COS'è LA TERAPIA DELLA GESTALT
La Terapia della Gestalt, che inizialmente era stata chiamata della Concentrazione o Esistenziale, utilizza un termine tedesco che significa struttura-forma e che tradizionalmente si riferisce al concetto insiemistico della omonima psicologia della percezione che mette in evidenza l’attitudine dello psichismo a cogliere quell’insieme che dà senso e quindi supera la semplice sommatoria degli elementi costitutivi.
Questo concetto venne originariamente introdotto da Christian von Ehrenfels (1858-1932) e sviluppato a partire dagli anni ’30 da un gruppo di ricercatori della scuola di Francoforte che si occupavano della psicologia della percezione. Gli stessi misero in evidenza, appunto, come l’atto percettivo, in particolare quello visivo cui elettivamente dedicarono le iniziali ricerche, rappresenta un’operazione assai complessa che non poteva ricondursi alla semplice sommatoria dei singoli dati sensoriali acquisiti, ma evidenziava al contrario una attitudine ad organizzare la miriade delle sensazioni elementari in figure emergenti da uno sfondo che, per vari motivi, risultano per il soggetto particolarmente pregnanti e cariche di energia in un dato momento.
Mentre l’attenzione degli psicologi della Forma si era rivolta alle caratteristiche delle funzioni percettive, fu merito di Friederick Salomon Perls innestare questi contributi sul terreno della teoria e della pratica psicoanalitica e di un’impostazione fenomenologico-esistenziale, unitamente ad altri contributi teorici, come la Teoria del Campo di K. Lewin, l’Autoregolazine Organismica di K. Goldstein, il pensiero differenziale di S. Friedlander, e la Semantica Generale di A. Korzybsky e metodologici, come lo Psicodramma, la Sensory Awareness.
Da questa sintesi scaturì un orientamento teorico-applicativo nel campo della psicologia e delle scienze umane di assoluta originalità.
Sviluppatasi negli Stati Uniti a partire dagli anni ’50, questa scuola rappresenta attualmente uno degli indirizzi più suggestivi ed innovativi nel vasto panorama degli orientamenti nella psicoterapia e nelle scienze umane.
Un orientamento che suscita crescente interesse anche in Europa e che ha contagiato innumerevoli persone anche nel nostro Paese dove è stato introdotto originariamente da Natascia Mann e Barrie Simmons e dove vanno organizzandosi iniziative più strutturate di applicazione clinica e di attività formativa.
Ma veniamo al percorso che ha caratterizzato questa interessante reazione di sintesi. Riprendendo David Gorton, (1982) «una non sufficientemente fondata conoscenza dei presupposti teorici della Terapia della Gestalt rende la comprensione della stessa, per come si presenta allo stato attuale, assai difficile se non impossibile».
E’ dato d’altronde constatare anche per altri movimenti di rinnovamento come l’elaborazione concettuale abbia seguito una prima fase maggiormente improntata all’intuizione ed alla messa in opera di pratiche innovative nel concreto.
Se questo discorso può avere una validità in generale, lo ha in modo del tutto particolare in una impostazione che si riconosce come intrinsecamente fondata sull’esperienza e su un’attitudine di presa di contatto quanto più diretta con i dati di realtà.
Per introdurre gli elementi che compongono la costruzione teorica della terapia della Gestalt preferisco far precedere alcune note sulla vita di Perls stesso che, nell’evoluzione umana ed intellettuale della sua persona, integrò tali elementi costitutivi in una esistenza vissuta con intensità e coerenza agli stessi principi ispiratori.
Fritz Perls e la nascita della Terapia della Gestalt
Nel 1926, psichiatra assai poco realizzato professionalmente e uomo di 33 anni, decide di iniziare una analisi personale. L’incontro con Karen Horney è per lui una rivelazione, decide che la psicoanalisi è il suo futuro.
Trasferitosi a Francorte, diventa assistente di Kurt Goldstein che, a partire dagli studi sulla Psicologia della Gestalt, lavora sui disturbi della percezione su traumatizzati cranici.
Nello stesso ambiente conosce Lora Polsner, che tre anni più tardi sarà sua moglie. Riprende la sua analisi con Clara Happel che, dopo solo un anno, considera terapia e formazione concluse.
Dopo un breve periodo a Vienna, dove si avvale della supervisione di Helen Deutch mentre frequenta l’ospedale psichiatrico in qualità di assistente, ritorna a Berlino dove riprende l’analisi con Eugene Harnick che a sua volta si era formato con Ferenczi.
