Sensory Awareness – Sulla percezione e consapevolezza (parte prima) a cura di Valter Mader

Dare Corpo

A cura di Giovanni Montani

 

Amore è interesse attivo per la vita e la crescita di ciò che amiamo

Sono approdato al lido della Gestalt dopo anni di navigazione in acque che lambiscono diverse terre esperienziali delle Relazioni d’aiuto e ho appreso e, in parte sperimentato, il sapere delle “genti” che le abitavano. In ogni esperienza ho riconosciuto il mio bisogno “organismico” di crescere e di evolvermi e sono stati importanti e intermedi passaggi di un viaggio verso una meta più lontana di cui intuivo l’esistenza e non conoscevo la rotta per raggiungerla.

Ho vissuto l’esperienza di operatore shiatsu con formazione ASK – Aiki Shiatsu Kyokai nell’ arco di tempo di circa sette anni, prima di approdare alla formazione di counselor gestaltico. Nell’esperienza dello shiatsu, coglievo con interesse le originali e personali manifestazioni corporee degli innumerevoli disagi e problematiche riportate dai clienti. Ricordo che durante le anamnesi a carattere energetico, nel raccogliere informazioni sulla famiglia, i clienti potevano evidenziare forti conflitti con i genitori, ad es. attraverso un sorriso a mò di ghigno, riportando le malattie gravi di un genitore, piuttosto che di un ritrarsi con un atteggiamento di chiusura con le spalle e accompagnato da una voce mesta che poteva far intuire di un lutto non elaborato. Oppure le informazioni sui disagi personali o di altri famigliari erano vaghe e quindi sospette quando si riferivano ai tempi recenti della malattia e anche segnalazioni di problematiche personali visibili come punta di un iceberg e di cui la persona non era consapevole. Tutto ciò avrebbe potuto rappresentare le cause del disagio di stare nel mondo e con possibili riflessi di blocchi o limitazioni energetiche nelle varie parti del corpo. Tutto questo patrimonio ricco di elementi da elaborare nelle sedute rimaneva inespresso e isolato per mancanza di formazione appropriata e ne scaturì allora la decisione di far fruttare questa ricchezza e ripresi il viaggio verso il mondo della Gestalt.

Il viaggio rappresentò un ulteriore incremento di conoscenza di come “stavo nel mondo” e sicuramente espressione di modalità cristallizzate che interferivano nelle relazioni personali private e sarebbero state delle interferenze importanti nelle relazioni di accompagnamento. Il pretesto era il corso di formazione per counselor e in sostanza rappresentò il risveglio per Esserci.

Poi nei tempi gestaltici appresi che ognuno di “noi corpo” ha impressi i segni di esperienze del passato, segni che ci hanno permesso di adattarci alle situazioni e di compensare determinati vissuti che le hanno accompagnate. Consideriamo che nel percorso di crescita il bambino, sempre creativo nelle sue strategie di sopravvivenza, struttura il proprio corpo in un certo modo anche a causa di una interruzione dell’eccitazione dovuta a varie esperienze che ha vissuto nel contatto con l’ambiente. Le interruzioni protratte o traumatiche di tali eccitazioni sembrano costringere il bambino a dissociarsi dall’area del proprio corpo implicata a rivendicare di vivere l’eccitazione e ciò lo serra nella morsa di una tensione che appare necessaria ad impedirne l’espressione e quindi l’appagamento e perpetua così lo stato di bisogno e di frustrazione. Poiché l’ambiente in cui il bambino vive è comunque sempre lo stesso per parecchi anni, e può non essere sempre di sostegno, egli cronicizza delle modalità che divengono abituali e che quindi diventano sua parte integrante. Il bambino comincia ad interrompere il contatto con l’ambiente, ma a lungo andare si dimentica di come lo fa e perde il contatto con sé stesso e con il proprio corpo che, può rimanere” incastrato” in quella esperienza. È quindi attivo il processo di cristallizzazione che caratterizzerà la risposte che nel tempo si manifesteranno nell’incontro tra Mondo Interno (MI) e Mondo Esterno (ME) della persona. È il grande tema degli effetti dei Meccanismi di Difesa o anche blocchi energetici che ne scaturiscono al confine tra Mondo Interno (MI) e Mondo Esterno (ME)e che evidenziano una limitata modalità di adattamento creativo agli accadimenti della vita.

