Topic ottobre 2020

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Riporto alcuni passaggi del contributo su:

Il Virgilio dantesco ed altri antecedenti dello psicoterapeuta di Riccardo Zerbetto pubblicato su: La relazione terapeutica (atti del congresso FIAP di Sorrento del 2009) a cura C. Loriedo e P. Moaselli,   FrancoAngeli Ed., Milano.

 

La psicoterapia è una professione relativamente recente. In quanto metodo che si propone come indagine scientifica e sistematica sui vissuti apparentemente incomprensibili collegati non solo alla follia ma anche a modalità estranee alla logica della ragione e dell’apparente buon senso che è dato riscontrare nel comportamento nevrotico, la sua data di nascita può essere ragionevolmente identificata nella pubblicazione dell’Interpretazione dei sogni di Sigmund Frued circa un secolo fa.

Se la fortuna di questa nuova professione è incontestabile, viene da sospettare che le esigenze che attualmente trovano riposta attraverso questa pratica trovassero, anche nei secoli che hanno preceduto il suo nascere, una qualche forma di soddisfacimento.

(vengono quindi presi in considerazione forme che, anche nel mondo antico, possono avvicinarsi alla pratica moderna della Psicoterapia come la tradizione sciamanica, quella oracolare. quella misterica e la discesa agli inferi (descensus ad inferos) laddove per “inferi” si deve intendere il mondo delle “anime” (psychai o eidola) che abitano la Casa di Ade, come del resto le figure del sogno che viene inteso come “piccola morte”, non a caso Ipnos è fratello di Thanatos. Molteplici sono gli antecedenti nella cultura egizia e mesopotamica (Gilgamesh, Innanna) ma per restare nella tradizione greca – che della cultura occidentale, dove ha avito origine la pratica ella psicoterapia, rappresenta indubbiamente la matrice portante – è quella della cosiddetta nekia (dalla radice nekros-morto).

Molteplici, seppure sempre straordinarie, sono le figure di eroi o semidei che hanno avuto accesso all’Oltretomba (Teseo, Dioniso-Semele, Eracle, Orfeo) potendone fare ritorno o avendo successivamente accesso all’Olimpo. Fra tutte merita tuttavia ricordare la vicenda di Ulisse narrata nel X libro dell’Odissea.

Dopo la permanenza presso Circe “riccioli belli, tremenda dea dalla parola umana” Ulisse ed i suoi compagni sembrano aver perso la mappa interiore del loro viaggio e di aver dimenticato l’obiettivo del ritorno ad Itaca. Una pianta che ha il potere di de-narcotizzare dagli effetti del loto, che già aveva trasformato i compagni di Ulisse in porci, induce l’eroe a chiedere alla Maga indicazioni per riprendere la via del ritorno.

Ma la risposta di Circe si riferisce ad una “altro cammino” che l’eroe dovrà intraprendere per sapere come fare ritorno ad Itaca. Non si trattaquindi di un viaggio in estensione sulla superficie del mondo, ma in profondità, ai “Regni di Ade e della tremenda Persefone”. Quivi, dopo un’offerta di un “montone tutto nero, quello che eccelle tra i vostri greggi” Ulisse dovrà cercare Tiresia. L’indovino “ti dirà il cammmo e la durata del viaggio e il ritorno, come potrai tornare sul mare pescoso”. E’ interessante come la priorità di interpellare il saggio Tiresia venga prima dello stesso affetto che lega l’Eroe alla madre. Assecondando le indicazioni di Circe, infatti, Ulisse racconta come “sopraggiunse. l’anima della madre mia, morta, la fìglia del’ magnanimo Autolico, Antidea, che viva lasciavo andando ad Ilio sacra. lo piansi a vederla e provai pena in cuore: ma non la lasciavo, benché amaramente straziato, per prima avvicinarsi al sangue, avanti che interrogassi Tiresia” (vv. 85-89). Viene chiaramente indicato, quindi, come l’indicazione sapienziale sia più importante dei legami di sangue di fronte a scelte importanti nella fase adulta dell’individuo che ha bisogno. Il collegamento tra una figura genitoriale ed una funzione di genitore-guida prefigura, in qualche modo, l’intuizione freudiana sulla natura “transferale” della relazione terapeutica. Fondamentale è infatti il monito dato da Tiresia per assicurarsi il ritorno in patria: “Cerchi il ritorno, dolcezza di miele, splendido Odisseo, ma faticoso lo renderà un nume (poseidone a causa dell’accecamento del figlio Poliremo) …ma anche ma anche cosi’, pur soffrendo dolori, potrete arrivare, se vuoi frenare il tuo cuore e quello dei tuoi, quando … troverete le vacche e le floride greggi del Sole, che tutto vede e tutto ascolta dall’alto. Se intatte le lascerai, se penserai al ritorno. in Itaca, pur soffrendo dolori, potrete arrivare”.