Su indicazione della Horney, nel 1930, Perls si rivolge successivamente a W. Reich che, in quel periodo, sta lavorando alla Analisi di carattere. L’incontro con questa figura di analista attivo, aperto a problematiche sociali, che non esita a mettere le mani sui suoi pazienti per favorirne la presa di contatto con i blocchi della corazza muscolare, rappresenterà un fattore di fondamentale importanza nella successiva evoluzione della formazione di Perls.
La sua professione è ben avviata ma il sopravvento del nazismo lo costringe a fuggire in Olanda. Qui tuttavia, non gli viene concesso di esercitare per cui, su consiglio di Ernest Jones, decide di recarsi in Sud Africa.
Siamo nel 1934 quando Perls, insediatosi a Johannesburg, fonda l’Istituto Sudafricano di Psicoanalisi. Elabora nel frattempo alcuni contributi originali sul tema delle «resistenze orali» che si aspetta vengano accolte positivamente al congresso internazionale di Psicoanalisi che si va preparando a Praga nel 1936.
La comunicazione di Perls, che successivamente verrà ampliata e pubblicata col titolo “Ego, Hunger and Aggression” contiene già molti elementi che rivelano l’evoluzione di Perls al di fuori delle concezioni classiche della psicoanalisi.
Vi si approfondisce l’importanza dell’oralità e delle modalità di assunzione di cibo del bambino, quale primo modello delle future relazioni con l’ambiente. La fame, come espressione dell’istinto di conservazione dell’individuo, viene considerata in parallelo e non quale forma precoce e subordinata della sessualità (sadismo orale per Abraham) che esprime al contrario l’istinto di conservazione della specie.
Vengono inoltre anticipati alcuni temi che troveranno successivamente più ampio sviluppo, quali: l’importanza del tempo presente nei confronti della focalizzazione archeologica sul passato; l’attenzione per il corpo e per il suo linguaggio; un’attitudine per la sintesi più che per l’analisi; la messa in discussione della nevrosi di transfert come forma di evitamento di un contatto più diretto tra paziente e analista al di là dei fantasmi proiettivi; una revisione sui meccanismi di difesa; l’utilizzazione della prima persona al singolare come forma di appropriazione delle proprie sensazioni e sentimenti nella relazione dia-logica Io-Tu che tiene conto della elaborazione filosofica di Martin Buber.
Vi compare inoltre una visione olistica dell’individuo all’interno del proprio ambiente come risutato dell’incontro con J. Smuts autore di “Holism and Evolution”; nell’utima parte del lavoro intitolata “Concentrazione terapeutica” egli propone un primo approccio terapeutico con esercizi che stimolano l’attenzione del lettore sul silenzio interiore, sull’importanza del presente, sulla concentrazione sul vissuto corporeo.
Ce ne era abbastanza per considerare Perls come già di fatto fuori dalla psicoanalisi. Una posizione che Perls fu esplicitamente invitato ad assumere, per tramite di Marie Bonaparte, e che tuttavia rifiutò di accettare.
Terminata la guerra, Perts si trasferisce a New York. Tra i primi collaboratori troviamo Isadore Fromm, Paul Weisz (che lo inizierà allo Zen), Elliot Shapiro, Sylvester Eastman che, con Paul Goodmann, Ralf Hefferline e Laura formano il cosiddetto gruppo dei sette. Nel 1951 viene pubblicato “La terapia della Gestalt: eccitamento e crescita nella personalità umana” a firma di Perls, Hefferline e Goodman, testo base di riferimento sia a livello teorico (vi compare un capitolo sulla teoria del Sé) che metodologico.
Tra il ‘52 e il ‘54 fonda i primi istituti di Gestalt che lascia tuttavia alla moglie e collega Laura e a P. Goodmann mentre si dà a continui viaggi per presentare il nuovo metodo di lavoro attraverso dimostrazioni e conferenze.
La attività didattica si integra nel frattempo con una inesausta attitudine ad imparare esponendosi a sempre nuovi stimoli. Frequenta per diciotto mesi dei corsi regolari di Sensory Awareness con Charlotte Selver, pratica lo Psicodramma con Moreno salvo prediligere in particolare la tecnica del monodramma (lavoro di drammatizazione sulle polaroità e identificazione con le parti del sé).
