Visti e letti

Visti e letti

di Margherita Fratantonio 

da: www.taxidrivers.it

1.    Cosa resta della rivoluzione: Commedia brillante per chi vuole cambiare il mondo

Alla sua prima regia, l’attrice e sceneggiatrice Judith Davis ci regala una deliziosa commedia, Cosa resta della rivoluzione. Per farci riflettere, sorridendo, sull’impegno politico, oggi più che mai necessario.

È una deliziosa commedia che affronta il tema dell’ impegno politico com’ era una volta,  ora non più proponibile. Almeno non con gli stessi schemi, non con gli stessi modelli. Il film è credibile, nei toni misurati e negli ambienti, negli effetti umoristici ed emozionali

Il ruolo della protagonista è affidato alla stessa regista  Judith Davis (Viva la libertà). Angèle è una giovane donna laureata in urbanistica che vive nell’utopia di cambiare il mondo. Una militanza, la sua,ispirata a quella dei genitori, che nel lontano ’68 hanno vissuto sulle barricate del maggio francese.

Poco importa se il padre finora non ha realizzato granché e la madre ha abbandonato città e  lotta politica, insieme.  Più imperdonabile è la sorella per aver scelto una famiglia borghese, un lavoro negli affari, e un marito a dir poco discutibile,  tagliatore di teste, che difende nevroticamente il suo ruolo per soffocare i rimorsi.

Angèle, nata in una società che non lascia posto alle ideologie, è molto triste, molto arrabbiata, e indaffarata. Tanto da non trovare il tempo per una possibile relazione sentimentale. Riuscirà il tenero Said (Malik Zidi) a trovare un posto nel suo cuore? E la nostra eroina, alla fine, lo accoglierà?

Recensione di Cosa resta della rivoluzione

Nell’incipit del film, conosciamo subito Angèle che, come parlasse tra sè, ci rende complici del suo sogno: costruire spazi comuni dove la gente possa stare bene insieme. La conosciamo ancora di più nella scena successiva. Sta fronteggiando due persone che, per non assumerla, usano parole melliflue, quasi a convincerla che la flessibilità sia un bene. La invitano a mettersi in gioco, ed è quello che lei d’ora in poi farà, dedicandosi a un progetto tutto suo.

Ma solo dopo la sfuriata liberatoria contro le banalità sfoderate dai due, tipo: “Così va il mondo”, Al colmo   della rabbia, Angèle urla la cosa per lei più offensiva: “Mi fate pensare entrambi a Michael Jackson”. Quasi un’evocazione del morettiano “Ve lo meritate Alberto Sordi”.

Un simbolo, come fosse il male dei mali, che riassume ciò che si detesta e contro cui accanirsi.  Certo dev’essere ben scomodo vivere nel momento sbagliato e sentirsi impotenti per modificarlo!

Lo spiega molto bene la stessa regista: «Cosa resta della rivoluzione è nato dal mio desiderio di confrontarmi per l’ennesima volta con l’ingombrante totem rappresentato dal maggio del ‘68, ingombrante perché ogni volta che nasce un movimento di contestazione, sembra lo si debba sempre per forza confrontare con il maggio francese. Come se non fossimo autorizzati a reinventare modelli di impegno politico perché sembrano sempre al di sotto di quelli nati in quel periodo».

a rivoluzione del film, psicologica e politica

Ma la rigidità di Angèle consiste anche nel non riuscire a emanciparsi dall’eredità genitoriale. Perché c’è stato un tempo in cui la famiglia era unita, prima ancora che gli ideali sbiadissero, o venissero rinnegati.

Intanto, lei e il suo collettivo (anche il film nasce da un collettivo di attori) non riescono a definire gli elementi sui quali fondare una teoria che li sostenga. Nella riproduzione goffa delle assemblee anni Settanta, non trovano le parole che possano trasformarsi in azioni. Si perdono così in astrattismi divertenti per noi (molto meno per loro). Quando non vanno a recitare poesie di Whitman in banca o non manifestano per strada: Angèles, l’amica Lèonor (Claire Dumas) e il gruppo di reduci attivisti, sempre alla ricerca di battaglie inedite.

Lei vuole essere compagna a ogni respiro, ma deve trovare qualcosa di nuovo per cui combattere.  E dire che di lotte reali ce ne sarebbero, anche tante. Lo stesso anno in cui è stato prodotto  Cosa resta della rivoluzione (2018) esce in Francia il film di Brizé En guerre, e tre anni prima La legge del mercato.

Ci sarebbero appunto i diritti degli operai, e tante altre cause civili, sociali, politiche. Perché no, l’immigrazione? È sempre del 2018 Benvenuti a casa mia(di Philippe de Chauveron),  commedia che gioca ancora di più con gli stereotipi della sinistra, e della destra, amplificandoli.

