Poesia archetipica

Questi componimenti non si propongono come intenzionalmente “poetici”. L’intento che li anima è quello di esprimere in estrema sintesi gli elementi costitutivi che definiscono una figura archetipica, sia essa di un dio, come di un  personaggio mitico che, polisemicamente, riunisce in sé una suggestiva pregnanza di significato.

Tali composizioni sono nate, spesso, in terra di Grecia al diretto contatto con quelle suggestioni e luoghi a cui queste figure archetipe sono legate.

Riccardo Zerbetto

 

Arianna a Nasso

La vela nera
Che si allontana all’orizzonte
Non è un sogno
Allora
Perché quello
Che il mio cuore temeva
-e  non voleva sapere-
Già, si è già avverato

Troppe
Le risa insincere
Di questa notte
In cui a forza
Mi venne riempito il calice
Perché ne bevessi
E lontano lo sguardo
Ed il pensiero di Teseo
Astuto
Oltre quel mare
Che solo
Sta salpando
Nel suo ritorno

Ora
Queste livide nubi
Che si confondono
Con gli abissi oscuri
A chiudere ogni orizzonte
Sono
Il mio stesso animo
Immobile
Senza nessuna attesa
Che possa giungere
Ad aprire un varco
Da questa morte
Annunciata
A cui solo la morte
Potrebbe sottrarmi

Certo
La via del ritorno
È preclusa

Il Palazzo regale
E la città
Distrutte
Dalla furia del mare
E del fuoco
Che violenti
Si abbatterono
Ad annientare
Il potere spietato
Del Re dei mari
E senza via d’uscita
È’ il labirinto
Dove ancora è riverso
Il corpo
Del mio sposo di sangue
Prigioniero
Della sua prigione
E vittima
Del sacrificio antico
A cui si immolò
Non sapendo

Ed una sgualdrina
Sono ridotta
Per il mio popolo
Che mi inneggiava
Come dea
Dei raccolti
E delle danze felici

Ed insieme …
Un cupo presagio
Da sempre
Mi fece avvertire
Che quella nave
Nera
Non era la nave dove
Il re futuro di Atene
Poteva condurre
A se accanto una donna
Straniera
Che non fosse una schiava

Così
Non mi resta
Che questa terra di mezzo
Sospesa
Tra un tempo passato
Che non può tornare
Ed un domani
Che mi è negato

In questa isola
Che è sacra al Dio
Dell’eterno ritorno
Voglio affidare
Il mio corpo
Che non sembra più vivo
Ma che della vita
Conserva
Le braci
Nascoste

Pronte a riscaldare il cuore
Ed il mondo dattorno
Al primo alito di vento
Che il Dio
Voglia ancora ispirare
A richiamare una vita
Che lui sono
Sa richiamare
Alla vita

E lui onorerò
Come mio sposo
Perenne
Ed a lui consacrerò il mio ventre di dea
Che è madre
Su questa terra di frutti mortali
Perché il frutto dell’uva
Che solo sa sciogliere
Le pene ai mortali
Possa donarsi abbondante
Nell’isola
Che ora
Mi appare felice
Posseduta dal Dio
Che già mi possiede
sovrana

 

Inno a Demetra

Noi ti celebriamo
Demetra
madre di messi
dai seni fiorenti
che ti adagi radiosa
tra docili valli fecondate da fiumi
e ruscelli divini
che tutti provengono
dall’Amante e Padre
Zeus e Fratello
che tutto irradia
del lucente
e forte suo seme.

Certo è fatica
per l’uomo
tenere ai tuoi passi
assecondare i tuoi fianchi
con il lucido aratro
e le miti
bestie possenti

Ma il cuore rigonfia
a vedere le messi
rinascere
dal vasto tuo seno
nutrimento dell’uomo
e di tutti i viventi
che si nascondono tra i tuoi anfratti
lottano
e si adagiano molli
sulle dolci pendici

Certo infelice
colui che il canto
della tua lode ignora
e del santo tuo nome

Se spande il sudore
guardando al suo avido ventre
senza levare lo sguardo
alla fonte prima
dei molti suoi beni

Ignaro non ricorda
che le molte
forme di vita
che il mondo sovrano
accoglie ospitale
vengono
dal cupo tuo ventre fecondo
che il nome tuo abita
prima che gli occhi si aprano
alla tenera luce
e pur dopo
per sempre

A te
il canto innalziamo
di trepida lode

Lo cantino ancora
le ceneri
a cui le nostre vite presto ritornano
mescolate alle zolle tue sante.