La nuova pratica psicoterapica non si è ancora evoluta nella sua forma definitiva. Non esiste infatti la hot seat(sedia vuota) e lo stile di lavoro utilizza ancora molto la comunicazione verbale. Si sviluppa ulteriormente l’attitudine a lavorare sul vissuto del qui ed ora, a ricercare un contatto più diretto ed autentico tra paziente e terapeuta che non si riconduce unicamente al paradigma transferale, mentre si va introducendo un modo più attivo e drammatizzato di lavoro sui sogni che si configurerà più tardi nella interazione tra le componenti della rappresentazione onirica impersonate alternativamente dal sognatore.
Questa inesausta tensione ad integrare elementi teorici ed applicativi di diversa estrazione sarà all’origine di una crescente divaricazione tra Perls (e la scuola cosiddetta californiana che successivamente si andrà sviluppando) e gli Istituti della East Coast (New York e Cleveland) dove a Laura e Goodmann si sono affiancati nel frattempo Joseph Zinker, Erving e Miriam Polster ed Isadore Fromm che si attengono ad una metodologia di lavoro più ancorata agli schemi classici della interazione verbale.
Nel 1956 Perls decide di ritirarsi, ormai lontano dalla vita attiva, in Florida.
Tra il ’59 e il ’60 riprenderà le sue peregrinazioni recandosi più volte in California su invito di Van Dusen, un fenomenologo esistenziale che sa cogliere nell’approccio gestaltico lo spessore teoretico che molti non sanno intravedere al di là delle tecniche di intervento. Nel 1960 lascia Mendocino, dove lavora presso l’ospedale psichiatrico, per recarsi a Los Angeles dove rincontra J. Simkin, uno tra i suoi primi clienti che, ora amico e poi fondatore di un Istituto di Gestalt, lo aiuterà a fondare un nuovo gruppo di studi ed a ricostituirsi una clientela.
Perls, a più di 70 anni, accetta infine l’invito a dare alcune conferenze e dimostrazioni ad Esalen, un Centro di crescita sulla costa californiana che sta trasformandosi da luogo di incontro fra gente di diversa estrazione culturale alla ricerca piuttosto confusa di nuovi modelli di vita e di conoscenza in un autorevole fucina di sperimentazione e di propulsione culturale attraverso il contributo di personaggi di rilievo quali Aldous Huxley, Alan Watts, Abraham Maslow, Bill Shulz, Paul Tillich etc. In questo splendido posto tra rocce, oceano e acque termali Perls accetterà un contratto come residente per avviare un corso di formazione nella Gestalt.
Alla presenza di centinaia di partecipanti, Perls invita chi vuole ad accomodarsi sulla “sedia che scotta” per dar luogo alle sue dimostrazioni cui sono ormai attirati professionisti di fama per apprendere i segreti di un’arte consumata e sempre inventiva nel cogliere l’elemento evolutivo inceppato di un’esistenza interrotta nel suo libero fluire, nella sua crescita. Si tratta di persone magari in analisi da anni e che entrano in contatto repentinamente con un modello autosostenuto di difesa paralizzante e che l’atto della consapevolezza, sviluppatosi con l’aiuto del terapeuta a partire da particolari apparentemente insignificanti, consente a volte inaspettatamente di superare.
Non si tratta ovviamente di percorsi psicoterapici, ma di tocchi magistrali che danno tuttavia il senso del potenziale raggiunto da quest’uomo a compimento della sua opera di sintesi e di inesausta ricerca.
Le sessioni di Perls vengono registrate, filmate ed in parte raccolte in un volume che uscirà con il titolo Gestalt Therapy Verbatim (1969).
Contemporaneamente si dedica alla raccolta di dati ed esperienze personali con un taglio autobiografico cui da il titolo inconsueto di In and out the Garbage Pail (Dentro e fuori dal secchio della spazzatura) (1969).
Una nuova generazione di più stretti collaboratori, tra cui Claudio Naranjo, Bob Hall, Jack Dawning e Isha Blumberg, raccoglievano l’eredità della più compiuta espresione della sintesi di Perls mentre, con il contributo di Jim Simkin, venivano organizzati programmi di formazione secondo l’impostazione della scuola californiana.
Nel giugno del 1969 Perls si trasferisce con una trentina di collaboratori in un vecchio albergo nell’isola di Vancouver, nel Canada occidentale, sulle rive del lago Cowichan con l’intento di crearvi una comunità terapeutica ispirata al kibbutz e ai principi della Gestalt.