Quanto detto permette di cogliere l’aspetto manipolatorio o non autentico che è caratteristico dei modi nevrotici di “stare nel mondo”. Questo modo nevrotico è caratterizzato dall’evitamento di sostenere certe esperienze e determina delle “fughe” in quanto scarsamente educati al contatto con l’ambiente, a “stare con l’esperienza” per quanto possa essere dolorosa o sconcertante.

Il lavoro gestaltico rappresenta un modo per ampliare la consapevolezza tramite l’espressione verbale, quella motoria, amplificando il mondo immaginifico e dando maggior espressione alla esperienza artistica.

Il fine quindi è quello di promuovere risposte autentiche e quindi di lasciare l’attitudine della manipolazione di sé stessi e degli altri, ciò è riassumibile nell’affermazione di J.S. Simkin “io e tu, qui e ora”, vale a dire di accettare l’abbandono di modelli e aspettative.

Mi ha profondamente colpito e riporto il pensiero del IV Dalai Lama, sul cambiamento:

“L’atto di accettare il cambiamento ha un ruolo essenziale nelle relazioni con gli altri. Simili periodi di transizione possono diventare quelli cruciali, in cui comincia a maturare e fiorire il vero amore. Saremo finalmente in grado di conoscere davvero l’altro, di guardarlo come realmente è: un individuo distinto, magari con difetti e debolezze, ma non meno umano di noi. E allora potremo assumerci un impegno autentico, come di fatto accade nell’amore vero”.

Il lavoro sulla CONSAPEVOLEZZA ha, per quanto sopra esposto, lo scopo di aumentare la capacità di essere presenti nelle relazioni, consapevoli delle proprie esperienze emotive e capaci di identificarsi empaticamente con i vissuti dell’altro, nonché nel percepire e superare le varie interruzioni di contatto. Necessita ora una brevissima illustrazione sul significato di Contatto nell’accezione della Gestalt. Il ciclo del contatto in Gestalt rappresenta quell’insieme di azioni che permettono il sano flusso ininterrotto dell’esperienza, dall’emergenza di un bisogno al suo soddisfacimento: esso è definito dall’attività del “sé” in quanto processo temporale che si evolve nel tempo attraverso vari stadi. Il processo di “contatto”, attraverso il quale facciamo passare qualcosa attraverso i confini dell’io, è alla base della nostra vita ed è in un continuo movimento che di volta in volta assume direzione dal fuori (ME) al dentro (MI) e dal dentro (MI) al fuori (ME) e questi processi richiedono un coinvolgimento di energia per trovare la loro sana attuazione. Il contatto è dato dalla capacità di rispondere in modo creativo e flessibile, con persistenza e chiarezza, all’interno di un ambiente che suscita interesse e che corrisponde ai nostri bisogni.

Il continuo movimento tra MI e ME trova una profonda accoglienza di comprensione   nell’approccio gestaltico che possiamo considerare come psico-corporeo. La connotazione psico-corporeo non è intesa nel senso limitativo di prevedere esercizi e manipolazioni “sul” corpo, bensì come orientamento che si radica in una concezione “organismica” e questo termine caro a Perls identifica i diversi piani di lettura dell’individuo nel suo aspetto somatico, psicologico, sociale e spirituale, cognitivo e sono espressioni di una stessa entità la cui sostanziale unicità sarà sempre importante ricordare.

E’ proprio dal senso etimologico del termine organismo (dal greco antico orgao- sentirsi rigogliosi, sentire il sangue in piena come l’acqua del fiume della vita, orghe– terreno fertile e sacro) che possiamo cogliere la differenza rispetto allo stato energetico personale o delle persone che incontriamo negli accadimenti della vita.

Il percorso di esperienza che si avvia dalla pratica di Sensory awareness porta nel tempo a cogliere questa differenza e, coerentemente alla impostazione fenomenologica, la Gestalt consente di riconoscere ciò che si manifesta prima di presumere di accedere a ciò che si nasconde.