 

Puer aeternus

Tu vieni
Vieni
Ancora
Divino fanciullo
Inaspettato
Oltre ogni possibile desiderio
Vieni

E da sempre
Atteso

Atteso
Dagli inizi
Del mondo
Da quella luce
Infinita
A cui tornare
Se un giorno
Sia dato
Poter tornare

E
Vieni
Ancora
Dal fondo
Della notte
Più buia

Perché la tua luce
La tua piccola luce
Pungente
Trafigga le tenebre
Nel loro cuore
Più buio

E noi
Noi tutti
Quale che sia il pensiero
Che la mente coltiva
O i moti
Che le viscere muovono
Noi
Siamo qui
– sapendolo
o anche no –
Ad attendere
Ancora una volta
Il parto divino
Della grande Notte
Alla piccola Luce

Alla luce che è Carne
E respira
E duole
Come la carne
Che duole
E gioisce

E a questo canto
A questa carola
Di angeli e di pastori
Di animali e stelle
Di lacrime
Di dolore-e-gioia
A questo canto
Che nasce da solo
Da spazi infiniti
Di solitudine
E gelo
A questo canto
Del cuore stesso
Del Mondo
A questo canto
Ci sia dato
Riunirci
Celebrandoti ancora
Germoglio del mondo
Nostra speranza
Attesa divina
Di tutto ciò
Che la Via
Sa ancora
Annunciare

 

Semele

Semele è il tuo nome

Figlia di Cadmo
Nascesti
Quarta ed infelice
Tra le splendide figlie
Spose di eroi

Figlia di un uomo del mare
Come solo un fenicio
Può esserlo
E da sempre

Ma come nessuno
Percorse i flutti infiniti
E gli sconosciuti lembi
Di terre rocciose
Il tuo nobile padre
Prima di approdare,
Seguendo una vacca
Inviata dal dio,
Alla rocca di Tebe
L’antica
Voluta dal Cielo
Come nessuna
Tra le città dell’Ellade

E venne
Dai confini del mare
Per cercare una donna
Dal mirabile nome di Europa
La sorella
Che il padre
Non volle accettare di perdere
Dacchè fu rapita da Zeus
Nelle forme del toro
Dal bianco sacrale
avvolgente
Come la spuma del mare

A te, poi,
senza sposo né prole
Accadde la sorte
Spietata
Il sogno insognabile
D’essere amata
Dal Signore del mondo

Ti divorò
La sua passione
E la tua

Fino a che ebbra
E mai sazia
Della luce
Senza fine
Come in un vortice
Fosti risucchiata
Nell’alto
Dove ai mortali
Non è lecito
Ascendere

E il tuo amante
Divino
Volesti vedere
Com’è
Faccia a faccia
Obliando
La natura mortale
Dei tuoi umidi occhi
Della tenera carne

Così
Lacerata e combusta
Restasti
Divorata dal fuoco
A cui troppo
Ti avvicinasti
Nell’incauta tua brama

Ma dal tuo ventre
Già fecondo
Del fanciullo divino
Lo sposo
Estrasse
Il dolcissimo frutto

E lo pose
Primo
Ed ultimo ancora
Dei mortali cui fu negato
Il dono del parto
Nella forte sua coscia
Nel grembo paterno
Perché compisse i giorni
Del nascere

E fu affidato
Il figlio-dio
Alle ninfe del bosco
Perché nell’ombra
Di una grotta profonda
Passasse il tempo dei vagiti
Che occulti
Dovevano restare
All’ira feroce di Era

E a te
ancora
Dopo lungo soffrire
Nelle infide plaghe
Dell’orrore
E della follia
Il figlio divino
Fece dono
Della vita eterna
Come stella nel cielo
Come si addice agli dei
Che per sempre
Diffondono
la tenera luce
sulle notti del mondo

e …
più ancora di questo
ti rese regina
la prima
delle donne invasate
delle tiadi
che possedute
dal sacro furore
scagliano violento
il capo all’indietro
nel turbine delle chiome
intrecciate a serpenti

e con grido
che lacera il buio
si lanciano nella corsa sfrenata
dalle pendici dei monti

dimentiche
– nell’orgia sacra
a tutti negata
se non alle sante iniziate –
di ogni cura del giorno
della casa
e dei vincoli del sangue

a questa
divina follia
che
al prezzo della vita
e delle tenere membra
combuste sull’altare
di un sacrificio divino
donarono al mondo
il più dolce
degli dei
– foss’anche il più crudele –
a te
Semele
Alziamo ancora
E per sempre
Un canto
Di trepida lode
Perché lo sguardo infuocato
Di passione e di morte
Per la insostenibile luce
Ci preservi
Da una vita
Che non è vita
Nell’ombra di solide mura
Di case
Che sono prigioni

 

A Efesto

A Efesto
Volgiamo lo sguardo
Al dio dalle gambe ricurve
E privo di bellezza
Perchè anche agli immortali
Che talvolta la Moira
Associa ai mortali
È dato soffrire
Dolore e mancanza

