La parentela orientale della Gestalt

Dare Corpo

 A cura di Giovanni Montani

Con questo numero riprende la pubblicazione su questa rivista della rubrica sulla consapevolezza corporea e le connessioni della Gestalt con altre discipline.

 

La parentela orientale della Gestalt

Dalla lettura del libro “La Gestalt, terapia del con-tatto emotivo” di Serge Ginger

A cura di Valter Mader

 

“E’ probabilmente vero in linea di massima che della storia del pensiero umano gli sviluppi più fruttuosi si verificano spesso ai punti d’interferenza tra due diverse linee di pensiero. Queste linee possono avere le radici in parti assolutamente diverse della cultura umana, in tempi diversi e in ambienti culturali diversi o di diverse tradizioni religiose; perciò, se esse realmente si incontrano, cioè, se vengono a trovarsi in rapporti sufficientemente stretti da dare origine a un’effettiva interazione, si può sperare allora che possano seguirne nuovi e interessanti sviluppi.”

Werner Heisenberg

 

Spesso è attribuito a Perls che abbia attinto molto alle filosofie orientali, ma ben di rado si precisa esattamente che cosa. È più probabile invece riscontrare delle affinità tra la filosofia gestaltista sviluppata da Perls e il pensiero orientale. È proprio quel pensiero orientale di storia millenaria che sta dimostrando la piena attualità anche nella storia occidentale.

 

La caratteristica più importante della concezione del mondo orientale è la consapevolezza dell’unità e della mutua interrelazione di tutte le cose e di tutti gli eventi, la constatazione che tutti i fenomeni nel mondo sono manifestazioni di una fondamentale unicità.

Tutte le cose sono viste come parti interdipendenti e inseparabili di questo “tutto” cosmico, come differenti manifestazioni della stessa realtà ultima. Le tradizioni orientali si riferiscono costantemente a questa realtà ultima, indivisibile, che si manifesta in tutte le cose e della quale tutte le cose sono parte.

Essa è chiamata Brahman nell’Induismo, Dharmakàya nel Buddhismo, Tao nel Taoismo. Poichè trascende tutti i concetti e tutte le categorie, i Buddhisti la chiamano anche Tahatà o Essenza assoluta: “Ciò che l’animo percepisce come essenza assoluta è l’unicità della totalità di tutte le cose, il grande tutto che tutto comprende”.

La fondamentale unicità dell’universo non è solo la caratteristica principale dell’esperienza mistica ma è anche una delle più importanti rivelazioni della fisica moderna.

 

 

Il Tao della fisica

 

  1. Capra (Tao della fisica) osserva che l’atteggiamento di gran parte degli scienziati è ancora troppo yang cioè troppo razionale, maschile e aggressivo. Molti di loro sostengono attivamente una società che è ancora basata su una concezione del mondo meccanicista e frammentaria, che ha ancora radici forti nei concetti più solidi e classici, quali quelli della materia, dell’oggetto, dello spazio, del tempo, della causa/effetto, etc.

La fondamentale unicità dell’universo è una delle più importanti rivelazioni della fisica moderna. Essa diviene evidente a livello atomico e si manifesta tanto più chiaramente quanto più si penetra in profondità nella materia, fino al mondo delle particelle subatomiche.

Studiando i vari modelli della fisica subatomica si vede che essi esprimono ripetutamente, in modi diversi, la stessa intuizione: i costituenti della materia e i fenomeni fondamentali ai quali essi prendono parte sono tutti in rapporto reciproco, interconnessi e interdipendenti; non possono essere compresi come entità isolate, ma solo come parti integrate del tutto. Dal pensiero tradizionale dei mistici orientali essi non hanno mai dissociato lo spirito dalla materia, hanno invece sempre percepito tutti gli aspetti differenti, ma strettamente interdipendenti, di una realtà dinamica, ultima “eternamente in movimento, via organica, contemporaneamente spirituale e materiale” ( F. Capra).

 

Olismo: teoria biologica generale derivata dal vitalismo, proposto negli anni Venti in contrapposizione al meccanicismo, secondo la quale le manifestazioni vitali degli organismi devono essere interpretate sulla base delle interrelazioni e delle interdipendenze funzionali tra le parti che compongono l’individuo, il quale nel suo complesso presenta caratteristiche proprie, non riconducibili alla somma delle sue parti.