“L’eredità di Fritz è completa. – dirà nelle sue conclusioni P. Baumgardner (1975, 79) che dell’ultimo periodio di Perls fu testimone privilegiata – Fritz ha sviluppato una trama concettuale all’interno di una metodologia clinica ben definita”.
L’anno seguente, di ritorno da un viaggio in Europa, si ferma a Chicago dove è atteso per un seminario. Vi morirà il 14 marzo a seguito di un infarto di cuore all’età di 77 anni.
Il nuovo approccio, dopo anni di lenta incubazione, si diffonde con forza inaspettata tanto da far registrare la nascita di ben 37 istituti tra il 72 e il 76. Nel 1982 il Gestalt Directory annovera più di 60 istituti di formazione. Anche in Europa la terapia della Gestalt inizia a diffondersi grazie ad iniziative di sensibilizzazione di terapeuti statunitensi e all’avvio di iniziative da parte di colleghi europei che si sono formati negli USA. Nel ‘72 Hilarion Petzoldt fonda il Fritz Perls Institute a Dusseldorf mentre Serge Ginger fonda la Scuola Parigina di Gestalt.
Nel nostro Paese, dove è stato introdotto originariamente da Natascia Mann e Barrie Simmons, si sono progressivamente sviluppate iniziative di applicazione clinica e di attività formativa. Allo stato attuale esistono in Italia una decina di istituti di formazione la cui maggioranza si riconosce nella Federazione Italiana delle Scuole ed Istituti di Gestalt-FISIG che si è costituita nel 1991 con l’intento di garantire standard didattici adeguati e nel rispetto dei parametri indicati dalla Associazione Europea di Gestalt Terapia-EAGT.
Allo stato attuale la Terapia della Gestalt, oltre a far registrare la propria presenza in tutti i continenti attraverso ben consolidate iniziative di formazione, viene abitualmente contemplata tra gli indirizzi maggiormente censiti nelle pubblicazioni sinottiche sui diversi orientamenti nella psicoterapia ed ha ricevuto il riconoscimento, attraverso alcune scuole di formazione, da parte della Commissione istituita presso il Ministero dell’Università e della Ricerca Scientifica e Tecnologica ai sensi della legge n.56/89 sulla psicoterapia.
I modelli teorici di riferimento della terapia della Gestalt
Lo spazio riservato a delineare la figura di Perls non rappresenta solo l’omaggio dovuto al maestro, quanto un modo che ho ritenuto efficace per introdurre alcuni aspetti che sono in qualche modo intrinseci alla dimensione della Gestalt ed ai suoi aspetti costitutivi che ora cercheremo di prendere in considerazione.
Abbiamo visto come la Gestalt, come approccio alla psicoterapia nonchè come stile di vita, è andato sviluppandosi essenzialmente grazie alla incomparabile opera di integrazione operata da Perls, in buona parte grazie a sue acute intuizioni. Significativi apporti vanno riconosciuti in particolare a Laura Perls e a Paul Goodmann al quale J. M Robine, tra gli altri, riconosce il merito di aver dato alla Gestalt una teorizzazione coerente.
Ma veniamo tuttavia anche agli elementi che compongono una costruzione di cui troppo spesso si sottovalutano i significativi apporti teorici.
LA PSICOANALISI
La Gestalt è figlia della psicoanalisi anche se, forse proprio per questa discendenza in linea diretta le distanze della ideologia-madre e del padre-Freud appaiono così vistose tanto da apparire talvolta ostentatamente sottolineate (vedi Appelbaum, 1976, Gorton, 1982, Delacroix, 1982, Ginger, 1987).
Sorvolando su aspetti già menzionati e riprendendone altri in cui Perls si discosta dalle teorie psicoanalitiche, possiamo richiamare in sintesi i seguenti punti:
– disconoscimento del primato della libido come realtà pulsionale primaria, seppur esprimentesi in fasi diverse, in favore di una molteplicità di bisogni che emergono con intensità diversa in funzione del livello di crescita dell’individuo e delle situazioni ambientali attivatrici o inibitorie. Di tali cariche energetiche, alla base dell’istinto di sopravvivenza dell’individuo (bisogni) e della specie (desideri), Perls ha approfondito nella sua opera Ego, Hunger and Aggression (cui aggiunge successivamente il sottotitolo di Revisione della teoria di Freud) in particolare la componente dell’oralità, la incorporazione di cibo come schema di futuri modelli di relazione con l’ambiente;
– il privilegio della dimensione del presente rispetto al passato nell’indagine critica e nel lavoro terapico;
– il superamento della dicotomia Es-SuperIo in vista di una concezione olistica non strutturalmente contrappositiva tra domande dell’individuo e risorse potenziali dell’ambiente allorchè meccanismi di autolimitazione non interferiscano vistosamente sulle capacità dell’individuo di divenire consapevole dei suoi bisogni (reali e non sovraimposti) e della spinta a soddisfarli.
