anche il nostro Fritz “è nelle situazioni di strass che si mettono a prova le funzioni del sé” e … non potremmo avere occasione migliore per sperimentare: adattamento creativo, stare nel presente (specie perché programmare con dati certi è impossibile anche ai maghi …). Assumere la responsabilità condivisa di far fronte a questa emergenza, sviluppare funzioni ad-gressive propositive e non solo di proiezione sulle “colpe altrui” (della serie del letterale “dagli all’untore”), mettere in figura ciò che è essenziale lasciando il superfluo sullo sfondo, etc … etc.

Nel concreto, abbiamo due eventi importanti che ci riguardano tutti come Scuola:

  • Il Convegno del CSTG 2020 su Uno sguardo gestaltico sulla sessualità dal 9 all’ 10 ottobre 2020 presso il World Hotel Cristoforo Colombo in Corso Buenos Aires n. 3 Milano per il quale avremo la partecipazione (on line …) Brigitte Martell autrice di numerose pubblicazioni sul tema tra cui Sexualitè, amour e Gestalt e Pratiquer la sexuoterapie.  E per il quale è necessario dare comunicazione di partecipazione di persona (sino a 30 posti disponibili) o on-line con possibilità di recupero di ore curricolari comunicando a segreteria@cstg.it, 02 36741376. Per coloro che desiderano partecipare di persona si richiede la compilazione del modulo che si allegata.
  • Segue il programma definitivo che ha avuto anche il patrocinio della Federazione Italiana degli Istituti e Scuole di gestalt (FISIG).

 

  • Sessione di discussione delle tesi di fine corso che si svolgerà nella giornata dell’11.10 sempre presso la stessa sede e per la quale facciamo seguire la locandina con il nutrito elenco e la successione delle presentazioni. Questo evento ha sempre rappresentato un omento significativo della nostra Learning Community e che abitualmente si apre anche a personalmente interessate fruirne come open day o a compagni di corso, parenti o amici. Per la prevenzione Covid valgono le stesse indicazioni estese anche agli accompagnatori.
  • Grazie e conto di poter affrontare positivamente con tutti voi questa “sfida” all’adattamento creativo non privandoci di questa bella consuetudine della nostra Scuola.

 

  • Anche se nelle incertezze dei questa non facile fase, ci predisponiamo ad una “ripresa” che toccherà vari aspetti tra cui un aggiornamento del programma didattico (del quale non sappiamo ancora con certezza se sarà di ritorno alla presenza fisica …), ad una ristrutturazione di sito/i e social media, di iniziative seminariali e presentazione di libri, serate di presentazione della Scuola.

 

  • Come topic ho pensato di proporre alcvuni passaggi da un mio articolo su Il Virgilio dantesco ed altri antecedenti dello psicoterapeuta presentato una decina di anni fa ad un congresso della FIAP e che tocca il tema del Descensus ad inferos sul quale si svilupperà un workshop teorio-esperienziale a breve
  • Richiamo ancora l’attenzione sul Master sui Disturbi del Comportamento Alimentare perché è in scadenza la data di adesione per gli ultimi posti diposnibili. Considero questa iniziativa formativa di grande importanza sia per la validità del programma e la qualifica dei formatori, ma anche nella prospettiva di riprendere il Programma Corpo e Immagine che, già sperimentato in passato, vorrei comparisse tra le 4 dipendenze comportamentali sulle quali avviare dei programmi formativi e terapeutici e che sono le Addictions nel gioco d’azzardo (GAP), Internet e social, Food e … last but not least, Love … e sui quali riceverete a breve un aggiornamento a seguito del conseguimento della pratica di autorizzazione e di accreditamento da Comune, ASL e regione del Programma Residenziale Intensivo Breve (PRIB) di Orthos. Nel periodo 9-29 novembre è in programma la ripresa di un Modulo intensivo per la quale potete contattare iol sito info@orthos.biz sia per proporre l’invio di utenti che come opportunità di tirocinio.
  • Un ultimo programma residenziale al quale ho avuto modo di lavorare intensivamente con alcuni colleghi tra cui Anna Barracco, Marcello Macario e Beppe Tibaldi, direttore del dipartimento di Salute mentale di Modena che coordina un interessante gruppo collegato all’International Instytitute for Psychiatric Drug Withdrawal (vedi: IIPDW.org) che si propone di sostenere un approccio di “Open Dialogue” e di riduzione nel ricorso (spesso a senso unico) agli psicofarmaci denominato TWP (The Withdrawal Process di cui anche a https://withdrawal.theinnercompass.org e al sito di Laura Delano:

