La trasgressione come rito di passaggio

Secondo la nostra cultura cattolica, la nascita stessa dell’umanità prende avvio da una trasgressione: se Adamo ed Eva non avessero disobbedito non saremmo qui. In occidente anche la mitologia ci ricorda il valore della trasgressione: se Prometeo non avesse rubato il fuoco, non sarebbe nata la civiltà. Personalmente ho simpatia per questo eroe che ha trasgredito non per seduzione ma per scelta, per ribellione all’autorità degli dei. Mi occupo da più di vent’anni, sia nei servizi di tutela minori che, più recentemente, come giudice onorario, di adolescenti autori di reato; mi piace tenere sullo sfondo questi due modelli di trasgressione che mi orientano nel mio lavoro. Mi diverte sottoporre questi esempi del serpente tentatore e di Prometeo come una sorta di test ai ragazzi: hai scelto o ti ci sei trovato? Si tratta di capire il livello di consapevolezza sul quale andare ad intervenire perché la trasgressione sia davvero un elemento di crescita per il ragazzo. Nella mia esperienza se sono un gregario e mi sono lasciato coinvolgere spesso gli aspetti dominanti saranno vicini al senso di colpa e alla paura. Se ho scelto, pur nell’errore, riconosciuto o meno, avrò a che fare con la forza di volontà e la capacità di dire di no. La pedagogia giuridica, perché si attivi un percorso riparativo, ritiene fondamentale saper cogliere la richiesta d’aiuto celata dietro il passaggio all’atto, resosi concreto nella commissione del reato. C’è una caratteristica sostanziale nella devianza a questa giovane età: nella maggioranza dei casi si tratta di falsa delinquenza. Intendo dire che l’irregolarità comportamentale, anche quando formalmente costituisce reato, non è sintomo di una tendenza delinquenziale, ma espressione di una crisi evolutiva che potrebbe, se ben superata, aprire il campo all’acquisizione di competenze fondamentali nel percorso di crescita. Le trasgressioni così come la capacità di disobbedire fanno parte delle competenze per il passaggio all’età adulta. Solo imparando a dire di no si C’è una caratteristica sostanziale nella devianza a questa giovane età: nella maggioranza dei casi si tratta di falsa delinquenza. Secondo la nostra cultura cattolica, la nascita stessa dell’umanità prende avvio da una trasgressione: se Adamo ed Eva non avessero disobbedito non saremmo qui. Monografie di Gestalt Gestalt Monographies 83 N.1 Ottobre 2016 La trasgressione come rito di passaggio di Michela Parmeggiani possono gettare le basi per sviluppare il valore di virtù come il coraggio e il rispetto, parole che appartengono, nel loro significato più alto, a un lessico d’altri tempi. Nelle società tradizionali la trasgressione è circoscritta ad un periodo ben preciso della vita, l’adolescenza appunto, superata la quale il rito di passaggio, spesso severo se non cruento, sancisce la fine dell’età d’oro: da ora si sta nei binari di un riferimento culturale e di una organizzazione sociale molto forte. L’iniziazione dei giovani per marcare il passaggio dall’immaturità all’età adulta nella società “fluida” di oggi è tutt’altra storia. Non ho particolari nostalgie di pratiche che non ci appartengono, né penso sia il caso di riesumare quello che non c’è più: la nostra società è molto cambiata e questo è un dato di fatto, così come lo è che mancano le prove d’ingresso nel mondo adulto. Questo sembra portare come conseguenza un passaggio più faticoso, sfilacciato, che magari si protrae per troppo tempo, in mancanza di una linea di demarcazione definita. Il mondo degli adulti è chiamato a fare da interlocutore, e dovrebbe riuscire a tenere il confine, dando così la possibilità agli adolescenti di varcarlo, seppur in modo scarsamente ritualizzato. Certo che se gli adulti latitano, gli adolescenti si organizzano a modo loro, trovando da sé possibili prove d’iniziazione che spesso però non adempiono il loro scopo, proprio perché pensate dagli stessi