Tale possibilità (coerentemente ad una visione meno pessimistica di quella freudiana, e che forse risente di uno slancio fin troppo ottimistico del clima culturale californiano degli anni ’60) viene ovviamente ostacolata da situazioni di nevrosi collettiva in cui l’individuo non si sviluppa in una dimensione che lo aiuta a identificare e soddisfare i suoi elementari ed autentici bisogni, perseguitato com’è dai miti del potere, dell’ambizione del possesso, e, in ultima analisi, da un’immagine di sè falsamente idealizzata che gli impedisce di confrontarsi con la sua più autentica e realistica natura;
– privilegio per il graduale sviluppo della consapevolezza (awareness) come premessa alla capacità di autoregolazione dell’organismo rispetto al concetto psicoanalitico di insight come evento chiarificatore tra contenuti inconsci e sfera cosciente ad opera di una interpretazione riuscita ed in assenza di resistenze da parte dell’analizzato;
– deenfatizzazione del concetto di inconscio come realtà psichica a se stante dotata di leggi e modalità organizzative interne. Inconscio è per Perls tutto ciò di cui di fatto in questo momento non sono consapevole ed a cui, grazie ad una operazione di appropriazione consapevole (eventualmente ma non necessariamente mediata dal terapeuta) posso accedere. Tale operazione, elementare e fluida per contenuti di coscienza non scissi ed alienati, può comportare l’emergenza di sentimenti di angoscia di varia intensità allorchè l’individuo si identifica con una parte dei propri contenuti di coscienza negando l’esistenza di parti di sè per vari motivi inaccettabili.
Anzichè interpretare detti contenuti scissi che possono esprimersi attraverso il sogno, sintomi di conversione somatica, incongruenze mimico-gestuali, comportamenti di cui il soggetto si sente agito o fenomeni dispercettivi di vario tipo, la Gestalt propone un percorso esperienziale di graduale ri-appropriazione teso alla integrazione delle parti scisse;
– valorizzazione degli aspetti di realtà, oltre che del come se relativamente alla relazione paziente-analista. L’interpretazione delle relazioni unicamente in chiave di lettura transferale rappresenta spesso una difesa da parte del terapeuta che evita il dato di fatto di essere presente come persona in toto con i propri vissuti, limiti, sentimenti, vuoti etc. All’interno di una concezione olistica vale quindi la qualità dell’interazione tra due soggettività e non l’atteggiamento per il quale il terapeuta si presenta come entità inaccessibile, osservatore neutrale e l’analizzato come oggetto di osservazione. In altre parole si esiste nel presente e nella gamma delle possibili interazioni anche al di là dei fantasmi proiettivi che ci riconducono alle fissazioni dell’infanzia;
– alla ricerca esplicativa delle cause all’origine di un modo insoddisfacente di declinarsi nel mondo, viene privilegiato l’attenzione sul come detta disfunzione si esprima in concreto nel fluire delle situazioni e delle occasioni più o meno mancate di consapevolezza e di contatto.
Le divergenze della Gestalt da alcuni principi della Psicoanalisi freudiana vanno tuttavia integrati, seppure con un veloce riferimento, con alcuni importanti sviluppi che dal ceppo originario della Psicoanalisi sono derivati.