L’esperienza è fondamentale nell’ aspetto gestaltico in quanto è proprio nel punto di contatto tra MI e ME che è possibile cogliere la manifestazione del “sé”, e rappresenta più precisamente il momento in cui l’organismo entra in contatto con l’ambiente. Tale esperienza non è solo il sentire nel qui-e-ora, ma è anche l’“andare verso”, la “tensione al contatto” e ancora nell’atto dell’ad-gredior, dal latino “andare verso“. Nel suo significato originario essa sta a rappresentare un movimento verso qualcosa o qualcuno; la sua funzione è quindi quella di muovere la persona verso una meta, un oggetto, un’altra persona, ecc. Alla base di ogni “movimento verso”, quindi di ogni aggressione, c’è un bisogno o un desiderio da soddisfare e nei rapporti interpersonali l’aggressività è l’emozione-movimento che ci permette di prendere le cose e gli affetti di cui necessitiamo per il nostro benessere. La capacità di aggredire l’ambiente è fondamentale anche per la costruzione dell’identità e della sicurezza interiore, in quanto il nucleo portante della nostra identità si costituisce nei primi anni di vita nella relazione con l’ambiente ed il senso profondo di sicurezza, forza e integrità si consolida nel saper chiedere e prendere ciò di cui abbiamo bisogno.

Queste due possibili rappresentazioni di movimento per un fatto concreto ci riportano ad una risonanza con il principio della Gestalt, e cioè “esserci” o da-sein (in tedesco) si trova solo nel tempo e pertanto bisogna connettersi con l’esperienza del tempo. Usa la parola tedesca da-sein (esser-ci), perché vuol dire essere presente nel momento invece di usare semplicemente sein (essere). ‘Esserci’, è un modo per entrare in contatto con il vissuto dell’essere, come modo di essere nel mondo.

Portiamo ancora l’attenzione al flusso che nella figura sopra esposta, evidenzia le possibili reazioni rispetto al desiderio/bisogno che emerge in figura nella persona e che porterebbe a percorrere il ciclo della Gestalt in modo sano se la sua percezione sensoriale fosse ben definita e chiara in modo da attivare gli strumenti disponibili nella sfera della consapevolezza per raggiungere e utilizzare ciò che è nutriente e di rifiutare quello che non lo è. Spesso la percezione sensoriale risulta offuscata a causa di condizionamenti remoti nella nostra infanzia determinati dall’ambiente in cui si è vissuto e di fatto quegli elementi remoti continueranno a generare gestalt incomplete che interferiranno con la nostra vita presente. Questo aspetto è molto simile al concetto psicoanalitico, che le nostre faccende irrisolte e i nostri traumi sono registrati nel nostro inconscio e ci disturbano nella nostra vita quotidiana con forti interferenze relazionali. Queste interferenze relazionali condizionano fortemente la negoziazione tra individuo e ambiente tendente alla attualizzazione delle risorse potenziali e quindi condizionano la trasformazione di queste risorse potenziali in energie cinetiche, cioè energie in movimento tese al raggiungimento di una situazione ottimale dal punto di vista del riequilibrio energetico attuato attraverso le fasi della accumulazione, distribuzione e scarica della energia stessa.

L’organismo sano raccoglie tutte le proprie potenzialità per la gratificazione dei bisogni in primo piano. Immediatamente, appena un compito è terminato, recede sullo sfondo e permette a quello che nel frattempo è diventato il più importante di venire in primo piano. Questo è il principio dell’autoregolazione organismica

(Perls F.L’Io la fame e l’aggressività, Franco Angeli 1995, pag. 48)

Queste interferenze trovano nell’approccio gestaltico la lettura fenomenologica frutto del pensiero di Husserl che adotta l’ontologia del fenomeno: qualcosa che si manifesta nella forma in cui appare proprio nell’esperienza che sgorga dall’interno del corpo e avente il carattere dell’immediatezza.

E’ da queste basi che muove il progetto della fenomenologia husserliana, che intende per l’appunto porsi come una filosofia di carattere descrittivo, come una teoria della conoscenza che si prefigga di fare luce sulla natura del mondo e delle cose a partire dall’esperienza vissuta e da null’altro. Fin dalla sua prima elaborazione, l’oggetto dell’indagine fenomenologica è l’esperienza, che si può cogliere e analizzare mediante l’intuizione: essa, assunta puramente per ciò che è, non è altro che la coscienza nella sua essenza, ovvero nella sua naturale apertura al mondo. Il pensiero originale di E. Husserl agisce come stimolo sullo sviluppo del pensiero di numerosi e autorevoli filosofi e studiosi, spesso – come nel caso di Heidegger, per anni suo assistente, e, più tardi di Merleau-Ponty e Sartre.

Maurice Merleau-Ponty, ne”Fenomenologia della percezione” ci presenta la centralità del corpo come sorgente di conoscenza del nostro essere nel mondo:

Seguendo l’ottica fenomenologica insita nelle Gestalt, il corpo è fondamentale rapporto con gli altri esistenti, è il linguaggio attraverso il portamento, è il segno di trasmissione dell’affettività: il corpo è il punto di vista sul mondo e il regista delle percezioni”.