che vorrebbero superarle, e diventano rituali di trasgressione perpetuata senza motivo, perdendo così anche il loro, pur remoto, valore iniziatico. Risulta difficile attribuire ai comportamenti a rischio delle intenzioni trasgressive; più frequentemente le azioni che vorrebbero essere tali sembrano piuttosto espressioni ripetute di disagio. Si evidenzia un vuoto: si diventa grandi da soli. Come suggerisce Stefano Laffi «Abbandonati dalla storia, disimpegnati dalla società, i ragazzi sono presi sul serio solo dal mercato. Il quale ne fa l’icona del consumo, perché intuisce che l’età dell’eros e delle passioni è una formidabile macchina» (op. cit, Laffi, 2014, p. 81). Così anche la trasgressione rischia di essere un business e i ragazzi, privi di stimoli e alternative culturali, spesso si arrendono a essere semplicemente quello che la società gli chiede di essere: consumatori sonnambuli, senza progettualità per il futuro, edonisti e vuoti. Riscoprire il valore della trasgressione “sana” può essere invece un indispensabile elemento di libertà. Siamo oramai abituati a pensare che l’atto trasgressivo sia una sorta di istantaneo momento d’eccesso, più che un’espressione delle parti più creative di se’, esercizio di superamento del limite, del pregiudizio. Credo che i ragazzi siano portatori di un desiderio legittimo di crescere divertendosi, in armonia col dovere/piacere di diventare adulti responsabili, e noi adulti abbiamo invece il dovere di offrire loro delle occasioni di sperimentazione di sé costruttive, alternative alla fatica di diventare grandi in solitudine e senza guide. Credo sia importante non perdere la funzione di guida per chi si occupa di adolescenti, integrandola con l’interesse per quello che ogni ragazzo può portare di nuovo. Come ci insegna Hillman «Vedere, credere in ciò che si vede. Questo fatto conferisce immediatamente il dono della fede alla persona che riceve lo sguardo. Il dono della vista è superiore ai doni dell’introspezione. Poiché tale vista è una benedizione: trasforma» (op. cit., p. 55). Per questa ragione ho raccolto la sfida, nei percorsi di terapia di gruppo con adolescenti, di recepire quanto di positivo può esserci in un’azione trasgressiva, anche quando costituisce un vero e proprio reato, offrendo occasioni di sperimentazione di se’ che altri contesti non propongono. La tendenza degli operatori può essere infatti quella di riporre la massima fiducia nel parlare con i ragazzi per accompagnarli nel processo di crescita; un rischio possibile è quello di trasformare qualsiasi cosa, compresa la spinta sana verso la trasgressione in un problema di cui parlare assieme per individuare opportune soluzioni. Quello che sembra carente oggi è una forma d’accompagnamento attento, esterno alla dimensione patologizzante della cura, anche per i ragazzi autori di reato. Per questo conduco da anni percorsi di accompagnamento psico-educativo con gli adolescenti che hanno il valore di un percorso iniziatico di sperimentazione; questo offre la possibilità di formarsi un bagaglio d’esperienza per affrontare in modo più respons-abile le successive prove evolutive. La proposta è quella di dare valore a quelle che, dal mio punto di vista, sono le tre fondamentali caratteristiche da seguire nel lavoro con gli adolescenti: corpo, azione, gruppo. La scelta di un approccio che parta dal corpo è dovuta all’impressione che le parole non aiutino necessariamente a svelare stati d’animo ma che, anzi, soprattutto in un’età alessitimica per definizione, portino lontano dal sentire autentico, creando confusione. Gli adolescenti esprimono i loro conflitti attraverso l’azione, raramente attraverso le parole. Il gruppo è il catalizzatore di processi, il corpo è il protagonista delle emozioni incarnate, l’azione è il motore del cambiamento. Il percorso proposto ai ragazzi si articola in una decina d’incontri; il fare assieme e poi il condividere l’esperienza