Parlare ancora del Sessantotto

Dal Sessantotto è passato davvero tanto tempo e ci si è parlati addosso abbastanza. Angèle lo investe di odio e amore, gli stessi della regista, che sceglie come sottotitolo del suo film “Commedia brillante per chi vuole cambiare il mondo”.

L’impaccio dei personaggi impegnati e confusi infatti non scade mai nel ridicolo, perché il film non vuole essere uno scimmiottamento dei tempi andati, bensì stimolo all’azione, oggi, se pure tra mille difficoltà. E la ricerca ostinata delle parole per orientarla esprime tutta la sua necessità. Amo questi posti indefiniti. Creano possibilità.

Parigi vista dagli occhi di questa giovane urbanista alternativa non è quella solita dei bistrot, dei giardini di Lussemburgo, delle rive del canale Saint Martin. Posti indefiniti che creano possibilità, piuttosto, come dice lei stessa. I murales della periferia, le rotaie abbandonate, o i grandi edifici a vetri, comuni alle grandi città. Per dirci che i suoi problemi superano i confini parigini e francesi. Appartengono a tutta la generazione, europea e internazionale, che non riesce a recuperare il ritardo di cui non è responsabile.

Gli spazi sono il più delle volte resi con una bella luce naturale. Poche le scene al buio. A farci sperare in una conclusione pacificatoria della vicenda. Quasi un diario, a dire il vero, dei giorni spesi alla ricerca di una meritata affermazione.

Verso il dramma, come soluzione delle contraddizioni

Il film prende poi una piega drammatica, l’unico modo per sciogliere le ansie e le contraddizioni nell’anima di Angèle. Nel farsi più intimo, sembrerebbe perdere la sua leggerezza. Ma l’incontro intenso tra donne, lontane dalla città, è il vero sollievo della cara Angèle e nostro.

L’autenticità tutta al femminile forse non basta per salvare il mondo, ma almeno qui ci fa respirare un po’. E se ci venisse da dire, sconfortati, che della rivoluzione non c’è più nulla, l’empatia nelle relazioni, e la capacità di esprimerla, confermano che qualcosa invece è rimasto.

Cosa resta della rivoluzione invece ha uno stile tutto suo. Non cerca la risata con l’equivoco della classica commedia. È un sorriso malinconico quello dello spettatore. Che assiste al bisogno di re-inventarsi, quando si è convinti che i padri hanno arraffato tutto, lasciando solo le briciole e a volte nemmeno quelle.

2.   Venezia 77: Il film struggente di Emma Dante: Le sorelle Macaluso

Le sorelle Macaluso di Emma Dante, distribuito da Teodora Film, uno degli appuntamenti più attesi del Festival, mantiene e supera le aspettative

Le sorelle Macaluso di Emma Dante, distribuito da Teodora Film,  esce subito nelle sale, il 10 settembre, appena un giorno dopo la presentazione alla Mostra di Venezia.

Film molto atteso, per il nome dell’ autrice, la bellezza della locandina e del trailer, la presenza femminile di questa Mostra che finalmente ha ben otto registe in concorso. E per il successo internazionale della versione a teatro del 2014 che si è aggiudicata il riconoscimento di due premi UBU, come migliore regia e spettacolo dell’anno.

Le sorelle Macaluso mantengono tutte le aspettative, anzi le superano. Scene struggenti, in un crescendo emotivo che coinvolge e avvolge. Ci fa entrare a casa delle protagoniste, riprese nella loro intimità e nei loro segreti. E respirare le loro stesse atmosfere.

Le sorelle Macaluso: trama

Vivono, le cinque sorelle Macaluso, all’ultimo piano di una casa palermitana di fronte al mare, già vecchia all’inizio della narrazione, ma tenuta viva dall’esuberanza della loro adolescenza. L’allegria si spegne nella vita adulta, lasciando il posto a una comunicazione fatta di silenzi o rabbie che esplodono improvvise. L’ultima fase del racconto ritrae le sorelle ormai anziane, quelle che sono rimaste. La famiglia non esiste più; molto tristemente, gli oggetti e la casa invece le sopravvivono.

Quella casa in riva al mare. E’ proprio questo l’elemento commovente del film: le relazioni si appesantiscono, sclerotizzandosi, e lo spazio nel quale tutto ciò è avvenuto rimane, a riprova di un tempo che non torna. Non tanto quello dorato in cui si è stati bambini, testimoniato da ricordi lontani, eppure ancora vivi. E dalle cose, come il giocattolo di latta che se gli dai la corda funziona ancora. Quanto l’età adulta, quella in cui si poteva fare i conti con i rimpianti e se ne è persa l’occasione.