E più ancora soffristi
Dolore indicibile
Quando la madre tua,
Regina del mondo,
In odio generandoti
E senza unirsi
in amore allo Sposo
ti gettò
appena nato
dalla cima
del monte splendente
su questa terra oscura
irta di pietre

Ma dal grande dolore
E dal tuo muoverti poco
un ingegno mai visto
maturò
nella fervida mente
e mettendo le ali
ai pensieri più arditi
con le mani instancabili
costruisti
le indicibili cose
che di stupore
ci nutrono

Del fuoco ti impadronisti
perché al tuo forte volere
piegasse
ogni metallo
che la Madre conserva
nelle oscure sua viscere
in dono ai mortali

Fu così che l’amabile oro
e il bronzo lucente
ed il ferro implacabile
consegnasti ai mortali
chiamandoli da una vita
vicina alle fiere
alla nobile città
ben costruita
perché degli dei
onorassero il volto

Te non sostengono
I piedi feriti
Nello scontro violento
Delle schiere in battaglia
Ma le armi lucenti
Tu solo sai forgiare
Nell’antro fumoso
Con quanti
Una sorte spietata
Ha condannato
Al rito del fuoco
Generatore del nuovo

E a te venne in sorte
la più amabile
fra tutte le dee
che una grazia infinita
accompagna
in ogni suo gesto
ma il tuo cuore segreto
insegue inesausto
i pensieri veloci
della dea
dagli occhi splendenti
figlia
dell’unico padre

Ed anche un figlio
– pur rifiutato –
le generasti
quando lei sola
venendo alla fucina
ti chiese
le armi splendenti
di vittoria e di morte
dono del Fato
terribile
al figlio di Teti

Un figlio
Germinato dal tuo seme
E dalle umide zolle
Della terra nutrice
Che Atena
Nel bianchissimo seno
Custodì vera madre
Sino a che, primo re,
governò la città
che fu culla
come nessuna
di tutte le arti

Tu
che di tutte le arti
sei l’artefice primo
concedi alle menti
che non restino opache
ma fecondate
dall’acuto tuo ingegno
ci conducano
più vicini
alla vita dei Beati
come tu pure
-e come te nessuno –
sei stato vicino
alle dolenti
vicende dell’uomo

 

A Poseidone

Non venga a mancarci
La forza dei tuoi fianchi

Dio inconoscibile

Quando
con impeto indomabile
Scuoti la terra
Ed invadi le insenature
Con le possenti
Tue onde
E le distese sabbiose
Col fragore
Dei tuoi assalti

Sposo della grande terra
E domatore di cavalli

Signore di abissi
Insondabili
Come le passioni
Violente
Che scuotono
I visceri e il petto

Tu, che alle radici
Attingi
Dell’Essere stesso
E delle sue forze
Prima che ancora
Si sappia di esse

Certo la dea
Dagli occhi splendenti
E dalla lucida mente
Vorrà domare
Il tuo impulso che tutto
Può sovvertire

Ma è folle
– sia un mortale
o anche un dio –
chi dimentica l’imprevedibile
irrompere
della tua foga
e non la onora
di umile
ri-conoscenza

HAIKU

Haiku

Se chiudo gli occhi
Posso vederti. Come
Ad occhi aperti

Resto in ascolto
Anche dei tuoi silenzi
… come in attesa

ecco sfiorisce
il fiore col suo frutto
… ed anche senza

Questo restare
Sul confine … a lungo e
Poter crescere

Sbatti nel petto
Come rondine in gabbia
Cuore ferito

Luce di luna
Sulla gelida neve.
Cuore assorto

La tua mancanza
Mi parla di te. Come
La tua presenza

Ora s’è spento
Anche l’ultimo lume
Resta il buio

Assaporare
Ogni istante di vita e
… anche di morte

Quando fa male
Anche il respiro e …
Tutto si ferma

Batti più forte
Amore che già spezzi
Buio e catene

E abiterò
Lo spazio vuoto della
Tua mancanza

Forse un fantasma …
L’idea che ho di te.
Tu non sei mai stata?

Non so che fare
Dell’essere libero
A questo punto

Quanto ci sei tu
Nella proiezione del
Mio desiderio?

Chi è più vera
Madonna Laura o la
Signora Laura?

Fosti la Musa
Ma scegliesti infine di
Essere Donna

Dolceamaro
Sapore della vita
Amaro dolce

Paolo e Francesca …
Dura condanna essere
Eterni amanti

E’ solo vuoto
Quel centro del cuore
Che sto cercando?