 

Partendo da questa definizione, osserviamo come la visione olistica della gestalt si inscrive in tutta evidenza in questo tipo di percezione del mondo in cui ciò che interessa al terapeuta non è mai l’indizio isolato, il gesto o la parola, ma è piuttosto la interconnessione permanente dell’individuo globale con il suo ambiente generale, sociale e cosmico. Il tutto immerso in un flusso incessante, che è possibile apprendere attraverso una vigilanza attimo per attimo, sul qui ed ora che si svolge con il suo corteo ininterrotto di Gestalt che si formano, si realizzano e si dissolvono in un processo di perpetua turbolenza. I più grandi fisici contemporanei, alcuni anni dopo i fenomenologi e i Gestaltisti, ritrovano così dei temi cari ai cinesi dell’antichità e sanno adesso che non esiste in natura, alcun fenomeno materiale indipendente dal pensiero e dallo sguardo dell’uomo: viene così a cadere la figura dell’osservatore neutro e obiettivo.

Nella fisica atomica, lo scienziato non può assumere il ruolo di osservatore distaccato e obiettivo ma viene coinvolto nel mondo che osserva fino al punto di influire sulle proprietà degli oggetti osservati. John Wheeler considera questo coinvolgimento dell’osservatore come l’aspetto più importante della meccanica quantistica e ha quindi suggerito di sostituire il termine “osservatore” con “partecipatore”.

”Nel principio quantistico nulla è più importante di questo fatto, e cioè che esso distrugge il concetto di mondo inteso come <<qualcosa che sta fuori di qui>> con l’osservatore a distanza di sicurezza, separato da esso da lastre di vetro spesse venti centimetri. Anche quando osserva un oggetto così minuscolo come un elettrone, l’osservatore deve spaccare il vetro: deve entrare, deve installare il dispositivo di misura che ha scelto……La misurazione cambia lo stato dell’elettrone. Dopo, l’universo non sarà mai più lo stesso. Per descrivere ciò che è accaduto, bisogna eliminare la vecchia parola <<osservatore>> e sostituirla con il nuovo termine <<partecipatore>>”

  1. Wheeler

 

E’ questa anche l’opzione deliberatamente scelta dal terapeuta gestaltista di fronte al suo cliente, del quale egli non osserva il comportamento “in sé”, ma con il quale entra in interrelazione, esplicita o implicita, con coinvolgimento controllato, in uno spazio occupato dagli intrecci dell”Io-Tu” di Buber, anch’essi coinvolti nell’ ”Io-Quello” dell’universo.

Il tema gestaltista del continuum di coscienza e della “successione delle gestalt”, apparizione e sparizione di figure su uno sfondo, richiama quello del mondo fluido in permanente trasformazione, simboleggiato dal Yi-King, il Libro delle metamorfosi cinese.

L’analisi meccanicista di tipo newtoniano, che era ritenuta l’unica scientifica, ha perso quella centralità “scientifica” che era stata costruita a partire da un insieme di entità basilari dotate di certe proprietà fondamentali, che erano state create da Dio e quindi non potevano essere ulteriormente analizzate. La nozione di leggi fondamentali della natura fu una conseguenza della fede di un legislatore divino che era profondamente radicata nella tradizione giudaico cristiana. Come dice Tommaso d’Aquino: “C’è una Legge eterna, cioè la Ragione, che esiste nella mente di Dio e che governa l’intero Universo”.

Quest’idea di una legge divina ed eterna della natura influenzò grandemente la filosofia e la scienza occidentale. Tuttavia, nella fisica delle particelle è presente una scuola di pensiero radicalmente diversa, che parte dall’idea che la natura non possa essere ridotta a entità fondamentali, quali le particelle elementari o i campo fondamentali.

La natura deve essere compresa interamente attraverso la sua coerenza interna o “autocoerenza”, cioè ricercando la coerenza dei suoi componenti ognuno con se stesso e reciprocamente tra di loro. Questa idea è nota come l’ipotesi del bootstrap. (Nel contesto della fisica delle particelle, esso indica una situazione in cui un’entità si regge sulla sua coerenza interna e riassunta in fisica da F. Capra).

Nell’universo in continuo cambiamento, “ogni cosa è collegata con tutte le altre”, in cui” se si considera una qualsiasi porzione le sue proprietà non obbediscono ad alcuna legge fondamentale, ma sono determinate dalle proprietà di tutte le altre”.

L’Autore, tuttavia precisa che la maggior parte dei ricercatori scientifici hanno comunque presentito questo stato di cose: lo stesso Newton pur da posizioni “di concezione meccanicista dei fenomeni che sono presenti nel mondo” ha scritto di più sull’alchimia che sulla meccanica e l’ottica insieme. Prosegue poi, riportando una dichiarazione di Freud, nel 1921, in cui asserisce che se avesse potuto riprogettare la sua vita, l’avrebbe consacrata allo studio dei fenomeni occulti. Pare inoltre che lo stesso Einstein si sia interessato moltissimo ai fenomeni cosiddetti paranormali e alla parapsicologia, al punto di scrivere la prefazione a un libro di Upton Sinclair sulla telepatia (Mental Radio).