E dicevamo, la casa, che si fa contenitore di giochi e sogni, intese e litigi, burle e confidenze, di quei ruoli che stupidamente si concorre tutti a stabilire, perché così sembra più facile andare avanti. Copioni, sbagliati, che rassicurano. L’appartamento pulsa anche quando le ragazze escono. Almeno questa è l’intenzione della macchina da presa che inquadra per un po’ la porta dall’interno, dopo che viene chiusa, e poi fa il giro delle stanze, vuote delle frenesie giovanili e delle voci che si rincorrono.

E mentre le camere custodiscono segreti, le cose li imprigionano: il piatto del servizio buono rotto e incollato, il paladino dai colori spenti e il quadretto con il clown appesi alle pareti, il grande pinocchio di legno.

La casa silenziosa, come ne La famiglia di Ettore Scola, ma più malinconica e sola

La casa viene ripresa spesso silenziosa, nei momenti in cui tutti gli abitanti sono usciti, come ne La famiglia di Ettore Scola, ma che differenza! Lì figli e nipoti di Carlo (Vittorio Gassman), per ottant’anni consecutivi, continuano a  rianimare la loro abitazione borghese. A Palermo, invece, i decenni delle sorelle Macaluso rendono il loro ambiente sempre più chiuso, malinconico, nonostante la vista e il rumore del mare che si sente a inizio e chiusura del film.

Però c’è il tubare delle colombe che nel solaio vivono a centinaia e che Maria, Pinuccia, Lia, Katia e Antonella affittavano, da ragazze, per le feste di matrimonio.  Tanto tornavano, perché loro, sì, conoscono la strada. Sanno andare, volare e tornare, anche quando non vengono più curate. Le Macaluso no, stanno radicate in questo luogo stantio a rimuginare ricordi, alimentare il trauma familiare mai elaborato, accusarsi vicendevolmente del fallimento personale.

Nell’età adulta delle protagoniste gli esterni scompaiono. La vita che si restringe è resa dagli esterni che scompaiono, senza elementi vitali all’interno (né figli, né nipoti, né parenti, né tanto meno amici) rispetto alla prima parte in cui le sorelle vanno al mare di Mondello, attraverso un percorso tutto di scoperta e la voce calda di Battiato che canta “Ma tu che vai, ma tu rimani”.

In questi esterni, al posto del vicolo claustrofobico nel primo film di Emma Dante, Via Castellana Bandiera (2013), si respirano spazi naturali, in cui si può correre, ballare, giocare, e una di loro può persino  innamorarsi di una coetanea nella bellissima scena di un cinema all’aperto.

 

Le inquadrature gioiose sono studiate senza narcisismo, freschi i colori dei vestiti, naturali i gesti quotidiani.  Resta in memoria la mise della piccola di casa, Antonella: mutande e canottiera bianche come le colombe che porta in braccio mentre le coccola. E la convinzione del suo “Sei bellissima” rivolto al mito della sorella maggiore che si sta truccando.

Ma anche i corpi leggeri della giovinezza s’intristiscono oltre modo. Come la casa, si fanno muti. Solo  la sorella interpretata dalla bravissima Donatella Finocchiaro, rimane giovanile e rivendica la sua fisicità con orgoglio, a dispetto della casa che va a pezzi. Insieme a quel che resta dell’idea di famiglia.

Emma Dante è riuscita, anche grazie a una sceneggiatura perfetta scritta con Elena Stancanelli e Giorgio Vasta, a raccontarci la vita di queste cinque donne nella loro intimità. E i loro passaggi esistenziali. A raccontarci anche la morte. E il rapporto di ciascuna con i fantasmi nella mente. A volte tenere presenze, a volte funerali dell’anima, a dirla con Baudelaire.

Incesto tra vivi e morti, lo definisce lei (oggi nell’intervista a Repubblica), che aggiunge: “Non se ne va la persona che hai amato, come non se ne va l’alone sulla poltrona”.

E ha saputo raccontarci, in più, come un gruppo familiare possa colpevolmente rinchiudersi in un interno. Bellissima però la sua affermazione: “Spero che questa famiglia di donne possa far affiorare i ricordi di noi bambine dentro le stanze dell’infanzia dove strette da un legame fortissimo siamo state sorelle”.

Interpreti del film: Alissa Maria Orlando, Susanna Piraino, Anita Pomario, Eleonora De Luca, Viola Pusatieri, Donatella Finocchiaro, Serena Barone, Simona Malato, Laura Giordani, Maria Rosaria Alati, Rosalba Bologna, Ileana Rigano

Produzione Rosamont e Minimum Fax Media con Rai Cinema

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