https://www.theinnercompass.org/people/laura-delano) nella prospettiva di poter avviare un progetto in tal senso che possa anche essere utilizzato come tirocinio, coloro che fossero interessati possono contattarmi.

 

  • E’ confermato lo slittamento al 2021 del Congressi della FISIG. Quello della FIAP su EVOLUZIONE E PATOLOGIA DEI LEGAMI Il contributo della psicoterapia nella società contemporanea, è stato spostato al 6 – 9 maggio 2021 Hotel Casale – Colli del Tronto (AP). Sempre a maggio dal 6 al 9 (ahimè, se non verrà cambiato …) si svolgerà anche il Congresso della FIAP e Lecce di cui vi manderemo l’aggiornamento del programma che già è stato inoltrato precedentemente. Informazione degna di nota è che la Federazione sta procedendo per ottenere il riconoscimento come Società scientifica accreditata dal MIUR:

 

  • mentre si terrà a gennaio, in data che preciseremo a breve, nella versione “mista” in presenza e on-line la National Conference FIAP, CNSP e SIPSIC su: La Psicoterapia al Tempo della Pandemia: La Salute Mentale nel Cuore della Salute Pubblica presso l’Aula Magna Sapienza Università di Roma previsto dal 23 al 5 Ottobre 2020.

  • Dal 30 ottobre al 2 novembre 2020, presso il Podere Noceto a Monteroni d’Arbia (Siena) in presenza o on-line su si terrà un incontro teorico-esperienziale sul Descensus ad inferos che, oltre ad un tema mitologico che si ritrova in diverse tradizioni, rimanda ad un percorso di morte e rinascita che, anche in senso psicologico, rimanda a quell’ineludibile passaggio esistenziale tra una prima fase “eroica” dell’esistenza alla ricerca della affermazione dell’Ego ad una che si apre al mistero del significato ultimo della nostra esistenza. Una dimensione “notturna” che evoca il tema della morte che, non solo a livello individuale, ma come umanità intera ci troviamo a affrontare nella emergenza planetaria collegata alla pandemia in corso. Una esplorazione condivisa con Colleghi anche esperti nella fisica quantistica che apre a nuove prospettive circa la corrispondenza tra dimensione materica ed “energetica”. Segue locandina in via di perfezionamento circa la successione degli interventi che prevedono, come inevitabile, sia la forma in presenza che on-line.

 

  • Il 29 novembre si svolgerà il convegno GestaltArt tra arte, terapia e neuroscienze al museo di arte moderna MART di Rovereto in collaborazione con l’Università di Trento. Una giornata di studio che riprende il tema già affrontato in occasione del Convegno del CSTG di Milano dell’anno scorso e per il quale mi è stato affidata la apertura del convegno sul tema: La morfogenesi in arte e in natura. In appendice, la locandina del programma.

 

  • Ci scusiamo per la dilazione nella uscita delle nostra Rivista Monografie di Gestalt di cui un numero in uscita a cura di SPS sul tema della Educazione è praticamente concluso, ma recupereremo con gli atti del Convegno su Gestalt e sessualità che è praticamente pronto come anche una monografia su Herbert Hoffman che molti di voi hanno conosciuto a Noceto per il suo puntuale contributo di lavoro sul sogno che ha lasciato un segno sia come persona che come professionista ed al quale ho ritenuto dovessimo il tributo di un ricordo commemorativo proporzionato al valore di questa figura interessante di archeologo-psicoterapeuta (già allievo e paziente, tra gli altri, di J. Hillman e I. Blumberg. Non ultimo dei suoi “titoli” essere stato il compagno di Ursula Corleis di cui tutti avete ammirato le sculture sia a Noceto che a Istine, questo luogo del sogno tra le colline del Chianti e che molti di voi hanno visitato in ocacsione di sessioni di Art Therapy.