Di fronte alla priorità dell’obiettivo, il ritorno ad Itaca, neppure le pingui vacche del Sole devono distrarre l’eroe. La bramosia, primo ostacolo individuato anche da Dante nel proprio percorso infero, comporterebbe infatti una dispersione di intenti e la compromissione del traguardo.

Solo dopo aver udito Tiresia – che profetizzerà ad Ulisse la ripresa di un ulteriore viaggio dopo il ritorno ad Itaca – Ulisse può porgere ilo “nero sangue fumante” della vittima sacrificata alla madre dandole così la possibilità di riconoscerlo. Alla stessa l’eroe non nasconderà la priorità che lo ha spinto a varcare  i confini del mondo infero: “Madre mia, bisogno mi spinse nell’Ade, a interrogare l’anima del tebano Tiresia” (v. 164-65).  Non si tratta di mancanza di affetto, se la stessa madre, alla domanda sulla causa di morte fattale dal figlio, risponde accorata “il rimpianto per te, il tormento per te, l’amore per te m’ha strappato alla vita, dolcezza di miele”. L’Eroe cerca ripetutamente di abbracciare ma invano la madre dimenticando di avere solo un fantasma davanti. “sazi di gelido pianto” infine i due si accomiatano. Interessante è l’indicazione finale della madre “. “Ma tu cerca al più presto la luce; però tutto qui guarda, per raccontarlo poi alla tua donna”. Viene in altri termini indicata una priorità relazionale che allude ad una relazione intima più che pubblica.

Senza ritornare sulle analogie tra il percorso della nekia con la struttura del percorso sciamanico, è interessante evidenziare come, in questo caso, non sia lo sciamano a compiere il volo magico, ma lo stesso interessato pur dotato, come nel caso di Odisseo, di saggezza e doti sufficienti per affrontare con successo un percorso agli inferi. Import6ante è ancora la enfasi sull’aspetto sapienziale del vaticinio inerente la necessità di coltivare il senso del limite – essenza prima della virtù per i greci – per non perdere di vista l’obiettivo primario identificato, nella concezione ellenica, nel tema del nostos, nel ritorno. Una concezione ispirata all’eterno ritorno – del dio come delle stagioni – coerentemente ad una concezione ciclica, e non lineare, del percorso del tempo e quindi dell’esistenza.

 

L’Enea virgiliano del VI canto

Il tema del descensus ad inferos viene puntualmente ripreso nel poema epico della latinità per eccellenza: l’Eneide. Anche qui, dopo la lunga permanenza presso la fenicia Didone, Enea sente di dover riprendere il cammino verso il compimento della missione di cui si sente affidatario. Abbandonata la pur amata regina sa di aver bisogno anch’egli di una indicazione che gli venga da un’ispirazione divina. A chi chiederla quindi se non alla “augusta Sibilla, alla qual dona il Delio vate larghezza e fiamma d’ispirata mente e le apre l’avvenir”. Accostatosi all’antro cumano (luogo metaforico anch’esso del passaggio tra mondo esteriore-diurno a quello interiore-infero) viene accolto dalla profetessa che pare attenderlo “Tempo è di domandare i fati; ecco, ecco il dio”. Scultorea la descrizione dell’invasamento “Tra questo dire, sul limitar, d’un tratto, non eguale né il volto né il color né le rimase composto il crin, ma di furor si gonfia il petto ansante ed il selvaggio cuore: par più grande né voce ha di mortale, tocca dal soffio già del dio che viene” (47-49). L’esordio del vaticinio inizia con un larvato rimprovero “Sei lento a’ voti ed a le preci, esclama, o teucro Enea, sei lento?” (v. 51), volto a superare ogni timore ed indugio.

Interessante il richiamo di Enea “Sol non fidare a foglie i tuoi presagi, che non volin confusi in preda al vento: prego che parli tu”. Vi compare il privilegio atteso dalla parola rispetto all’uso di modalità di carattere magico-analogiche maggiormente usate in una fase arcaica della divinazione (astragali, visceri, volo di uccelli o altro). Come anche nel caso di Ulisse, ritorna puntuale il richiamo a non deflettere di fronte alle difficoltà per realizzare il destino assegnato “Tu non cedere a’ mali, anzi più fiero li affronta, per la via che tua fortuna ti darà” (vv 94-95).