Ciò che perdiamo
È solo l’ombra di ciò
Che abbiamo avuto
Nel delirio io
Sono entrato e non so
Come uscirne

Parlare d’amore
O vivere d’amore
… la differenza

Un disperato
Nuovo tentativo di
Poter amare

Chiudere meglio
Di come in quel giorno
Abbiamo aperto

Viene la sera
I pensieri più radi
… quasi assopiti

E ritrovarci
A sognare insieme
L’unico sogno

Si rincorrono
Per fuggirsi ancora
I nostri sguardi

Cosa sappiamo
L’uno dell’altro, noi
Non lo sappiamo

Come sospesi
Tra il cielo e la terra
Ci ritroviamo

E con dolcezza
Accettare che i giorni
Sono contati

Note sospese
Come petali al vento
In primavera
Vado imparando
Ad udire i pensieri
Oltre i silenzi

Nessuna scusa
Se non sono felice
Come potrei

Esisto forse
Nel mondo che e’ mio
E non solo tuo?

E custodire
Un intimo contatto
Nella distanza

Non ti affidi.
Fai bene! Eppure …
Fai molto male

La luce chiara
Della vasta coscienza
In cui ti perdi

Mi costa meno
Sapere che parti se
Mi porti con te
Nell’apparire
C’è una verità di
Ciò che appare

Il cambiamento
Anche se in peggio ma
È necessario

Saper morire
Quando viene il tempo di
Dover morire

Non so cosa sia
L’amore. Eppure so
Che io ti amo

Ho ricercato
Un colloquio d’amore
Non l’ho trovato
come Orfeo …
con un ultimo sguardo
ci salutammo

Hai ragione:
Posso stare con te se
So stare con me

Più non si specchia
Nel fondo dell’anima
Il nostro sguardo

Noi siamo parte
Di un circuito d’amore
Che va oltre noi

Poter trovare
Quella giusta distanza
Nel qui ed ora

Bere una birra e …
Dire al cuore che puo’
Vivere ancora

Potrà restare
L’amore anche senza
Il desiderio?

Dimmi che non sei
Solo la maschera che
Mi credo di te

Come cercando
Una causa prima al
Mio malessere

Come le scosse
Di assestamento dopo
Il terremoto

Passano I giorni e …
Sembrano molti. Ma già
Sono finiti

Voler soffrire …
Forse e’ l’altra faccia del
Voler gioire

La tua incostanza
Sbatte la mia barca
Contro gli scogli

Vorrei fuggire
Dalla mia stessa ombra
Se lo potessi

Viene il momento
In cui bisogna stare
Nel proprio centro

possiamo farci
un sacco di bene. ma
anche del male

Limpida mente
Nella quale incontrarci
Senza difese

Noi rispondiamo
Parole alle parole
Fatti ai fatti

tutto è bene
ciò che finisce bene
… se è un bene

E’ più facile
Amare se sessi che
Amare l’altro?

Amare tutti
E’ più facile se non
Ami qualcuno?

Il consegnarsi
Nelle mani dell’altro
Non e’ follia (?)

Il piacere
Non puoi mai dividere
Da sofferenza

La dipendenza
Dalle cose d’amore
E’ dipendenza?

Bello il fuoco
Ma non avvicinarti
Oltre misura

Tocca il cuore
Della tua dipendenza
Se vuoi uscirne

Mi accompagna
Fedele l’ombra della
Tua mancanza

Poesie di Massimo Habib

MassimoHabibNel 2008 è cofondatore della International Association of Tangotherapy Therapists (IATT) di Cardiff (UK) e da quel momento promuove in Italia la disciplina del TangoOlistico, particolare fusione dei principi della Gestalt Therapy con alcuni elementi fondamentali del Tango, con l’obiettivo di promuovere un nuovo strumento di lavoro su di sé teso al raggiungimento di un più elevato equilibrio di benessere

VUOTO FERTILE

Mi immergo
In un orgasmo
Di aria di mare
Senza vento
Come un nulla di conchiglia,
futura perla.

CONFLUENZA

Che la mia goccia
Possa essere come te, Mare,
così tu, grande, potrai essere luce
e io uscirò
da questo pozzo
liquidi, i miei occhi.

DEFLESSIONE

Camera di specchi
Che mi proteggi e mi condanni
In un angolo di rete.

CAMBIAMENTO

E pure
Sei ancora tu
Nella tua misura con il cielo
Nella imperturbabile grandezza.
Ma ieri, mentre dormivo,
eri come assente, Mare mio.
Non oggi. Le onde chiuse e nere.

EMPATIA

La nostra pelle,
ora,
si rassomiglia
come le ali del gabbiano
a volare.

TRANSFERT (CONTRO)

Tra le nostre sedie
Un gigante buono
Fatto di niente e d’autunno,
soddisfa le nostre idee
voltandosi,
a seconda.

DAIMON

Tu guardi lontano…
No, continua!
Mi piace guardare coi miei occhi
I tuoi che guardano
Altrove
Dove sto per andare.

SULLA SOGLIA

il brivido
di fili di ghiaccio sottopelle
mi lascia le labbra in curva
e mi godo
l’idea del passo
e l’idea del restare
come fossero gemelle
invidiose
della loro bellezza nuda e
adolescente
mentre sperano uomini che non sanno.
una mano su un fiore di carne lucida
e l’altra alla finestra
sulla soglia.