Utilizzando una sintesi operata dai Ginger (S. e A. Ginger 1987) tali accostamenti possono ravvisarsi con:
– C. G. Jung per quanto concerne il significato più ampio attribuito al concetto di libido, il discorso sulle polarità in rapporto dinamico, il lavoro sulla immaginazione attiva, il confronto faccia a faccia, il significato evolutivo attribuito al sintomo, il valore del linguaggio simbolico non limitato alla storia personale dell’individuo;
– A. Adler per l’accostamento del processo terapeutico a quello educativo inteso come stimolo alla ricerca di strumenti di autosostegno, di responsabilizzazione e di affermazione personale;
– S. Ferenczi per il tentativo di superare un interazione vincolata unicamente alla comunicazione verbale attraverso l’introduzione di esercizi sul radicamento (grounding) e di contatto con il paziente sotto forma di esperienze riparatrici;
– M. Klein per l’importanza riconosciuta alle pulsioni orali, alla introduzione di forme di gioco e di interazione simbolica e non verbale, per l’attenzione sulle risposte emotive del terapeuta, l’evidenziamento dei meccanismi di interazione tra oggetti interni e parti scisse;
– O. Rank per l’enfasi sulla scarica emozionale evocata dall’emergenza di vissuti infantili precoci;
– K. Horney per l’importanza riconosciuta alle interazioni con l’ambiente, ai «benefici secondari» che il comportamento nevrotico consente nel presente di ottenere al di là delle cause passate che lo hanno innescato; al bisogno primordiale di rassicurazione e di approvazione che, proprio per la sua drammatica insistenza nella dimensione umana, va inizialmente soddisfatto attraverso un clima di rapporto caloroso ed accettante come premessa all’assunzione di rischio collegata all’esplorazione di modalità di comportamento più adulto;
– W. Reich per l’attenzione ai fenomeni di collettivizzazione delle strutture nevrotiche, alla formazione della corazza caratteriale esprimentesi sotto forma di contratture muscolari croniche, come difesa dalle emozioni e come blocco di un più naturale fluire di energie. Di qui la valorizzazione per il corpo, per il suo linguaggio come occasione di accesso alle esigenze primarie dell’essere umano spesso incongruente con il linguaggio verbale, espressione di rappresentazioni autoimposte, di modelli relazionali adottati in modo stereotipo ed eteronomo;
– D. Winnicott per l’accoglimento di possibilità di contatto e di contenimento, come la tecnica dello holding applicata originariamente nel lavoro con bambini, nonchè per l’approfondimento sugli «oggetti transizionali» (coperta, orsacchiotto o altro) come elementi di realtà investite di forti componenti proiettive e che nel lavoro gestaltico vengono spesso utilizzati per favorire l’interazione agita con personaggi presentificati. Tale dimensione viene estesa allo stesso spazio terapeutico, inteso come spazio caratterizzato da elementi di realtà e fantasmatici e quindi come spazio transizionale.
I riferimenti potrebbero estendersi ad altre correnti di pensiero, come quello della Psicologia Umanistica (in particolare R. May e A. Maslow per quanto riguarda la gerarchia dei bisogni e lo sviluppo del potenziale umano, C. Rogers per quanto ricorda la focalizzazione sul cliente e l’attitudine non invasiva del lavoro terapeutico), della scuola culturalista (E. Fromm per l’analisi delle società capitaliste, H. S. Sullivan per i contributi sulla dimensione intersoggettiva della relazione terapeutica) del personalismo di Gabriel Marcel e dei contributi di M. Buber sulla intrinseca realtà dia-logica dell’esistenza umana, solo per menzionare i più evidenti.
LA PSICOLOGIA DELLA FORMA
Perls viene in contatto con la Psicologia della Forma nel ‘26 allorchè lavora come assistente di Kurt Goldstein. Capo scuola è Wertheimer che, a partire dal 1912, si oppone, attraverso ricerche sulla organizzazione dei dati sensoriali in insiemi significativi, alle precedenti scuole dell’elementarismo, del sensazionismo e dell’associazionismo. Le ricerche privilegiano originariamente le percezioni visive arrivando ad identificare già nel 1933 ben 114 leggi che le concernono.
Va rilevato inoltre come gli psicologi della Gestalt che esercitarono la maggiore influenza su Perls non appartennero al nucleo più rappresentativo della stessa scuola e furono in particolare Edgard Rubin (essenzialmente un fenomenologo) Kurt Goldstein (che viene considerato un antecedente della scuola stessa) e Kurt Lewin (che dalla stessa scuola si differenziò fino ad essere considerato un autore indipendente) (da Gimeno e Rosal, 1983, Henle, 1978, Smith, 1976).
La profonda adesione di Perls a questa concezione si esprime anche nella dedica fatta a Wertheimer della sua pubblicazione Ego, Hunger and Aggression che considera «il passo dalla psicoanalisi ortodossa alla visione gestaltica». L’idea che l’aveva colpito di più era stata «l’idea della situazione inconclusa, la gestalt incompiuta».