Interessante è anche il riferimento al linguaggio ambiguo dell’oracolo. “Talibus ex adyto dictis Cumaea Sibylla horrendas canit ambages antroque remugit obscuris vera involvens” (con tali detti la cumèa Sibilla da l’antro sacro fiere ambagi intuona e rugge, d’ombre ravvolgendo il vero). Come già Eraclito lapidariamente sancisce “L’oracolo non afferma né nega. Allude”. Anche nel linguaggio dell’interpretazione in ambito analitico, ma il tema è ripeso ampiamente dalla Daseinanalyse, la finalità non consiste nello spiegare (erklaren) ma nel mettere-in-collegamento (fersteen). Come poter spiegare, ricordava ancora F. Perls, “che il comprendere non coincide con lo spiegare?”. Il messaggio oracolare infatti ha per scopo elettivo quello di mettere l’interrogante di fronte a se stesso. Promuovere cioè quel “conosci te stesso” che non a caso era scolpito sul frontone del tempio di Delfi e che la vicenda di Edipo richiama con forza paradigmatica.

Alla richiesta di Enea di scendere nel mondo infero la Sibilla richiama una verità che costituisce parte integrante della cultura sciamanica: “facile è la discesa de l’Averno; di e notte il fosco Dite ha porta schiusa; ma il piè ritrarre e risalire al sole, questa è l’impresa e la fatica”. Non si tratta infatti di discendere agli inferi ma di fare ritorno da questi alla luce del sole. In tale operazione si distingue il vero sapiente dall’apprendista stregone che, attratto da poteri inusuali presume di poterli gestire senza aver contemporaneamente affinato le proprie conoscenze e virtù. Un racconto di Luciano, poi ripreso anche da Walt Disney nel suo delizioso cortoon su Topolino mago, ci ricorda i pericoli che incombono sugli apprendisti stregoni. Pericoli che incombono anche, ed in modo particolare, nella professione dello psicoterapeuta, specie allorché si avventura in spazi della mente e dell’universo emozionale ed immaginale senza aver appreso rudimenti del “Linguaggio dimenticato”, per usare un felice espressione di Eric Fromm.

La figura da cui Enea si aspetta indicazioni sul futuro coincide, contrariamente da quanto abbiamo osservato nell’Odissea, con il padre stesso. Non dimentichiamo tuttavia he Anchise ebbe la sorte, unica tra i mortali, di unirsi alla stessa Afrodite allorché la stessa, irresistibilmente invaghita del pastorello, lo sedusse sulle pendici del monte Ida.

Il vaticinio di Anchise osserva un disegno di realizzazione politica (seppur connotata da valenza etica) “Tu regere imperio populos, Romane, memento, haec tibi erunt artes, pacique imponere morem, parcere subiectis et debellare superbos” più che psicologica e perde quindi di interesse per il tema che ci riguarda.

Coerentemente alla concezione orfico-pitagorica accettata da Virgilio, anche in questo caso compare il richiamo ad una sorte ultraterrena felice o tormentosa in funzione del comportamento avuto in questa vita. In più viene sottolineata la regola del contrappasso che poi ritroveremo del poema dantesco.

“Sono da pene esercitati e soddisfano de’ peccati mortali” dice Anchise al figlio che lo interroga sul destino dei defunti e “…soffriam ciascuno l’ombra sua (quisque suos patimur manes)”.

Viene infine sancito il primato della pietas, intesa sia come fedeltà ai legami familiari che come adesione ai voleri degli dei, come condizione di realizzazione personale “Venisti alfin, e la pietà che il padre da te si attese vinse il cammin duro (vicit iter durum pietas)” esclama Anchise incontrando il figlio. All’ideale eroico della forza tende quindi a sostituirsi gradualmente l’ideale della corrispondenza ad un ordine delle cose ispirato da una visione sapienziale.

 

La dimensione figurale

Di centrale importanza, per la comprensione del poema dantesco e seguendo l’impostazione di Auerbach, è la dimensione allegorica per la quale i personaggi, oltre al rimando storico cui solo collegati, rimandano ad una figura che va oltre l’elemento contingente. Il poeta costella infatti il poema di figure cariche di valore paradigmatico che si stagliano con valore eternizzato a monito del messaggio che ci portano. In chiave psicologica moderna possiamo avvicinare il termine di figura a quello junghiano di archetipo. L’Ulisse dantesco assume in sé le prerogative dell’ardimento conoscitivo (fatti non fummo a viver come bruti ma per seguir vertute e conoscenza) che supera i legami affettivi (né la pieta del vecchio padre, né dolcezza di figlio .. vincer potero dentro da me l’ardore ch’i ebbi a divenir del mondo esperto e de li vizi umani e del valore). Discorso estensibile, con maggiore o minore pregnanza di significato, a tutti i personaggi proposti nella Divina Commedia (“essa è fondata in tutto e per tutto sulla concezione figurale”) ma che trova nella figura dello stesso Virgilio la sua espressione più emblematica. Riprendendo Aurbach “nella Commedia Virgilio è bensì il Virgilio storico, ma d’altra parte non lo è più perché quello storico è soltanto «fìgura» della verità adempiuta che il poema rivela, e questo adempimento è qualche cosa di più, è più reale, più signifìcativo della «figura».