IMPROVVISAMENTE

Improvvisamente
Da un sogno nascosto sotto
Resti d’amore inespressi
Nasce uno sgomento
Di vita
E germoglia così piano
Che l’occhio non sa
Il cambiamento.
Forse potessimo
Vedere più piano
Questo moto d’amore
Allora ogni sguardo
Sarebbe luna e sole

HO FRETTA DI VIVERE

Ho fretta di vivere
Che la morte è una compagna che urla
piano.
Non sarà l’attesa a dire il colore
delle tue labbra
o i remi della notte a giurare la luce del giorno
ora e qui sento che non posso
parare il sapore dei miei pensieri
sia allora il moto del sangue a parlare
che piano scorre e sa dove andare.

Poesie di Silvia Lorè

Laureata in Filosofia con esperienza di insegnamento nelle scuole superiori e di formazione professionale, svolgo attualmente la professione di Educatrice presso un Centro per disabili.

Sono Counselor ad indirizzo gestaltico formata presso il CSTG di Milano.

Da qualche anno ho scoperto il valore terapeutico e autoterapeutico della poesia che intendo, fondamentalmente, come facoltà attivatrice di risorse trasformative del nostro “essere nel mondo”.

Perché la poesia “si configura come una particolare condizione dello Spirito… ed è impossibile pensarla separata alla condizione umana” (Natalia Ginzburg, 1973).

 

Da Perls apprendiamo che “la poesia è l’esatto contrario della verbalizzazione nevrotica”( Perls F., Hefferline R.F., Goodman P., Teoria e pratica della terapia della Gestalt, Astrolabio, Roma, 1971, p.130). Con le parole, infatti, spesso ci difendiamo da emozioni potenzialmente angoscianti. La distinzione essenziale è quella tra l’esprimersi e il parlare di. L’espressione poetica coglie la parola vera e autentica che corrisponde all’esperienza che stiamo vivendo. Quando diciamo qualcosa in forma poetica facciamo quindi esperienza reale di ciò che ci sta accadendo. Il processo creativo si svolge, al pari dell’attività ludica dei bambini, sulla base di una consapevolezza  che “costituisce una sorta di via di mezzo, né attiva né passiva, che accetta però le condizioni, si concentra sul lavoro, e matura verso la soluzione”(Ibidem, p. 56). L’esito finale di tale processo, la forma della poesia in cui l’emozione è contenuta ed espressa,  è un oggetto nuovo, una realtà che prima non c’era o che non era ancora visibile perché ancora sommersa, non definita. E’ un oggetto autentico e reale che esprime l’atto di consapevolezza del poeta rispetto alle proprie emozioni.

Ed è anche un oggetto nuovo che, in quanto tale, produce una perturbazione dell’intero campo esistenziale.

La poesia, in quanto forma d’arte, si produce sul confine di contatto tra organismo e ambiente, laddove  si manifesta il sé in quanto funzione di adattamento creativo tra le due realtà. La creatività della poesia è parallela ed equivalente alla creatività delle esperienze di adattamento che l’individuo sperimenta nel corso del personale ciclo di vita.

Sostanzialmente, si tratta di individuare quali operazioni di confine attiviamo, e quindi quale modo-di-essere-nel-mondo ci contraddistingue. Quale mito – quali miti – ci abitano.

L’efficacia trasformativa della poesia consiste nella produzione di immagini, nel trarre dagli eventi immagini significative, cariche di senso e, perciò, reali esperienze della nostra vita.

Si tratta di un lavoro che ha a che fare con la visione e con la metafora.

La poesia è essenzialmente metafora, e il poeta è colui che ricerca attivamente metafore, connessioni, analogie, legami con le cose e gli eventi, e tra se stesso e questi ultimi. L’ideazione poetica, intrinsecamente connessa con la metafora, è allora forma mitopoietica, generatrice di miti.

Ma creare miti significa configurare immagini che riflettono e accompagnano la nostra modalità relazionale con il mondo, significa intervenire creativamente nell’adattamento che costantemente svolgiamo con l’ambiente del quale siamo parte.

Significa vedere nel mondo parti di noi e riflettere in noi parti del mondo. Si esprime in questo modo il processo creativo dell’uomo che nasce da una comunicazione tra interno ed esterno.

La poesia, quindi, è quella configurazione linguistica e psichica che racconta un’esperienza, quella del rapporto, in qualunque modo esso si presenti, tra l’Io e il mondo.

La poesia fotografa l’immagine di un incontro al confine tra l’interiorità e l’ambiente esterno senza, tuttavia, immedesimarsi con nessuna delle due realtà.

La poesia, una volta conclusa nella sua forma, si pone come testimone dell’esperienza vissuta, rendendosi fruibile agli altri.