L’Autore conclude quindi asserendo che giocoforza è importante percorrere la strada dell’apprendimento globale, sintetico dei fenomeni, attraverso l’esperienza della intuizione, con l’approvazione poetica dell’emisfero destro, e non sotto la rigida sorveglianza sospettosa e tirannica dell’emisfero sinistro, avido di classificazioni ormai obsolete. E a questo proposito: Hubert Reeves, Direttore delle ricerche al C.N.R.S. e all’Istituto di astrofisica:

“L’uomo antico parlava a un universo che gli rispondeva. La scienza pretende oggi che l’universo sia vuoto e muto…..Personalmente io non credo che l’universo sia muto, credo piuttosto che la scienza sia dura d’orecchio.

E’ tuttavia notevole il fatto che siano i fisici, che rappresentano così tipicamente la punta della legione razionalista, ad aver avvertito per primi questo disagio al livello del loro stesso procedere. Ai biologi che dicono loro:” Aiutateci a trovare all’interno dell’elettrone le radici della coscienza”, i fisici oggi rispondono:” Ma noi siamo impegnati a cercare le radici dell’elettrone all’interno della coscienza…”.

 

(…..) Ciò che occorre, oggi come oggi, è riconciliare dentro di noi questi due modi di procedere; non negarne uno a favore dell’altro ma fare in modo che l’occhio che scruta, che analizza e che disseziona, viva in armonia e in intelligenza con quello che contempla e che venera (…). Occorre dunque che apprendiamo a vivere ora praticando contemporaneamente la scienza e la poesia, dobbiamo cioè imparare a tenere entrambi gli occhi aperti contemporaneamente”.

 

 

Il Tao

 

Le due principali tendenze del pensiero cinese, il Taoismo e il Confucianesimo, possono rappresentare l’interazione dinamica delle polarità opposte, yin e yang, dove rispettivamente il Taoismo dà importanza a tutto ciò che è intuitivo, femminile, mistico e arrendevole, mentre il Confucianesimo è razionale, maschile, attivo e dominatore. I Taoisti erano convinti che, mettendo in primo piano le caratteristiche femminili, arrendevoli della natura umana, fosse facilissimo condurre una vita perfettamente equilibrata in armonia con il Tao. Riconoscendo i limiti e la relatività del mondo del pensiero razionale, il Taoismo è, fondamentalmente, una via di liberazione da questo mondo, ed è paragonabile, sotto questo punto di vista, alle vie dello Yoga o del Vedanta nell’Induismo. Il libro di Chuang-tzu è pieni di passi che riflettono il disprezzo dei Taoisti per il ragionamento e l’argomento logico. Ad esempio:

“Un cane non viene considerato valente perchè è bravo ad abbaiare, un uomo non viene considerato eccellente perchè è bravo a parlare”.

 

I Taoisti consideravano il ragionamento logico come parte del mondo artificiale dell’uomo, insieme con le convenzioni sociali e con le regole morali. I Taoisti interpretarono tutti i mutamenti della natura come manifestazioni dell’interazione dinamica tra i poli opposti yin e yang, e giunsero quindi di ritenere che ogni coppia di opposti costituisce una relazione polare in cui ciascuno dei due poli è legato dinamicamente all’altro. Per la mente occidentale, questa idea dell’implicita unita di tutti gli opposti è estremamente difficile da accettare.

È la relazione polare tra tutti gli opposti ed è la base stessa del pensiero taoista. Chang-tzu afferma:

L’”io” è anche l’”altro”, l’”altro” è anche l’”io”. Che l’”io” e l’”altro” non siano in contrapposizione è la vera essenza del Tao….E’ il centro del cerchio che risponde ai mutamenti perenni”.

 

Dall’idea che i movimenti del Tao sono una continua interazione tra opposti, i Taoisti dedussero due regole fondamentali per la condotta umana. Ogni qualvolta che si vuole ottenere una cosa, bisogna iniziare dal suo opposto. Ecco che cosa dice Lao-tzu:

  • Se si vuole restringere, bisogna (innanzitutto) estendere
  • Se si vuole indebolire, bisogna (innanzitutto) rafforzare
  • Se si vuole far perire, bisogna (innanzitutto) far fiorire
  • Se si vuole prendere possesso, bisogna (innanzitutto) offrire

 

Questo è ciò che si chiama una visione sottile.