Nella polisemia della ricchezza di significati collegabili alla figura del Virgilio dantesco a noi, in questa sede, non interessa tanto la valenza poetica, etica o politica, quanto quella di accompagnatore in un percorso interiore (infero). Di un viaggio cioè che non si svolge in estensione sulla superficie geografica (o della conoscenza (razionale-solare) ma nella profondità della conoscenza immaginale ed emozionale che pure, come Freud ha intuito, può essere improntata a leggi strutture e architetture e quindi ricostruibili con mappe (per quanto meramente indicative) di percorso.

 

I diversi aspetti della funzione terapeutico-educativa

Analizzando i passaggi nei quali Dante fa riferimento a Virgilio e al suo ruolo di accompagnatore, possiamo trarre interessanti indicazioni su come tale funzione si dispiega lungo tale percorso che, intermini generali, può essere ricondotto, nella sua struttura fondamentale, a quello educativo se, stando all’etimologia della parola (e-ducere), intendiamo l’aiuto nel passaggio da un luogo-condizione (in genere quello dell’infanzia o dell’adolescenza) a quello adulto. Tale prospettiva si sovrappone nei fatti a quelle che definiamo percorso terapeutico se, come genialmente Freud ha intuito, permangono anche nell’adulto aspetti immaturativi della personalità che non mancheranno di evidenziarsi creando difficoltà adattive e relazionali e che sono l’oggetto dell’intervento psicoterapeutico. Nelle nostre difficoltà attuali, non tanto di carattere esistenziale ed “obiettivo” (come lutto, separazione o malattia) ma nevrotico-fantasmatiche (come fobie, insicurezze, fughe dalle realtà o altro) si evidenziano infatti elementi problematici la cui natura deriva da nuclei originari non elaborati o problematici. Di qui la necessità di un percorso a ritroso (anamnesi) per poi poter riprendere il percorso vero una nuova progettualità di vita. Tali difficoltà si evidenziano in particolare in alcuni passaggi critici da un ciclo della vita ad uno successivo trovando in tutte le culture forme di ritualizzazione iniziatica. L’individuo infatti attraversa una morte simbolica di una sua forma di identità per acquisirne gradualmente una nuova. In questo processo di morte e resurrezione metaforica (ma non per questo non reale) ha spesso la necessità di una figura che possa accompagnare – come la levatrice di socratica memoria – il passaggio, talvolta delicato e traumatico, da una condizione ad un’altra.

Difficoltà oggettive si intrecciano spesso a difficoltà soggettive portando il soggetto a situazioni di grave empasse esistenziale di cui il racconto dantesco ci offre una rappresentazione esemplare. La valle oscura, con cui esordisce la Commedia, nasceva infatti sia dalle condizioni di esilio e di fallimento delle prospettive di affermazione in ambito politico sia dalla nota crisi delal mezza età (nel mezzo del cammin di nostra vita, considerando che il salmo indica in 70 gli anni dell’uomo).

Le funzioni dell’accompagnatore (terapeiuta) possono identificarsi sinteticamente nelle seguenti (per le quali si rimanda all’articolo reperibile su www.riccardozerbetto.it per mancanza di spazio in queste pagine):

Figura di riferimento in un momento di crisi esistenziale

Che si propone con autorevolezza circa il percorso intrapreso

Identificazione gli aspetti disfunzionali che conducono a schemi stereotipi e autolesivi

Sostegno alla motivazione di crescita

Dare un modello di identificazione positiva

Dare consiglio e intervenire direttamente

Nutrire, sia in termini cognitivi che emozionali

Attenzione ai fenomeni “controtransferali” e alle emozioni del terapeuta nella relazione

La funzione maieutica

Richiamo alle motivazioni originarie

Vorrei chiudere tuttavia con un riferimento al “Senso del limite della funzione del terapeuta”