Nella poesia, è noto, risulta difficile separare nettamente forma e contenuto, ciò che viene detto dal come viene detto. Questo fenomeno, oltre ad aprire alla problematica relativa all’intraducibilità della poesia, offre un rimando significativo all’attenzione che la Gestalt pone su come l’individuo si declina nel mondo. Al di là delle intenzioni, dei propositi, delle vuote parole, ciò che è prioritario è la modalità di adattamento posta in essere dal soggetto, modalità nella quale si ritrovano le reali intenzioni, i reali propositi, i reali copioni di vita messi in atto.

La sintesi di forma e contenuto operata dall’immagine poetica mostra – e non descrive – la peculiare modalità di come il poeta si declina nel mondo.

In questo senso la poesia può definirsi come “parola incarnata”.

(dalla Tesi di Counseling di Silvia Lorè, L’elemento poetico come strumento di cura, 2010).

BIOS

Incisa
come la roccia
rabbiosa
dalla goccia.
Vedere
che gli occhi
ancora viaggiano.
Occhi
cristalli.
Brillantezza.
Spietata
radice
d’amore.

STARE

Stare
Nell’amore
Come
Su
Un abisso,
come 
sull’orlo
di 
un infinito
viaggio.

MEDITAZIONE D’AMORE

Attraversando 
i tuoi fiumi
come 
vene palpitanti
– piccole vene azzurre –
e amare,
amarti
come sei
scendendo 
piano
dove
l’infinita
dolcezza
celebra
il dolore.

SULLO SFONDO

E là 
son io
dietro l’ombra spessa
a scavare
la vita 
vera
come
un embrione
dentro
l’utero.

CHIUSURA

Come una vagabonda
giro e rigiro.
e mi parlano
e mi dicono.

Sono
sporca
di vita
come un ramo 
gonfio
di tagli,
e di orgoglio.

ULISSE

Lascia che dilaghi il mio mare
Debordare il mio cuore
(la mia ombra soverchiare)
La mia anima si sposi alla follia.
Slegami dalle rocce
Ferme
Fredde
Devo correre
Tra
Le mie mille
Vite
Incastrate.
L’ombra fraterna
Mi invita alla danza
E nelle eco infinite
Il suono di tutti i mondi
A cullare
I figli
Non respirati
Non nutriti.

REGALO

C’è il vento
Come un regalo
sulla Pianura.
M’affaccio alla finestra
spoglia.
Aria alle stanze
vecchie
e non cresciute.
Nell’infanzia
Il vento
Era vivo

 

GIOCATORI
Mescolare
nel pozzo nero
della mia anima
ogni
lurido
gioco.
Sto come
sto.
Sto qui
con il
mio
corpo
offeso.
Come 
una
smorfia
nella 
penombra.

Ma pieno
mai pieno…
Colmarmi
di vuoto.

Dov’è il piacere
e la vertigine,
dov’è quell’abisso
che mi somiglia?
Cado
dalla cima
più alta
nell’immondizia
del mondo,
a cercar gemme
stupefacenti.

Sono stato
Pescatore
Di chimere
Di pezzi di vetro
Luccicanti
Come 
Occhi di drago.
Legato
Al giardino
Delle lusinghe
Delle sirene
Subdole
E vascelli
E fantasmi
E bugie.
Riemergere
Come
Naufrago.

Poesie di Diana Didoni

Mi chiamo Diana Didoni, ho una laurea in Filosofia con un indirizzo psico-pedagogico e ho lavorato per molti anni in grandi aziende multinazionali ricoprendo ruoli di notevole responsabilità nel campo delle risorse umane.
Ho integrato la mia preparazione con esperienze formative pluriennali in Analisi Transazionale,  PNL e, più recentemente, in Gestalt, conseguendo il Diploma di Counselor ad orientamento gestaltico nel 2009.

Per alleviare un sottile “male di vivere” che – per quanto ricordo – mi ha accompagnata da sempre,   ho affrontato due successivi percorsi di analisi personale, ad indirizzo transazionale prima e junghiano poi.
Ho imparato a convivere anche con gli aspetti “scomodi”della mia personalità, scoprendo che essi sono anche  una preziosa risorsa .
Le poesie sono lo strumento con cui continuo a dialogare con i diversi  aspetti di me, a riconoscerli e prendermene cura.
In realtà proprio le poesie sono forse il linguaggio spontaneo con cui le mie parti più fragili e oscure  hanno imparato a manifestarsi, a sviluppare un loro spazio che è illuminante e pieno di energia.