Perls si riferiva ad alcuni interessanti esperimenti comprovanti come figure mancanti di tratti di delimitazione tendessero ad essere completate dall’atto percettivo che si configurava pertanto come una funzione non unicamente ricettiva ed elementare quanto come funzione capace di organizzare attivamente i dati sensoriali in funzione di una capacità intrinseca e non necessariamente derivata dall’esperienza.
Già nel 1927 una psicologa gestaltista, Bluma Zeigarnik, aveva sperimentalmente dimostrato come una situazione inconclusa polarizza una carica di energia destinata a completarla rendendo la stessa energia indisponibile per altri tipi di esperienza. Il mancato completamento della situazione precedente comporta un ripresentarsi ripetitivo della situazione stessa anche in luoghi e tempi successivi interferendo quindi con la possibilità dell’individuo di entrare efficacemente in contatto con i contesti in cui di volta in volta verrà a trovarsi.
L’elemento innovativo introdotto da Perls fu quello di estrapolare questo principio dall’ambito delle leggi della percezione applicandolo ad una dimensione esistenziale ed evolutiva dell’individuo e quindi alla sua possibilità di utilizzazione in psicoterapia.
I concetti richiamati in precedenza rimandano ad un altro aspetto fondamentale della Psicologia della Gestalt, quello di figura/sfondo. Alcuni giochi che fanno leva sulle dinamiche percettive relative a queste due realtà dinamicamente interconnesse sono a tutti noti.
L’organizzazione del campo percettivo in figura e sfondo venne introdotta da Edgar Rubin che mise in risalto come la figura emergente suole essere contraddistinta da contorni definiti, rappresenta il focus dell’attenzione ed è caricata di una maggiore energia di relazione con l’osservatore. Lo sfondo, al contrario, rappresenta il resto del campo visivo ed è caratterizzato da attributi inversi a quelli menzionati per la figura emergente.
E’ interessante notare come allo stesso Rubin non sfugge l’importanza dell’esperienza passata dell’osservatore nell’investire di connotati affettivi gli elementi del campo osservato; di qui la tendenza non causale a privilegiare l’uno o l’altro elemento come focus dell’attenzione.
Il contatto con lo sfondo deve restare tuttavia aperto e fluido per evitare l’irrigidimento su figure che perdono di significato evolutivo e consentire al contrario l’emergere dal fondo stesso di realtà che, in un flusso continuo di ridistribuzione energetica, vanno successivamente acquisendo significato.
Un altro singolare fenomeno individuato da Rubin consiste nella sensazione di sgradevolezza allorchè un soggetto viene invitato a focalizzare, anzichè l’elemento figura, l’elemento sfondo.
Seppure Perls non si riferì mai esplicitamente a questo dato per riportarlo al suo campo di esperienza, egli teorizzò l’uso della frustrazione nell’invitare il paziente a prestare attenzione ad elementi che volutamente evita di far emergere in primo piano ma che, pur essendo forzatamente lasciati sullo sfondo, risultano del pari carichi di significato in un certo momento. Il sentimento di frustrazione che accompagnerà in questo caso l’operazione, cui il paziente viene invitato, di prestare attenzione a realtà cui si rifiuta di essere aperto, si riveleranno portatrici di utili potenzialità.
LA TEORIA DEL CAMPO
Il tema dell’interazione tra individuo e ambiente costituisce un altro dei fondamenti della psicologia della Gestalt, in particolare per come andò sviluppandosi attraverso il lavoro di A. Goldstein e di K. Lewin. Quest’ultimo, in particolare, utilizzando le ricerche che sul versante della fisica delle forze elettromagnetiche andavano sviluppando Faraday, Hertz, Einstein e Maxwell, sviluppò quel modello interpretativo delle relazioni individuo/ambiente noto come Teoria del Campo.
Secondo questa impostazione ogni oggetto non può intendersi che in relazione al contesto totale nel quale è incluso. La traslazione operata da Lewin dal campo delle forze fisiche di attrazione/repulsione ai comportamenti che è dato osservare nelle dinamiche all’interno dei piccoli gruppi intesi, a loro volta, come rientranti in sistemi di interazione più allargata, venne da Perls ripresa ed estesa anche a quanto avviene all’interno dell’individuo stesso.