Il congedo di Virgilio è denso di significato e toccante: “in me fìccò Virgllio li occhi suoi, /  e disse: “Il  temporal foco e l’etterno / veduto hai, figilo; e se’ venuto in parte / dov’io per me più oltre non discerno. / ‘Tratto t’ho qui con ingegno e con arte; / lo tuo piacere omai prendi per duce;/ fuors se’ l’erte vie, fuor se’ de l’arte./ Vedi lo sol che ‘n fronte ti riluce; / vedi l’erbette, i fiori e l’ arbuscelli / che qui la terra sol da sé produce. / Mentre che vegnan lieti li occhi belli / che, lagrimando, a te venir mi tenno, / seder ti puoi e puoi andar tra elli. / Non aspettar mio dir più né mio cenno ;/ libero, dritto e sano è tuo arbitrio, / e fallo fora non fare a suo senno:/ per ch’io te sovra te corono e mitrio”. In sintesi: segui ormai come guida il tuo piacere dal momento che la tua capacità di scegliere è ormai libera e sana per cui non hai più bisogno del mio aiuto.

Commovente è ancora il passaggio con il quale Dante riporta il momento in cui si trova privo della sua Guida dopo essere stato affidato  a Beatrice: “volsumi a la sinistra col respitto/  col quale il fantolin corre a la mamma / quando ha paura o quando elli è afflitto … Ma Virgilio n’avea lasciati scemi /  di sé, Virgilio dolcissimo patre, / Virgilio a cui per mia salute die’mi” (Purg. C. XXX, vv. 43-51). L’essersi affidato a tale guida fu quindi salutare in questo caso anche se, merita rammentare seppur appare ovvio, che l’affidamento è avvenuto nei confronti di una introiezione.

Nel paragonarsi ad un fanciullino che cerca la madre Dante sottolinea quel singolare rapporto di dipendenza che può instaurarsi tra paziente e terapeuta a seguito del processo regressivo che intrinsecamente accompagna il percorso analitico. Una regressione, tuttavia, che prelude ad un nuovo progresso su basi più solide e consapevoli. In tal senso si orientano le parole di Virgilio che motiva la sua partenza con il limite rappresentato dalla sua funzione di guida: “e vederai color che son contenti nel foco, perche speran di venire quando che sia a le beate genti. A le quai poi se tu vorrai salire, anima fia a ciò più di me degna: con lei ti lascerò nel mio partire”.

Come ci ricorda Rollo May “Attraversato l’inferno e quasi tutto il purgatorio Virgilio lascia Dante. Qui è il limite della psicoterapia. In luogo di Virgilio appare Beatrice, presenza redentrice e beatifica. Proseguendo nella nostra analogia: la psicoterapia è prologo alla vita, non la vita stessa. Terminato il viaggio attraverso l’inferno e |il purgatorio, dunque, è la vita stessa che funge da terapeuta. I nostri pazienti ci lasciano per entrare nella comunità umana”.

Nonostante l’apparente distanza ideologica emerge in definitiva come l’istanza primaria alla radice dell’umana esperienza è comunque il richiamo amoroso, vuoi inteso come pulsione libidica, in Freud, o come “quell’amor che tutto muove, per l’universo penetra e discende” nella concezione dantesca. Quel richiamo a cui, liberato l’individuo dai vincoli limitanti del narcisismo e delle paure nevrotiche, ci auguriamo di poter riconsegnare i nostri pazienti attraverso il percorso, pur complesso, del nostro lavoro.

 

Per tornare alla Gestalt e al tema della consapevolezza, al di là delle aspettative forse eccessive che Perls attribuiva a questa attitudine, come risulta da espressioni del tipo “Guarda i tuoi pensieri, le tue emozioni, quali che siano, sono tue, sei tu. Attraverso il pieno contatto con un sintomo nevrotico sarete nella posizione di dissolverlo” è innegabile il processo di cambiamento che attraverso l’esercizio della consapevolezza si determina nell’individuo.

Il prezzo è ovviamente connesso all’emergenza di contenuti sgradevoli. “Spesso è necessario passare attraverso l’inferno e non girargli “attorno” (1947). In tale indicazione di percorso si evoca il paradigma del processo autoconoscitivo che viene emblematicamente rappresentato nel racconto di Edipo, l’eroe che non si fermò di fronte al rischio del “conosci te stesso” sino alle sue ultime conseguenze, come anche nel percorso dantesco che prevede la discesa sino al più profondo degli inferi per poi preludere all’ “indi venimmo a riveder le stelle”.

Si tratta infatti di entrare nei buchi neri della coscienza, da cui maggiormente tendiamo istintivamente a rifuggire. ‘Un compito molto arduo, uguale in difficoltà solo all’allenamento al silenzio interiore, è l’attenzione ad uno scotoma mentale” (Perls, 1947).

 

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