Durante le mia esperienza di lavoro, l’ interesse per le persone e una acuta  consapevolezza della grande importanza che ha il tempo della vita lavorativa per  il  benessere individuale , mi hanno via via portata a concepire e sperimentare anche in azienda progetti di sviluppo di grande  apertura e molto innovativi.
Potendo contare, per un periodo abbastanza lungo, su di un contesto lavorativo favorevole, ho  potuto infatti progettare e realizzare già nei primi anni ’90 sistemi di sviluppo che impiegano il counseling –insieme a modelli di competenze- come strumento di crescita personale e professionale e come mezzo per superare situazioni di difficoltà, di cambiamento o di stress in ambito lavorativo.

Nel corso della mia esperienza ho potuto osservare come l’equilibrio personale, familiare, sociale e  lavorativo siano strettamente collegati: ambiti apparentemente distinti si contaminano continuamente (sia in senso positivo che  negativo), e non è quindi infrequente che difficoltà o cambiamenti  in uno di questi ambiti possano “dilagare” portando disarmonia o sofferenza anche in altri aspetti della nostra vita.

Qualche anno fa, dopo avere lasciato l’azienda per continuare con una attività di consulenza, mi sono dedicata in particolare al coaching di manager in via di ricollocazione lavorativa o di altri soggetti in condizione di disoccupazione, e al counseling motivazionale.
Come counselor ho anche seguito progetti a supporto dei carcerati affidati al servizio sociale e, sempre come counselor, mi occupo, presso un ambulatorio medico, del sostegno a persone in difficoltà per motivi di salute o personali.

Mi interesso di letteratura, psicologia archetipica, spiritualità e arte e non smetto mai di imparare. Dai libri e dalla esperienza.
Amo la differenza, il contatto con universi nuovi, la gioia dell’intimità e delle emozioni autentiche.

Canzoni

Per l’amore mio,
che trasforma
il digrignare dei denti
di tutte le nostre
rabbiose ribellioni
in raggi di luce invernale;
al cui timido chiarore
possiamo,
senza danno reciproco,
portare allo scoperto
le nostre ombre;
e correre incuranti,
lungo erte pendici
di sogni dispettosi,
fino ad ammansire
le nostre fiere illusioni.
Per l’amore mio,
che mi sorride la notte,
occhi chiusi e carezze,
salgo e scendo le scale
recando in dono
nuove canzoni.

2001

Preghiera per capodanno

Giorno aspettato
Troppo solo e troppo pensato,
Grigio di perla invernale
Nella livida luce
Di ogni imperfezione.

Mattino
Nato senza radici
Perduto l’oro delle prime ore,
Che ci sorprende, attardati
In un risveglio senza difese.

Tu che conosci la mia pena
E ne custodisci il segreto,
tu che vegli la mia inquietudine
e con lo sguardo
mi ricopri le spalle.

Tu che scopri oggi
Come distrarmi
Dalla pena
Che sono a me stessa,
Col tuo buongiorno
Benedici i miei passi.

Buon anno e amen.

2001

Gatto

Altre volte invece
Lui compie un balzo
Di gatto
Urgente e improvviso
Feroce
Lui stesso
Ne rimane stupito

Inutile chiedergli come
Da quale regione
dell’anima
Questo lampante
irriverente ardore
Sia venuto
a ricordarci che
Non tutto è noto,
E anzi molto di lui
ci è ancora ignoto.

Ci resta in gola
Un sordo dolore
Una delusione
Dal colore ancora incerto
Una piccola
Insinuante
Invadente infermità
Con cui non vorremmo
Nessuna parentela.

2001

Certi giorni

Certi giorni,
l’ospite
guarda fuori cautamente

Occhi chiari
Dietro palpebre abbassate
Trafitto lo sguardo
Da un pensiero
Che non lascia la presa

Una nebbia vischiosa
Intorno al cuore
Ne indebolisce la fede
Insidiato dal dubbio
L’ospite
si vorrebbe astenere

Si strugge di nostalgia
L’ospite straniero
A nulla valgono
Le nostre offerte
E variegati lenimenti

Con tenerezza e dolore
Lo terremo per un lembo
Mentre
Posseduto
Ci vorrebbe lasciare

Noi lo possiamo amare
Ma non lo possiamo consolare.

2002

Dorme

A volte dorme
L’amore
Alito e brezza
Delle giornate

Dorme a lungo
Silenzioso
Che appena
Lo sentiamo
Respirare

L’anima con lui
Se ne sta
In sordina
E noi viviamo
Disabitati.

2003

Chi resta con me ?

Nella scia di una parola
avara di sè
e un po’ stizzosa
forse te ne sei andato
per sempre

Resta questo piccolo dolore
sempre con me
e galleggia
sulla superficie liquida
dell’ anima

Lo avvolgo tra  calde coperte
la notte, e lo tengo vicino,
una culla di preghiere,
fino a che non si addormenta

E allora sembra cercare,
nelle vaghe trame dei sogni,
dove sfociare,
dove portare sè stesso,
per togliere il disturbo.

Perché anche lui
non sa dove andare.