 

  • A partire da ottobre si sono aperti i colloqui per le iscrizioni ai Corsi che possono essere prenotati già da ora o avvenire nella modalità on-line contattando la Segreteria. Sara, come sappiamo ormai tutti, è in dolce attesa … inoltrata ma i suoi riferimenti di telefono/email saranno comunque coperti da qualcuno che la sostituirà in questo periodo così unico e per il quale facciamo tutti un gran tifo.

 

  • Come presentazioni della Scuola abbiamo optato per alcuni open days nelle diverse sedi a cui collegare anche la presentazione dei Corsi a partire dalla possibilità di un contatto diretto con le attività formative proposte. Seguono alcune locandine che riportano alcune di queste proposte come anche un elenco delle stesse presso alcune sedi.

 

  • Nel DIARY BOARD riportiamo alcuni eventi che si sono svolti di recente come:
  • QUARTO SUMMER SCHOOL SU FISICA QUANTISTICA, PRATICHE MEDITATIVE E RELAZIONI INTERPERSONALI su: COSCIENZA E DIMENSIONE UNIFICATA DELLO SPAZIO-TEMPO. Workshop teorico-esperienziale di Quantum Psychology «Che questa vita sia solo un frammento dell’esistenza che si svolge in un universo tridimensionale disposto a tale scopo. […] o una condizione non-temporale nella quale presente, passato e futuro sono una cosa sola»G.Jung, di cui segue programma. Nella mia introduzione al Seminario che, a partire da quest’anno, è proseguito con il Summer School dell’Università di Pisa su “Consciousness and Cognition” ho presentato il “Carteggio Jung e Pauli”  come paradigma di incontro tra Fisica e Psicologia nella dimensione dei quanti a seguito delle 80 lettere scambiate tra il 1932 e il 1957 e nelle quali vengono riferiti oltre mille sogni che Wolfgang Pauli, uno dei principali fisici della meccanica quantistica insignito del premio Nobel nel 1945, ebbe l’opportunità di condividere con Carl Gustav Jung testimoniano lo straordinario percorso di ricerca (iniziato come relazione terapeutica e proseguito come collaborazione sino alla morte dello stesso Pauli quando Jung aveva 80 anni) ed avente per tema conduttore le relazioni tra fisica quantistica e psicologia.

  • -Per la prima volta in venti anni (anzi, 19) non ha potuto aver luogo quest’anno la XX Periegesi. Dove nascono gli dei. Viaggi di studio in Grecia sulle tracce di Pausania. Ci auguriamo di aver solo dilazionato all’anno prossimo la giornata di studio sulla oniromanzia presso l’asclepeion di Oropos dedicato ad Anfiarao, che della oniromanzia era considerato in Grecia il fondatore, oltre che l’iniziativa che intende ripercorrere le tappe della jara odos (via sacra) che da Atene conduce ad Eleusi dove per oltre un millennio si sono celebrati i Grandi Misteri in onore di Demetra e Persefone come metafora di un percorso di iniziazione alla ricerca del fine ultimo (telos) sulla quale ho tuttavia inviato una NEWS a fine estate.Il programma definitivo verrà comunicato a breve e comparirà sul sito periegesi.it dove viene riportata la descrizione dei 20 viaggi di studio che ha raccolti ricercatori appassionati alle cultura greca e che attualmente è tornata di grande attualità in tema di riscoperta del valore del racconto mitico.   Analoga dilazione è prevista per la Giornata di studi su Dioniso e il suo eterno ritorno che, come da anni, si svolgerà in concomitanza con le rappresentazioni tragiche nel teatro di Siracusa.
  • Come corredo fotografico riporto alcuni “haiga” che si ispirano alla tradizione giapponese di associare componimenti haiku a immagini tratti da una escursione sul tema di ArteNatura fatta sulla spiaggia libera della Foce di Ombrone con gli allievi del 4° anno di psicoterapia di questa estate.