L’individuo infatti, nell’espressione della sua esistenza concreta, non fa che muoversi all’interno di un campo di forze originate da interazioni di attrazione o repulsione in rapporto ad elementi esterni come pure risultanti dagli equilibri di forza tra elementi costitutivi del suo mondo interiore.
L’interpretazione del comportamento dell’individuo come imprescindibilmente collegato al campo di forze del contesto ambientale in cui si trova, sviluppata da Lewin, apriva quindi la possibilità di arricchire il tema della dinamica figura/sfondo di un ingrediente fondamentale: quello appunto dell’elemento di forza teso a riportare il sistema ad uno stato di equilibrio omeostatico e di ridistribuzione ottimale delle valenze energetiche all’interno di un determinato campo.
«Il presupporre l’esistenza di uno stato stazionario di tensione, inoltre, implica una certa rigidità da parte del sistema in questione» asserisce K. Lewin (Lewin, tr. it. 1961). Tale rigidità, possiamo aggiungere anche alla luce dei successivi sviluppi della stessa Teoria di sistemi, è in relazione al fatto che il sistema considerato sia rigido o elastico, chiuso o aperto. Mentre infatti un sistema chiuso tende a mantenere uno stato di equilibrio nel rapporto tra gli elementi costitutivi, un sistema aperto all’immissione di elementi nuovi o influenzabile in qualche modo da altri sistemi o da un sistema più allargato che lo comprende, sarà soggetto ad una dinamica continua di redistribuzione di forze e di aggiustamenti reciproci tra le componenti. Tale è la situazione che inevitabilmente si osserva nell’uomo che rappresenta senz’altro il livello di più alta complessità di fattori e dimensioni interagenti, nei confronti di altre specie animali e degli elementi inanimati.
L’imprescindibile necessità di accostarsi all’uomo, ai suoi vissuti ed ai suoi comportamenti senza perdere di vista la dimensione sistemica, il campo delle forze all’interno del quale lo stesso si muove, rappresenta uno degli elementi che spinsero Perls a prendere le distanze dall’impostazione psicoanalitica tradizionale che poneva tutta la propria attenzione sugli avvenimenti interni dell’analizzato senza prendere in considerazione le interazioni in concreto con l’ambiente e privilegiando, nella stessa relazione transferale col terapeuta, gli elementi che lo legano al passato anzichè quelli che hanno a che fare con la sua attuale modalità di rapportarsi con aspetti di realtà.
A favorire l’apertura su di una considerazione allargata degli accadimenti umani erano stati in vero anche due dei quattro analisti con cui Perls aveva lavorato individualmente. Sia la Horney, infatti, come più ancora Reich (e successivamente E. Fromm) rappresentano esponenti autorevoli della psicoanalisi che si dimostrano maggiormente interessati a considerare l’importanza non solo degli elementi pulsionali, endogeni, secondo l’impostazione originaria della teoria freudiana degli istinti, ma anche degli aspetti collegati al contesto socio-ambientale in cui l’individuo si muove. E questo non solo ad un livello di considerazioni metapsicologiche più generali, ma anche nel concreto del lavoro clinico sul soggetto.
Tale impostazione, quella cioè di lavorare direttamente sui sistemi allargati, famiglia e rete sociale, verrà come è noto sviluppata dai terapeuti relazionali coerentemente ai postulati dellateoria generale dei sistemi e della comunicazione, ma trova nel lavoro nei gruppi, con le coppie e le famiglie, come infine nel lavoro di drammatizzazione tra parti interagenti del sè dell’individuo (secondo la tecnica del monodramma ampiamente utilizzato in Gestalt) una chiara espressione di come intendere un lavoro su di una figura emergente che non può comunque mai prescindere dal tenere presente le realtà contestuali (di sfondo) se non a costo di una riduttiva depauperazione del fenomeno stesso.
La posizione di Perls si trova in effetti a ponte tra la teoria psicoanalitica riguardo agli istinti e quella cosiddetta situazionista. Con questo termine, usato da Wolman a proposito delle concezioni di Lewin, si intende infatti la tendenza ad interpretare il comportamento umano in funzione delle forze presenti nel campo analogamente a quanto viene proposto nel modello del primo comportamentismo che, focalizzando l’attenzione sulla dinamica stimolo-risposta, lascia in secondo piano (piano che in realtà sta emergendo nelle più recenti elaborazioni ad opera della scuola cognitivista) gli elementi intrapsichici dell’individuo e quindi le sue facoltà di opzione consapevole.