(Merleau-Ponty, Fenomenologia della Percezione, Bompiani, Milano, 2003)

Il tracciato fenomenologico è profondamente presente nel contributo di J.M. Robine:

”Terapeuta e paziente seguono il flusso del mondo-della-vita, da cui emergono sensazioni, emozioni, pensieri e direzionalità relazionale

(J.M.  Robine, Il Rivelarsi del Sé nel Contatto, Franco Angeli, Milano, 2007)

 

Il lavoro proposto scaturisce dall’osservazione che gran parte delle strutture psichiche e fisiche che sono importanti p er il modo di essere di una persona e non derivano da una scelta consapevole: la persona è quantomeno inconsapevole del significato di una particolare postura o tensione. Citando Perls sull’area della in-consapevolezza, “siamo inconsapevoli dei nostri processi vegetativi, delle forze che ci costringono a respirare, a mangiare e a espellere”.

Nella concezione di Perls, la nostra consapevolezza è ristretta perché non accettiamo la sofferenza e perciò il processo di accompagnamento necessità di mantenere un elemento di austerità. La persona “nevrotica” sarà gradualmente educata a “stare con l’esperienza”, per quanto doloroso possa essere.

La consapevolezza si sviluppa su tre livelli: corpo, emozioni e mente. La fluidificazione dell’energia dell’eccitazione e dell’azione consentirà esperienze fisiche, emotive e cognitive in continua emersione.

Il primo passo  è di educare la persona a divenire maggiormente consapevole di cosa sta facendo fisicamente, portando l’esperienza del corpo in primo piano ( è il processo di risensibilizzazione).

Il processo dell’educare, latino educere “estrarre o portare all’esterno qualcosa che è nascosta all’interno o rinchiusa”, indica il lavoro che produrrà il counselor “Io” nell’incontro con “Tu”.

In questo stadio iniziale lo scopo del lavoro è aiutare la persona a stare in contatto in modo più chiaro su “cosa accade”, così che il significato possa venire fuori naturalmente da sensazioni chiare.

Accrescere la consapevolezza di “cosa accade” dà inizio ad un processo di ri-appropriazione. E allora sarà necessario dare stabilità al processo di cambiamento dove l’aspetto nevrotico rappresentato dalla struttura corporea che può essere vista come una conversazione cristallizzata o un dialogo tra parti del sé in conflitto si trasforma nella sana relazione tra le parti in gioco.

Questo concetto può essere esteso più ampiamente all’organizzazione sociale dove la conversazione è rimasta bloccata solo perché una parte ha acquistato il dominio ed è stato raggiunto un equilibrio di potere, per quanto fragile o gravoso.

Il fine del lavoro sulla consapevolezza è di far emergere nella sperimentazione come sia importante per la persona riappropriarsi della funzione del corpo nella sua interezza come condizione necessaria per la propria salute.

La finalità consiste nel far sperimentare fisicamente i sentimenti e i comportamenti di ogni parte (del corpo o dell’organizzazione) per avviare quel processo di consapevolezza che può essere rimasto bloccato e promuovere che tutti gli aspetti del sé mantengano in vita e adempiano a una funzione per l’intero organismo.

Mentre si avvia questo processo, sono proposte sperimentazioni per sviluppare e praticare nuove modalità di contattare l’ambiente e di soddisfare i bisogni senza la tensione e la distorsione dovute al conflitto.

La Gestalt cerca di “rivitalizzare l’apprendimento propriocettivo” portando alla consapevolezza le “vecchie repressioni (rimozioni)” in modo tale da “renderci conto nuovamente delle contrazioni muscolari e liberare l’eccitazione bloccata” (I. Bloomberg).

Colpisce rilevare nel pensiero di M. Proust, quasi antesignano della psicosomatica, il preciso riferimento a blocchi energetici del corpo, ne “Il tempo ritrovato”, quando scrive: “Le nostre braccia, le nostre gambe, sono piene di ricordi addormentati …” (1928)

L’uso dello sperimentare pone in rilievo l’importanza di fare qualcosa di nuovo e diverso nel qui ed ora. E’ chiaro che per quanto detto, il programma proposto rappresenta una stimolazione per le singole persone a raccogliere i dati sulla loro attitudine a cogliere la realtà emergente (tensioni corporee, consapevolezza delle parti lasciate nello sfondo) e questo si può tradurre nel contattare l’elemento o elementi più carichi di significato e di energia in un preciso momento, consentendo nel tempo, attraverso la pratica, di organizzare strategie atte a realizzare lo scambio vantaggioso di dare e avere tra ambiente esterno e ambiente interno.