 

Grazie e buona lettura da Riccardo Zerbetto e tutti noi del CSTG con gli auguri per una Buona Ripresa!

 

Diritti umani

Petizione a che il Dalai Lama possa ritornare in Tibet

tibet

In occasione del Natale, vorrei proporvi di aderire ad una petizione da me proposta sul sito di Avaaz (http://www.avaaz.org) con il seguente scopo:

Che il Dalai Lama possa ritornare in Tibet (art. 13 della Dichiarazione universale dei diritti umani)

E con l’augurio che in un futuro non lontano i bambini che nascono in Tibet possano sentirsi a casa nella loro patria, esporre la loro bandiera, praticare la loro religione, nominare i propri rappresentanti politici e poter studiare nella loro lingua e non in quella di un invasore che sta gradualmente distruggendo questa cultura millenaria.  Se la firmerete e poi la condividerete con i vostri amici e contatti, riusciremo presto a ottenere il nostro obiettivo di 100,000 firme e potremo cominciare a fare pressione per ottenere un risultato apprezzabile.

Clicca qui per saperne di più e per firmare (un solo minuto è sufficiente!):
http://www.avaaz.org/it/petition/Che_il_Dalai_Lama_possa_ritornare_
in_Tibet_art_13_della_Dichiarazione_universale_dei_diritti_umani/?launch

Con sincera gratitudine per questo gesto di solidarietà che, auguriamoci, possa contagiare molti,Riccardo Zerbetto

La “comunità virtuale” che ha sinora aderito alle petizioni proposte da AVAAZ raccoglie ad oggi 17,2 milioni  di adesioni (numero raddoppiato negli ultimi mesi!) e proviene da 194 nazioni (vedi la mappa). Avaaz ha  comunicando a più di 250 milioni di persone le campagne su temi cruciali della società contemporanea  raccogliendo quasi 7 milioni di dollari a favore di associazioni umanitarie e di promozione dei diritti umani e di democrazia. Dando la parola a Ricken e al team di Avaaz “Perché possiamo ottenere molto da soli, ma se ci uniamo e rimaniamo insieme, qualsiasi cosa è possibile”.

La petizione a favore di Malala, la bambina incredibilmente coraggiosa cui i Talebani avevano sparato alla testa per aver condotto una campagna a favore dell’educazione delle bambine (firmata da 886.000 sottoscrittori) è stata consegnata da Gordon Brown, inviato speciale delle Nazioni Unite per l’educazione globale, direttamente nelle mani del presidente pakistano Zardari, che ha approvato lo stanziamento di un fondo per permettere a Malala e altri 3 milioni di bambini di andare a scuola.

La sottoscrizione di 1,8 milioni di sostenitori ha giocato un ruolo fondamentale nel riconoscimento dello stato palestinese. Tanto che l’ambasciatore palestinese all’UE ha dichiarato: “Avaaz ha giocato un ruolo fondamentale nel persuadere i governi a sostenere la richiesta del popolo palestinese”.

Per diffondere ai anche a: http://www.avaaz.org/it/petition/how_to_promote_your_petition

FESTIVAL DEL DIRITTO 2011 PIACENZA

Domenica 25 Settembre – ore 15,30

Palazzo Galli – Sala Panini

“FREE TIBET” TRA AUTONOMIA E INDIPENDENZA
intervengono: Francesco Olmastroni e Riccardo Zerbetto

Apri la locandina

WORLD ACTION TIBET

Visita il sito in difesa dei diritti per la libertà del popolo tibetano: www.worldactiontibet.org

TORCE UMANE IN TIBET

Manifestazione di solidarieta’ ai  martiri del Tibet immolatisi per la  liberta’ del loro paese

Roma 2 novembre

Leggi la locandina

Leggi l’articolo (4 febbraio 2012)