2008

Difficoltà di respiro

Ed è così
che da una ferita
talvolta
nasce un pensiero.

Inoffensivo
all’apparenza
come i gesti quotidiani,
inevitabile
si apre un varco

E batte,
ostinato,
come una mosca
d’inverno
contro il vetro soleggiato.

E noi dietro a lui,
a crepitare nervosamente,
l’anima ingombra
di pagliuzze taglienti;
e difficoltà di respiro.

2008

Depressione mattutina

L’ombra si allunga sulla giornata
Dal fondo slabbrato di un sogno.
Greve come la statua di un re deposto
Sul gradino sdrucciolo del risveglio.

Subito affaticato ed affranto,
Ingombro di domande
Di contenuto oscuro,
E le risposte irrilevanti.

L’anima annaspa cieca
Accarezzando incerta le cose,
E si protende a tentoni
Verso un varco quotidiano.

Conosce tutto ormai:
sa bene di questa oscurità
Che non le è affatto nuova
pur col suo recente sgomento.

Ma non serve affrettarsi,
nemmeno protestare altri impegni:
Resterà fin che vorrà:
esausta, l’anima e la sua ombra.

2009

Timido

Com’è  turchino oggi
il mio dolore !
Ha perso la pelle di serpente,
lo sguardo obliquo,
le movenze saettanti
con cui da un angolo all’altro
nell’anima mia
andava a caccia,
e di inquietudini
mi lambiva.
Turchino scintillante,
oggi cerca l’ombra delle grotte
dove la timidezza è preziosa
e il silenzio benvenuto.
Cerca il canto degli anfratti
e rispecchia cauto
il turchino indifferente
del cielo.

2009

Aspettative

Troppo ti capisco perché mi parli.
E le parole sono diventate sospette:
tutte possibili fughe di notizie
tutte inaffidabili,
tante finestre sul cortile
aperte sui tuoi segreti.

E allora piuttosto lesiniamole.
Esponiamo solo le più convenzionali
quelle che tanto son passate
di bocca in bocca
da non avere più sapore
da non contenere più sorprese.

Troppo ti ho desiderato per indignarmi.
E ora non riesco a credere
che aspettando non salterà fuori
una lucertola da sotto il piatto,
e un fungo non crescerà nel lavandino
e dalla zucchina non uscirà una risata.
Di cuore.

2009

Noi due

Inquieto
Svolazzi lontano

Ma non così lontano
Da sparire

Io inquieta ho le ali
Pesanti invece
E non so volare

Ma l’aria mossa
Dalle nostre inquietudini
E’ già una compagnia.

2009

Mandarino night

E’ notte sotto il mandarino,
verdeggiante e lustro,
e fitto di fogliame.

Improvviso sento un sospiro:
ma in andata, senza ritorno..
e un brivido di paura mi percorre,
un lampo di terrore domestico.

Cosa sarà questo contatto
inaspettato ?
Una foglia frusciando
mi accarezza il collo e cade qui vicino.

Questo mondo di forme e di allusioni tattili,
selvatico dietro l’apparenza di agrumi,
non tiene le distanze
non conosce i confini,
e pullula di  occhietti e di zampine.

2010

Aquilone

Nel silenzio
Della casa
Non mi sentivo affatto sola.

Lo spazio denso e fitto
di andare e venire
Immagini
e pensieri
Oggi ieri e domani
Disordinati
Anarchici
Leggeri e pesanti
Compiuti e incompiuti
Soffiavano lievi
Appena percepibili sulla soglia.

Tutti insieme
Ormai padroni
E io tra loro
Con te
Aquilone
Nella mia mano.

Che non ci sei.

2011

Quiete

Non è che ora la nostalgia di un altrove
abbia finalmente abbandonato il campo
non è vero che non mi struggo più nei versi d’amore
ne’ che gli animali dei sogni
sanguinanti di umori fuori tempo
abbiano lasciato il posto a sonni tranquilli.

La malinconia della lontananza
ancora stringe il mio cuore come il gelo d’inverno.
Ho solo cessato di opporre resistenza
ho sulla bocca parole rassicuranti
e ascolto paziente in me il lamento dei mondi
gocciolare lento come la pioggia stasera.

E’ tutto ancora con me, come sempre.
E io con lui piena di vergogna.
E con te senza rimpianto.

2011

Ringraziamento

Quanto spazio
C’è
In questo cuore !

Anziché
Anguste e stipate stanze
Vasti luoghi di conversazione

Anziché
Tortuosi corridoi
Ampie terrazze sulla vita

E anziché
Controllati accessi
Accoglienza a perdita d’occhio

E lacrime per oscuri misteri
Benvenute
Come il riso e l’oblio

Quanto spazio
C’è
In questo cuore !

Chi l’avrebbe detto
Che quinte timorose
Celassero tanta abbondanza ?