Le più volte citate polarità degli opposti yin e yang, sono rappresentate nella configurazione più classica, dall’antico simbolo cinese chiamato Tai-chi T’u. Questo diagramma è una disposizione simmetrica dell’oscuro yin e del luminoso yang, m la simmetria non È statica. E’ una simmetria rotazionale che richiama alla mente un movimento ciclico continuo: “Lo yang ritorna ciclicamente alle sue origini, lo yin raggiunge il suo massimo e lascia il posto allo yang”.

Il tema delle polarità opposte e complementari (maschile/femminile, autonomia/dipendenza, aggressività/tenerezza, perfezionismo/lassismo etc.) viene frequentemente elaborato in Gestalt.

Il Taoista venera il corpo che è considerato come la casa dello spirito. Lo spirito armonioso può alloggiare in un corpo armonioso, per cui il Taoista è alla ricerca di pratiche vivificanti del corpo che alloggi lo spirito. Tutto ciò scaturisce dalla continua osservazione della natura nei suoi mutamenti, nel qui ed ora, e per quanto concerne la Gestalt, si può far discendere la parentela stretta di questi concetti con:

  • l’espressione libera e spontanea, nel senso di <<ciò che viene>>
  • l’importanza del corpo come dimora dello spirito
  • la liberazione rispetto alle introiezioni moralistiche, del tipo “si deve”
  • il lavoro di integrazione delle polarità opposte
  • la concentrazione sul qui ed ora
  • la “teoria paradossale del cambiamento” (Beisser 1970), che implica, in un primo tempo, l’accettazione di ciò che si è
  • il principio del continuum di coscienza, flusso permanente di costruzione e distruzione di Gestalt

 

Il Taoismo valorizza l’incompiuto considerando che tutto ciò che è imperfetto mobilita il cambiamento, mentre la Gestalt indaga proprio sulle interruzione del ciclo della Gestalt.

 

 

Il Tantrismo

Il Buddismo Vajrayana o tantrismo ricerca l’illuminazione (il satori) <<qui ed ora>>. Il Buddha non era interessato a soddisfare la curiosità umana sull’origine del mondo, sulla natura del Divino, ma si preoccupò unicamente della condizione umana, delle sofferenze e delle frustrazioni degli esseri umani. La sua dottrina, perciò, non è una metafisica, ma una psicoterapia. Il tantrismo si appoggia su un grande numero di supporti sensoriali:

  • gli yantras, rappresentazioni lineari geometriche del Cosmo
  • i mantras, sillabe o suoni rituali, vibrazioni sacre: OM etc.
  • i mandala, composizioni grafiche più complesse a base circolare, spesso contenute in un quadrato, utilizzate come supporti simbolici all’istruzione e alla meditazione
  • i mudras, gesti rituali sacri, spesso compiuti con le mani

 

Il metodo tantrico ha una grande originalità: la ricchezza di tecniche per utilizzare ai propri fini qualsiasi cosa, buona o cattiva che sia. Similmente alle arti marziali orientali tipo judò, tai chi, il peso dell’antagonista (l’ostacolo), è trasformato in strumento per fornire il prodigioso slancio che è necessario. La condotta di un adepto sarà indubbiamente poco ortodossa: ben deciso ad utilizzare tutto nella vita come mezzo di realizzazione, egli infatti non esclude i processi animali quali il mangiare, il dormire, l’evacuare, e (se non è monaco) l’avere dei rapporti sessuali. L’energia dei desideri e delle passioni non deve andare perduta (….)

Questo aspetto del buddismo tantrico ha condotto al grande errore di confonderlo con la licenziosità dei costumi. Per quanto qualsiasi cosa possa servire come un mezzo, tuttavia essa deve comunque essere impiegata nella maniera giusta. Il simbolismo sessuale tantrico deve essere interpretato come una sincera accettazione del sesso in quanto la più potente di tutte le forze che motivano gli esseri viventi…Esso simboleggia l’unione degli opposti, la dottrina che costituisce la base dell’itero sistema tantrico” John Blofeld. Vengono così risvegliate tutte le energie disponibili nel corpo, nelle emozioni e nello spirito. Come nella Gestalt. Ancora da J. Blofeld:

“I Buddisti decisi a seguire il cammino della liberazione si preoccupano più dei “come” della pratica che dei “perchè” dell’esistenza.” Perls dice che se il paziente viene invitato a fornire i perchè delle sue problematiche, rafforza le cause della sua nevrosi. E’ invece utile per esso scoprire sul come si muove nella vita”