crea il territorio comune sul quale poi intervenire con gli strumenti propri della Gestalt, in particolare quelli inerenti il contatto e la consapevolezza. Cerco quindi di favorire nell’individuo una sorta di attenzione fluttuante verso le proprie reali necessità di quel momento, e verso i relativi movimenti di resistenza nel riconoscerle, per poi orientarsi verso un contatto con il mondo dove poter trovare il modo di soddisfarle. Questo consente di orientare efficacemente le spinte dell’azione trasgressiva verso obiettivi più soddisfacenti e rispecchianti parti di se’ autentiche. Si tratta di applicare un modello integrato, che può essere appreso attraverso la formazione esperienziale agli operatori, che prevede l’utilizzo sia di tecniche di Gestalt che di espressività corporea e arteterapia. Per i ragazzi l’identità costituisce una fase di un processo evolutivo; la si può considerare come un’entità dinamica in grado di utilizzare sia le opportunità favorevoli presenti nel contesto per superare eventuali blocchi di crescita, sia di promuovere avanzamenti ulteriori verso la maturità. Per fare ciò è necessario che l’adolescente sviluppi la propria capacità ad-gressiva, nel senso di essere in grado di perseguire un obiettivo e di sostenere le inevitabili frustrazioni che incontra nel percorso. Per questo utilizzo tecniche di combattimento a mani nude dove, una volta esaurita la carica violenta del gesto, resta l’ esperienza di essere riusciti a vedersi in azione. Attraverso le arti marziali si riesce ad essere arrendevoli e forti, si può imparare quindi a diversificare le risposte, acquisendo così una competenza fondamentale alla crescita. Si tratta di sostenere gli adolescenti nell’individuare una via verso cui canalizzare il proprio potenziale creativo in una qualsiasi dimensione della loro vita, per sbloccare la sofferenza e aprire al cambiamento. Promuovere una sana cultura del rischio significa incentivare la sperimentazione di sé con curiosità esplorativa, stimolando così la capacità di mettersi alla prova in modo responsabile. Da qualche anno accompagno i miei giovani pazienti a fare esperienze in questo senso, ad integrazione del percorso di psicoterapia in gruppo, anche attraverso attività in outdoor, guidandoli nell’esplorazione di sé e nell’acquisizione di un atteggiamento il più possibile positivo nei confronti dell’assunzione di rischio. Con il supporto logistico e competente dell’esperto accompagnatore, i ragazzi che lo desiderano vengono condotti in un bikepark per provare l’adrenalina di un’esperienza “a rischio” sufficientemente attraente per loro e formativa sul piano esperienziale , psicologico ed emotivo. Durante il percorso esperienziale i partecipanti sono affiancati anche da me, che li supporto “sul campo” nei momenti di incertezza e li incentivo alla scoperta di aspetti di sé magari meno evidenti o sconosciuti. L’utilizzo del mezzo bicicletta secondo la modalità in discesa è significativo in quanto garantisce all’individuo una liberazione di endorfine e scariche adrenaliniche molto vicine alle sensazioni che raccontano i ragazzi nel mettere in atto comportamenti “trasgressivi” non tutelanti di sé e talvolta di altri. Il gioco aumenta il senso di benessere, consente l’espressione del talento individuale, permettendo la sperimentazione di un’ampia gamma di emozioni. Questa disciplina rivela inoltre i diversi stili comportamentali e le reazioni di fronte a uno stimolo esterno; rende immediatamente consapevoli delle conseguenze delle proprie azioni, stimolando così il senso di responsabilità verso sé, gli altri e l’ambiente circostante. In conclusione, ritengo che parlare oggi di iniziazione al mondo adulto significa principalmente dare ascolto a quello che i ragazzi ci propongono come provocazione e restituirgliela, bonificata, come trasgressione, nella sua accezione più creativa.

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