Il processo di ri-appropriazione è inserito in una gestalt più ampia rappresentata dal processo di cambiamento e in cui agiscono le gestaltung osservate durante il lavoro, ovvero quei processi operanti nel tempo e anch’esse sono sottoposte all’azione per la trasformazione della persona (Tu) e coinvolge nello stesso tempo il counselor con il proprio processo di trasformazione (Io). Questa alchimia dell’incontro, in entrambi produrrà materia ed esperienza che verranno depositati nell’unità mente anima corpo dell’organismo e questa essenza sarà la nuova energia che alimenterà i processi creativi futuri e determina la crescita della persona nella funzione del manifestarsi della personalità nell’incontro con l’ambiente.

In questa interazione tra “Io e Tu” entrano nello spazio della relazione gli elementi alchemici di ambedue e saranno tipici del counselor l’empatia, l’amore, la competenza, il controtransfert, la sua storia personale con la consapevolezza di aspetti problema contattati e unfinished business che possono essere noti oppure ancora celati. Il cliente porterà il suo transfert, il suo problema emergente e quelli sommersi. E. Fromm ne “L’arte di amare” pag 37 Mondadori, evidenzia la responsabilità come altro aspetto dell’amore che entra nella scena rispetto alla cura e all’interesse (lavoro per..). La responsabilità è un atto strettamente volontario e rappresenta la risposta che dà l’adulto al bisogno, espresso o inespresso, di un altro essere umano. Fromm ribadisce che “essere responsabili” significa “essere pronti e capaci di rispondere”. La responsabilità è presente là dove “Amore è interesse attivo per la vita e la crescita di ciò che amiamo” e dove manca questo interesse, non esiste amore. Ancora Fromm, cita la risposta di Caino alla domanda di Dio che gli chiese dove fosse suo fratello: “Sono il custode mio fratello?” e la elabora sul tema della responsabilità dove “la vita di suo fratello non è solo affare di suo fratello, ma suo. Si sente responsabile dei suoi simili, così come si sente responsabile di se stesso. Ancora Fromm: “Questa responsabilità, nel caso della madre e del bambino si riferisce soprattutto alle cure materiali; nell’amore tra adulti, si riferisce principalmente ai bisogni psichici dell’altra persona”. Fromm introduce un ulteriore elemento su questo tema dell’amore per l’altro ed è il “rispetto”. Il rispetto per l’altro è essenziale in quanto la responsabilità, ancora con Fromm, “potrebbe facilmente deteriorarsi nel dominio e nel senso di possesso”. Il vero senso della parola, dal latino respicere = guardare, è la capacità di vedere la persona com’è e desiderio che l’altra persona cresca e si sviluppi per quello che è. Ma questo presuppone che il rispetto è possibile solo se si ha raggiunto un buon stadio di indipendenza, ovvero se si ha raggiunto un buon autosostegno. Avere un buon autosostegno significa stare in piedi (emozionalmente nell’autoriconoscimento) senza aver bisogno delle grucce del dominio e dello sfruttamento dell’altra persona (la sua nevrosi o la sua malattia).

Apro una breve parentesi su questa tematica e riconducibile ad un possibile titolo: Il potere nella terapia.

Il potere è l’espressione di una capacità e intesa come applicazione del sapere, saper fare e saper essere, nell’applicazione più orientata alle relazioni di aiuto. Provenendo da quanto espresso fin ad ora, nella maggior parte dei casi la persona avrà subito la deformazione imposta dall’”ambiente” nei termini di imporre la propria”verità” che ha predominato su quella fisiologica del bambino in crescita. Può configurarsi come un processo di generazione dell’essere nevrotico. Il bambino ha usato le proprie risorse disponibili per affermare il suo diritto, ma è stato sconfitto da forze soverchianti. Ha pattuito la pace con l’ambiente attraverso la rinuncia al proprio potere che poteva essere espresso dal libero movimento e ha quindi rinunciato a silenziare parte del proprio corpo, della propria vitalità, della propria sensibilità, della propria emotività per stabilire una “soddisfacente” relazione con il suo ambiente o Mondo Esterno (ME). Possiamo definirla come un adattamento alla “sopra-vivenza” e il bambino paga un caro prezzo in quanto introduce le basi per una forte limitazione al fluire dell’energia nei processi della vita.