 

 

Lo Zen

 

Quando il pensiero cinese entrò in contatto con quello indiano attraverso il Buddhismo, intorno al primo secolo d.C., si ebbero due sviluppi paralleli. Da una parte, la traduzione dei sutra buddhisti stimolò i pensatori cinesi e li portò a interpretare gli insegnamenti del Buddha indiano alla luce delle loro filosofie. Il lato pragmatico della mentalità cinese rispose al forte influsso del Buddhismo indiano con la tendenza a privilegiarne gli aspetti pratici; si sviluppo così un tipo particolare di disciplina spirituale che fu chiamata Ch’an, termine tradotto comunemente meditazione.

Intorno al 1200 d.C. questa filosofia CH’an fu infine recepita dal Giappone e qui col nome di zen è stata coltivata, come tradizione viva fino ai giorni nostri. Lo zen è quindi una mescolanza singolare delle filosofie e delle specificità di tre culture differenti.

È un modo di vita tipicamente giapponese e tuttavia riflette il misticismo dell’India, l’amore dei Taoisti per la naturalezza e la spontaneità e il profondo pragmatismo della mentalità confuciana. Lo scopo essenziale dell’esperienza dello zen è quello del Buddha stesso: raggiungere l’illuminazione, esperienza che nello Zen è chiamata satori. In un riassunto classico di quattro righe, lo Zen è definito:

Una trasmissione speciale al di fuori delle scritture,

Che non si basa su parole e lettere,

Ma punta direttamente alla mente dell’uomo,

Che vede nella propria natura e raggiunge la buddhità

 

Nei vari esempi delle conversazioni, il maestro parla il meno possibile e usa le sue parole per spostare l’attenzione dell’allievo dai pensieri astratti alla realtà concreta. L’illuminazione, nello Zen, non significa ritiro dal mondo ma, al contrario, significa partecipazione attiva alle attività quotidiane. I maestri cinesi misero sempre in rilievo che il Ch’an o Zen, è la nostra esperienza quotidiana come affermava Ma-tzu e sottolineavano che il risveglio deve avvenire durante le attività della vita quotidiana e affermavano che quest’ultima non era per loro solo la via all’illuminazione ma l’illuminazione stessa. Vivendo interamente nel presente e prestando piena attenzione alle attività quotidiane, che ha raggiunto il satori sente il prodigio e il mistero della vita in ogni singolo atto:

Com’è mirabile ciò, comè misterioso!

Io trasporto legna da ardere, io attingo l’acqua

 

La perfezione Zen consiste dunque nel vivere la propria vita quotidiana in maniera naturale e spontanea. Quando fu chiesto a Po-chang di definire lo Zen, egli disse: “Quando ho fame mangio, quando sono stanco dormo”.

Quindi riacquistare la spontaneità della nostra natura originaria. Il grande rilievo che lo Zen dà alla naturalezza e alla spontaneità ne rivela in maniera chiara la matrice taoista: c’è però alla base un elemento rigorosamente buddhista, cioè la convinzione che la nostra natura originaria sia perfetta e che il processo e che il processo di illuminazione consista semplicemente nel diventare ciò che siamo fin dall’inizio. (Paradosso del cambiamento, Beisser 1970).

L’Autore cerca di analizzare eventuali differenze tra lo Zen e la Gestalt, e sostanzialmente ne evidenzia tre:

  • il percorso Zen è difficilmente concepibile senza il supporto di un Maestro per cui comprende un periodo di sottomissione totale all’autorità, anche se sia scritto per i discepoli più avanzati “Se incontri Buddha sulla tua strada uccidilo”, costituisce una messa in guardia contro la introiezione di un qualsiasi modello. Il processo della Gestalt implica, in linea di principio, l’assunzione di responsabilità autonoma da parte del cliente e ciò fin dall’inizio.
  • Lo Zen insiste sulla ricchezza della immobilità (equilibrio dinamico dello zazen), mentre la Gestalt valorizza decisamente il movimento.

La pratica dello Zen richiede una disciplina assidua- anche se mira in un ultimo luogo a mollare la presa-e un abbandono dell’ego, mentre la Gestalt autorizza qualche volta un certo edonismo, potendo anche attraversare eventualmente dei periodi di egotismo

0 commenti

Lascia un Commento

Vuoi partecipare alla discussione?
Fornisci il tuo contributo!

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Questo sito usa Akismet per ridurre lo spam. Scopri come i tuoi dati vengono elaborati.