Ora mi affido alle chiare riflessioni espresse da Dot Attilio Gardino, fulgido relatore della mia tesi: “Il confine nella terapia Shiatsu”. Attilio,scomparso recentemente, lascia questa indelebile direzione da seguire per meglio chiarire le possibili derive che possono influenzare la relazione di aiuto nel viaggio dell’accompagnamento.

Attilio si riferisce ai caratteri nella definizione della Bioenergetica e sarà mia cura produrre in un prossimo intervento la trattazione di questo argomento per una sua comprensione. Riporto ora testualmente il pensiero di Attilio Gardino, come riconoscimento alla sua chiarezza nella trattazione del tema.

Questa esperienza (pattuire per salvarsi) lo accompagnerà (il bambino) per tutta la vita, il potere è e sarà rappresentato (in forma più o meno considerevole) dalla capacità di agire sul mondo costituendo una relazione finalizzata al conseguimento del proprio “benessere” nevrotico (speranza di ricomporre grandiosamente la propria unità perduta, generata dall’illusione caratteriale). Queste due prime e fondamentali esperienze avranno la forza influenzare, sotto forma di illusione nevrotica, sostenuta da una congruente organizzazione corporeo – energetica, la relazione con l’altro. La sofferenza generata dal primitivo conflitto si è trasformata in una cronica insoddisfazione esistenziale. E’ questa sensazione sotterranea che attiverà la costante ricerca (coazione a ripetere) di una situazione relazionale in cui l’illusione caratteriale possa essere appagata. Le parole di A. Carotenuto, psicanalista di scuola junghiana, citate nella tesi “Il confine nella terapia Shiatsu” di V. Mader, sono estremamente efficaci nel descrivere le caratteristiche essenziali della situazione desiderata.

(citazione di A. Carotenuto)

” Non è una vaga insoddisfazione, ma una richiesta esplicita, con due connotati precisi: il bisogno insaziabile di rivivere quell’esperienza insoddisfacente e il bisogno di riviverla diversamente da quella prima “edizione” in una situazione di POTERE(………)  il mestiere del terapeuta promette di soddisfare ambedue le esigenze: la prima perché ripropone incessantemente un rapporto carico di componenti affettive (la richiesta di aiuto), la seconda perché (…) quel rapporto è congenitamente asimmetrico (….)” (è rapporto up-down)”. 

  • Carotenuto, la chiamata del Daimon, Bompiani, 1999)

 

Ipotizziamo di avere una sorgente di luce e una lente o prisma tra la l’emettitore e l’osservatore. Il raggio di luce che arriva al prisma verrà diretto in diversa misura all’osservatore in funzione della bontà di rifrazione della lente. La qualità della lente è responsabile del grado di aberrazione ovvero della quantità di luce che viene deviata rispetto all’osservatore. Potremmo ipotizzare che analogamente alla metafora, la nostra capacità di cogliere l’intensità della luce emessa dall’osservato possa essere in relazione alla bontà della nostra lente.

 

Quale aberrazione introduciamo a causa delle nostre credenze?

In questo contesto pongo una limitazione a considerare le caratteristiche delle credenze. Facendo riferimento alle considerazioni sopraesposte, i Meccanismi di Difesa o anche Resistenze al Contatto, possono essere le cause maggiormente distorcenti della rifrazione. Una relazione dai tratti rigidi o similari presente nell’imprinting potrebbe connotarsi ed evidenziarsi come una modalità di tendenza dogmatica nell’osservare il modo in cui la persona in accompagnamento si rivela. Dogmatico inteso come dògma (“decisione, giudizio”), nell’espressione di opinioni ben definite o giudizi rispetto al rivelarsi della persona accompagnata. Per quanto espresso, al “dogma” si contrappone il processo fenomenologico inteso come processo che, attraverso l’epochè (astensione dal giudizio), consente di cogliere l’essenza dei fenomeni. E’ proprio attraverso questa sospensione di giudizio che sarà possibile osservare attentamente   il modo in cui la persona si rivela attraverso la scelta delle parole, lo stile narrativo, il linguaggio corporeo, il tono della voce, il tono emozionale, e altro. Considero a questo punto come sia importante intraprendere un percorso di conoscenza di quali siano gli elementi che condizionano una persona ad attuare una risposta flessibile a una varietà di situazioni che si presentano nelle relazioni sul palcoscenico della vita.

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